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Michal Lejczak, la TOCCANTE storia di un polacco di 84 anni,

arrivato a Casarano con la II Guerra Mondiale

di Danilo Lupo, dalla Gazzetta del Mezzogiorno del 03/04/05

 

 

A vederlo camminare per le strade di Casarano, con il suo cappello beige e il montone chiaro, Michal Lejczak sembra un pensionato come tanti. In realtà le gambe ancora solide di questo polacco di 85 anni sessant’anni fa si sono spostate su quattro continenti e i suoi occhi celesti hanno visto in faccia la morte su alcuni dei campi di battaglia più sanguinosi della II Guerra Mondiale. L’avventurosa vita di Michal Lejczak (che in città è però conosciuto col nome di Edoardo, dal nome che si era dato in guerra) ora vive anche in un libro, I papaveri di Montecassino, scritto da Cristina Martinelli per la Besa Editrice. Scappato dalla Polonia nel 1939 in seguito all’invasione nazista, Lejczak si arruola nel 12° reggimento dei Lancieri di Podolia, formato da esuli polacchi al seguito dell’esercito inglese. «Quella che Rommel – spiega – chiamò “l’armata turistica” per essere stata impiegata in tutti i teatri di guerra». E a scorrere gli spostamenti si capisce il perché: dal 1939 al 1943 Lejczak combatte in Francia, Norvegia, attraversa la Russia fino al Kazakistan, quindi viene assegnato alla protezione dei pozzi petroliferi in Iraq, già allora in cima alle preoccupazioni delle potenze occidentali; poi in Palestina, di cui ricorda soprattutto l’emozione nel visitare i luoghi santi del Cristianesimoquindi in Egitto e Libia. Qui combatte la grande battaglia di El Alamein: Alleati da un lato e Italiani e Tedeschi dall’altro; e, per l’ironia del destino che mischia grande storia e cronaca personale, nei primi combatteva Lejczak, tra i secondi si trovava Vittorio Ferilli, fratello della ragazza casaranese che sarebbe diventata anni dopo sua moglie. Ma sarà Montecassino la battaglia più sanguinosa combattuta dal militare polacco: luogo strategico ai fini della Liberazione di Roma, intorno all’abbazia si combatte corpo a corpo. «In quel panorama di morte – racconta Lejczak – mi accorsi a poco a poco che c’erano dei papaveri, tanti papaveri così rossi e sfacciati contro il nerume del terreno, unici segni insieme alle ginestre di una Natura più ostinata e più saggia di noi». Dopo aver combattuto per tutto il centro Italia, una parte del reggimento polacco viene mandato a riposare nel Salento e Leiczak si trova a Casarano. Qui apprende la notizia della resa del regime nazifascista e qui incontra Vincenzina, che diventerà sua moglie. I militari stranieri a Casarano erano visti con poca diffidenza e molta curiosità e non mancano gli aneddoti gustosi e significativi dell’estrema povertà che vivevano le città in tempo di guerra: i militari erano alloggiati nella scuola di San Domenico, ma frequentavano la messa della Chiesa Matrice, dove depositavano anche le offerte. Fu allora, racconta Lejczak, che «don Pietro Cundari, parroco di San Domenico, rivendicò la nostra presenza nella sua chiesa alla quale apparteneva la scuola nella quale risiedevamo. Ci fu anche una disputa tra lui e don Otello De Benedictis, che dovette dirimere il vescovo».

Michal Lejczak Lejczak e la Martinelli Lejczak da giovane Lejczak in Palestina

 Finita la guerra, la Polonia sotto il dominio sovietico, Lejczak e Vincenzina decidono di emigrare in Argentina: vi rimarranno tredici anni, con il figlio Pedro che porteranno con sé anche a Metz, in Francia, dove rimarranno altri vent’anni. Dopo il pensionamento arriva infine la vittoria dell’allegra ma testarda moglie Vincenzina: i coniugi Lejczak tornano a Casarano insieme a Pedro, sua moglie e i nipoti Stefano e Manuela. Proprio a quest’ultima è rivolto il racconto in forma di diario di Michal Lejczak che prende il nome dai papaveri di Montecassino, ai quali ritorna il pensiero del combattente su tanti fronti, ormai rimasto vedovo e convinto oggi che «le guerre, anche giuste, sono una porcheria».