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Ma siamo sicuri che ai casaranesi importi davvero del Tac?

di Danilo Lupo, Casarano 15/12//2005

 

 

Ma siamo sicuri che ai casaranesi importi davvero del Tac? Da molti anni la nostra città è toccata dalla crisi produttiva nel settore che più ci aveva dato, nel tempo, ricchezza e benessere (anche se con vistose storture e disuguaglianze), quello calzaturiero. Licenziamenti, cassa integrazione, mobilità, sono diventate parole quotidiane in un posto che negli anni ’80 si sentiva (e forse dal punto di vista finanziario ancora è) la «capitale morale» del basso Salento. Insomma, tutte queste cose le conosciamo già. Come conosciamo bene un fatto: su questi temi nessuno è mai sceso in piazza, non c’è mai stata una manifestazione di massa, mai abbiamo visto muoversi compattamente gli operai licenziati-cassintegrati-mobilitati e quelli che ancora lavorano (perché se licenziano il collega che ti lavorava accanto, il sospetto che toccherà anche a te, prima o poi, ti sfiora, no?). Poi succede che la Guardia di Finanza chiuda cinque pozzi d’acqua, due dei quali – a quanto pare – pericolosi dal punto di vista igienico. Ed ecco che la rabbia scende in piazza, prende forme anche clamorose come il blocco del traffico e chi c’era può testimoniare come parecchi avessero il sangue agli occhi. Certo, l’acqua è un bene importante, importantissimo, primario: ma il lavoro, con il quale si compra l’acqua e il pane, i libri e i fiori, l’auto e il cellulare, cos’è?

Poco dopo si svolge a Casarano un’iniziativa sul tessile-abbigliamento-calzaturiero: la organizza An, partecipano il viceministro all’economia Mario Baldassarri (ovvero quello che deve aprire il portafoglio per il tac) e quello alle attività produttive Adolfo Urso (cioè colui che deve indirizzare i fondi). C’è una scadenza, la finanziaria, con dei soldi che aspettano di essere sbloccati, come chiede la Regione Puglia (quella di Fitto prima, quella di Vendola poi) e tutti i parlamentari salentini. La partecipazione? Decorosa, a quanto pare, ma niente di eccezionale. È vero, si trattava di una manifestazione di partito, ma lì c’erano gli interlocutori dell’attuale governo: comunque la si pensi in materia di politica, è da Roma che devono arrivare i fondi per quello che la retorica (un po’ tecnocratica) chiama «il rilancio del sistema moda».

Ma allora perché sull’acqua si scende in piazza, spontaneamente e senza organizzazione, e sul tac no? C’è chi dice che dipenda da una sorta di rassegnazione, caratteristica delle genti del Sud. Falso: sulla mancanza d’acqua la rassegnazione non c’è stata; e poi non va dimenticato che a trenta chilometri da qui, a Tricase, le manifestazioni sono state fatte e ancora poco tempo fa degli operai sono finiti in ospedale per aver messo in campo la protesta più estrema, lo sciopero della fame di fronte ai cancelli della fabbrica.

C’è chi dice che dipenda dai sindacati, che in tutta questa vicenda hanno svolto un’azione di governo, più che di lotta. Vero in parte: i sindacati hanno puntato sul lungo periodo, hanno preferito i tavoli di trattativa alle manifestazioni di piazza. Se sia giusta o no questa strategia lo vedremo nel tempo, ma di certo i lavoratori avrebbero potuto auto-organizzarsi, oppure pressare le loro organizzazioni sindacali fino a convincerli della necessità di scendere in piazza. E d’altronde non sono gli identici sindacati, con gli identici dirigenti, che a Tricase manifestano e a Casarano no?

Certo, la vicenda del Tac è più complessa di quella di un sequestro di pozzi d’acqua: c’entrano la globalizzazione e l’Unione Europea (che vieta gli aiuti diretti di Stato alle imprese), il governo nazionale e i tavoli territoriali, i sindacati e le aziende (e un’azienda potente, in particolare), i politici, i burocrati, i sindacalisti, eccetera, eccetera, eccetera. La vicenda dell’acqua è tutta locale ed è facile individuare il rappresentante della cittadinanza (il sindaco, ovviamente) e dirgli che in qualche modo deve risolverla.

Ma non ci sarà anche un’altra spiegazione? Cassa integrazione e mobilità rappresentano una bella entrata nelle casse familiari. In più, ti lasciano un bel po’ di tempo libero che può essere utilizzato per lavorare: in nero, ovviamente, o si perde il sussidio. Ovviamente non è un discorso che riguarda tutti: spesso (e più spesso per le donne) cig e mobilità bastano per vivere, specie se il marito (o la moglie) lavora. Moltissimi hanno trovato un lavoro diverso o si sono messi in proprio, magari aprendo un piccolo laboratorio calzaturiero e trasformandosi da dipendente in fornitore. Insomma, arrotonda da una parte e stringi dall’altra, Casarano, più che rassegnarsi, si arrangia. Ed ecco che si torna alla domanda iniziale: ma siamo sicuri che ai casaranesi importi davvero del Tac?

Mentre scrivevo di acqua, sindacalismo e  rassegnazione, mi è tornato in mente un bellissimo (e brevissimo) testo teatrale del premio nobel Dario Fo. Date un’occhiata, anche perché spesso per capire il Salento, bisogna comprendere la sua sorella maggiore, la Sicilia. E buon natale a tutti!

 

Michele lu Lanzone
Da “L’operaio conosce 300 parole, il padrone 1000: per questo lui e’ il padrone”, di Dario Fo e Franca Rame.
Questo spettacolo ha debuttato alla Camera del Lavoro di Milano il 20 novembre 1969.



Personaggi:
La Madre, Prima Infermiera, Seconda Infermiera, Ragazzo cantore con chitarra

Al centro dello spazio scenico, un praticabile e uno sgabello. Un attore viene in proscenio a introdurre il brano. Luce piena.

ATTORE Michele lu Lanzone e’ il nome di un famoso sindacalista siciliano ucciso dalla mafia oltre trent’anni fa. La storia e’ raccontata dalla madre del Lanzone stesso. L’azione drammatica si svolge dentro un manicomio dove la donna e’ stata rinchiusa. Un ragazzo cantore introduce, con una filastrocca, l’azione. L’unico elemento scenografico sara’ questo praticabile che vedete nel mezzo del palcoscenico.
RAGAZZO (canta quasi sommesso, con pudore)
Rosa la pazza la nanna faceva
A ‘nu pupazzo la ninna cantava
Ninna oh ninna oh

A questo punto della canzone entra in scena una donna senza eta’,
la Madre. Siede tenendo in grembo un pupazzo di stracci, “una pigotta” grande come un bambino di cinque anni. Ogni tanto lo pettina e lo culla, mentre il ragazzo continua a cantare.

RAGAZZO
Michele lu Lanzone fatti furbo
lascia che corra l’acqua dove deve
non t’impicciare tu di ’sto disturbo
se per la valle l’acqua non si vede
il contadino gia’ s’e’ rassegnato
tu statti bono o sei gia’ sotterrato.

MADRE Ti piace ‘sta canzoncina? Bella eh! E’ per tuo padre che l’hanno inventata… tutta per lui. Era importante tuo padre… accidenti se lo era! Quando passava lui si toglievano tutti il cappello i contadini… mica per soggezione… no, per rispetto, per considerazione… perche’ era il piu’ bravo, il piu’ coraggioso sindacalista di tutta la vallata. (Cambia tono alzandosi in piedi all’unisono con il chitarrista)
“Michele statti in salute
E mantieniti vivo”

Da questo momento,
la Madre, raccontando la sua storia, recitera’ i vari personaggi, cambiando toni e atteggiamenti – sempre epica – mai naturalista.

MADRE Lascia correre, Michele… hanno gia’ ammazzato piu’ di settanta sindacalisti prima di te… tutti sotto terra sono finiti, perche’ si davano troppo da fare, Michele… si mettevano troppo in vista coi contadini! (Tono autoritario) No, i tempi sono cambiati…. Adesso la mafia deve star buona, che c’e’ la commissione apposita che li tiene sotto torchio!
Avete visto… gia’ li abbiamo costretti a mollarci le terre del latifondo! (Altro tono) Gia’, ma che ce ne facciamo senza l’acqua… manco i cocomeri ci resistono… brucia tutto! Se ci distribuivano il deserto della Libia era lo stesso! (Altro tono) L’acqua ci sara’! Basta che si faccia la diga… il progetto e’ gia’ stato approvato. La regione ha gia’ ordinato lo stanziamento… e’ questione di qualche mese. Ora vado a Palermo… ci vado con tutti i sindaci della valle… se occorre verrete anche voi con le vostre donne e ci faremo sentire!
RAGAZZO (canta come facesse parte della ballata)
Michele lu sindacalista!
Michele lu Lanzone
Ci stai facendo fare lu ballu del caprone!
MADRE Facciamo, faremo, e’ gia’ fatto!
Quanti anni sono che si aspetta!? Manco una pietra han messo per ‘sta diga.
Facciamo, faremo, e’ gia’ fatto! Ci pare la storia di Mose’: abbiate pazienza… pazienza!
E intanto noi si deve andare a fare il lavoro a giornata fino alla piana dei greci… sotto i proprietari… e anche le nostre donne… che la nostra terra ci serve solo per seppellirci i morti… E i figli nostri ci tocca mandarli alla miniera del sale e dello zolfo… che ci diventano rachitici e gobbi…. (Cambiando tono) Michele, qualcuno mette in giro la voce che ti hanno mandato qui i padroni… Si’, che sei pagato da loro… per tenerci tranquilli… con la speranza… le promesse… (Venendo in proscenio fiurente. Cambia tono) Chi dice questo? Fuori! Me lo deve venire a dire in faccia! In faccia! Senno’ e’ un cornuto bastardo, figlio di cornuti! (Cambia tono di colpo) Non te la prendere Michele… lascia correre, ‘sto mestiere non e’ per te… per fare il sindacalista bisogna esserci nati… e’ un mestiere difficile… bisogna saperci fare… esserci navigati (All’unisono con il ragazzo) Il governo ha distribuito tre sacchi di farina per ogni famiglia… siamo sotto le elezioni… per un po’ staranno quieti… (Scatto di voce) No! E’ proprio adesso che dobbiamo muoverci! Dobbiamo andare a pestare i pugni, adesso! (Implorante) Michele, lascia correre… Michele, ti vuoi rovinare (Riprende con tono esasperato) Non capite che la diga sono i padroni a non volerla dare? Sono loro che bloccano tutto! Perche’ con ‘sta diga tutta la vallata diventerebbe fertilissima… Potremmo adoperare l’acqua anche per lavarci i piedi… e potremmo far fontane come in piazza a Palermo! Ma allora vi trovereste a coltivare tranquilli tutti quanti le vostre terre, che vi rendono, a vivere del vostro! E a ‘sto punto, dove li trovano loro… i padroni, i braccianti da pagare una miseria come han fatto fino adesso? E alla miniera di zolfo e a quella del sale chi ci andrebbe piu’ a crepare con le piaghe dappertutto come lebbrosi? La chiudono! Ecco perche’ ‘sta diga non ve la vogliono dare… a costo di far saltare in aria tutta
la Sicilia… ad ogni costo!! Perche’ voi dovete restare straccioni morti di fame! (Cambia tono di colpo: spaventata) Michele statti zitto… non ti esporre… (Altro tono) No, la Sicilia saremo noi a farla saltare… Noi! Piantiamola di essere degli spaventati… Siamo capaci di ammazzare per il disonore… ma non e’ disonore essere dei pezzenti, degli sfruttati… crepar di fame? Andiamo tutti a Palermo… andiamo a prenderli per il collo ‘sti padreterni bastardi.
RAGAZZO (canta)
Palermu,
Palermu,
Jemmu, jemmu…
MADRE (dolcissima e orgogliosa) Dovevi vederlo tuo padre, Cenzino, in testa a tutti scalmanato che pareva Rinaldo con le due spade! E tutti i contadini sui loro muli, sui ciucci, coi loro cartelli, che gridavano, scendevano verso Palermo che sembravano la lava del vulcano.
RAGAZZO (Canta)
Palermu, Palermu,
Jemmu, emmu…
MADRE Ma non ce l’hanno fatta… e’ arrivata la polizia con le camionette. Dalle ville, i padroni, guardavano con i cannocchiali… li hanno picchiati con i calci dei moschetti… erano piu’ di mille. Tuo padre con un braccio rotto l’hanno portato in prigione… un anno gli hanno dato. (Accorata) Michele, chi te lo fa fare… Michele, lascia correre… Tu ti butti troppo… e a che serve? I contadini, da sempre stanno sotto padrone… ci si sono rassegnati… non stargli a montare la testa… che poi lo vedi, te la fanno pagare a te, i padroni!

La madre va a rannicchiarsi sul fondo del palcoscenico.

RAGAZZO e MADRE (in calando)
Michele lu Lanzone fatti furbo
lascia che corra l’acqua dove deve
non t’impicciare tu di ’sto disturbo…

Entrano due infermierre. Portano un grande cesto, pieno di lenzuola. Ne prendono uno e lo tendono per piegarlo.

PRIMA INFERMIERA Ma che, mettiamo via i lenzuoli bagnati?
SECONDA INFERMIERA E chi li mette via? Servono per la strozzina.
PRIMA INFERMIERA La strozzina? Cos’e’?
SECONDA INFERMIERA Ma da dove vieni tu? Possibile che al manicomio di Messina non la adoperiate?
PRIMA INFERMIERA Ehi! Non sara’ mica quel sistema di avvolgerci i matti come salami, quando hanno la crisi… cosi’ che restano come soffocati?
SECONDA INFERMIERA Certo, attraverso il lenzuolo bagnato non passa l’aria e trach; e’ il sistema piu’ spiccio per farli ritornare subito tranquilli…
PRIMA INFERMIERA Chiamali tranquilli: svengono! Da noi, laggiu’ e’ proibito…
SECONDA INFERMIERA Anche da noi… ma, insomma, si chiude un occhio… (Si sente un grido di donna provenire da fuori scena). Eccone una che e’ partita… vieni che ti metto subito in allenamento.

Le due infermiere escono correndo portandosi appresso cesto e lenzuola.

MADRE Sicuro che e’ uscito di prigione il tuo papa’… Ma mica s’e’ rassegnato ‘sto testardo… Macche’, adesso stava tutto il giorno a studiare le carte del catasto. E una sera arriva a casa che cantava e gridava felice. “Guardate, ho trovato una mappa antica di chissa’ quanti anni… di prima dei borboni… forse del tempo degli arabi. Qui, guardate, c’e’ segnato un fontanile… in cima alla nostra piana, sotto il Ronco dello Zoppo dove adesso e’ sotterrato da una frana… Forse e’ una vena grande… Forse c’e’ ancora… basta sgomberare… liberare il foro” (Cambia tono: implorante) Lascia correre Michele… non t’illudere… non t’immischiare! Se nessuno l’ha riscoperta quella vena d’acqua, ci sara’ pure una ragione… Lascia perdere Michele. (Altro tono) Due giorni dopo era domenica e c’erano tutti i contadini con le zappe e le vanghe, e anche quelli della miniera, e le donne che trasportavano terra con i cesti sul capo e i vecchi. Anzi, c’erano due vecchi che suonavano la fisarmonica e la chitarra in continuazione e noi si lavorava quasi ballando…
RAGAZZO e MADRE (cantano)
Verra’ lu tempu de li lampuni
tutte le vocche rosse mi vo’ baciare…
MADRE Non era ancora mezzogiorno che ci fu un urlo! C’era!… Il foro c’era! Era otturato con dei mattoni crudi, proprio di quelli del sistema antico… Avessi visto Cenzino come si buttarono tutti quanti a scavare… uno dietro l’altro a turno, che il buco era stretto e solo un uomo per volta ci poteva stare. Vai vai!
Si cantava intanto che si faceva il passamano coi mattoni.
RAGAZZO (a voce spiegata)
Vai vai! Buttami un bacio e vai
verra’ lu tempu de li lampuni
tutte le vocche rosse mi vo’ rubare
MADRE L’acqua! L’acqua esce… esce… (Altro tono) Avessi visto, Cenzino, un getto incredibile… come trenta fontane. E tutti, uomini e donne, come impazziti sotto a prenderci la doccia… fradici a saltare, a ridere. “L’acqua, l’acqua! Ah che bella cosa l’acqua!”
RAGAZZO
Verra’ lu tempu de li lampuni…
tutte le vocche rosse mi vo’ baciare!
MADRE Ubriachi d’acqua eravamo: (Altro tono, urlato) “Non c’importa piu’ la diga adesso! Se la tengano pure. Questa vena ci basta per tutta la valle… per tutte le coltivazioni, per i campi… non ci brucera’ piu’ il frumento… E chi andra’ piu’ in miniera adesso? Se e’ per noi da oggi possono anche chiuderla, quella trappola da topi!” (Riprende per un attimo in sottofondo il “canto dei lamponi scemando in malinconico).
Ma il giorno appresso c’erano delle donne che piangevano per la strada. “Il fontanile non butta piu’ acqua… la vena s’e’ gia’ asciugata”. Andarono correndo i contadini a vedere. “No, qualcuno ha otturato il buco”. Scavarono… scavarono… tirarono fuori qualcosa che otturava… era Michele… il padre tuo: l’avevano ammazzato e ce l’avevano ficcato dentro come tappo. (Diperata) Michele, statti accorto Michele, Chi te lo fa fare. I contadini gia’ si sono rassegnati… da sempre sono rassegnati. (Gridando) Giustizia!! Si’, voglio giustizia! Si’, c’e’ per dio, la giustizia. Li hanno presi… li hanno ammanettati quelli che me l’hanno ammazzato… li hanno processati… due volte! E due volte li han lasciati uscire… tutti! E quelli che hanno testimoniato, che sapevano, anche loro li hanno trovati morti, senza la lingua… (Disperata) Michele… ti devi rassegnare Michele… noi dobbiamo avere pazienza… pazienza! (Con rabbia terribile) Pazienza! Finche’ non scendera’ la lava… la lava del vulcano, a bruciare tutto: i padroni, chi li difende, chi li protegge… la lava… ecco scende… Brucia…. Scappate… no, non potete… porci… chiamate l’ordine che vi protegga, chiamate i giudici che vi difendano…! Michele, abbiamo vinto Michele… Michele…

Entrano correndo le due infermiere, dispiegano il lenzuolo, lo buttano addosso alla madre coprendola tutta. Torcono i due capi del lenzuolo e mettono in atto la “strozzina”.

SECONDA INFERMIERA Forza, qua ce n’e’ un’altra… dai butta! Gira… ecco: torci, torci. E’ in trappola.
MADRE (continua a urlare e ad agitare le braccia sempre piu’ lentamente, la voce si fa piu’ scura e tenue fino a cessare) Non c’e’ piu’ speranza… ti devi rassegnare Michele… Michele… Michele…

La donna cade lentamente e si accascia di schianto a terra.

SECONDA INFERMIERA Ecco fatto.

Le due infermiere sciolgono dalla stretta
la Madre, liberandola dal lenzuolo: lenzuolo che tengono davanti al corpo inerme della donna a mo’ di sipario. La ballata del cantore chiude il brano, mentre cala lentamente la luce.

RAGAZZO
Michele lu Lanzone fatti furbo
lascia che corra l’acqua dove deve
non t’impicciare tu di ’sto disturbo
se per la valle l’acqua non si vede
il contadino gia’ s’e’ rassegnato
tu statti bono o sei gia’ sotterrato.