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Lectio doctoralis di Eugenio Scalfari

(Università degli Studi di Lecce - 05-11-2005)

di Danilo Lupo

 

 

             Si avvertono i colleghi giornalisti che il presente testo non è la sbobinatura di quanto ha detto Eugenio Scalfari, ma si tratta di appunti; pertanto si consiglia di non virgolettare le frasi attribuendole al dottor Scalfari, ma di utilizzarlo solo per conoscere il contenuto della lectio.

  

Credo inutile che io ringrazi, perché sta scritto anche nelle sembianze, il magnifico rettore, i professori Pellegrino e Semeraro, il Senato, i professori, i docenti di questa Università. Dico solo come fatto di cronaca che questa è la seconda occasione in cui ricevo una laurea di questo genere (la prima qualche anno fa a Torino). Mi fa molto piacere essere oggetto di questi riconoscimenti in una città del Nord ed in una del Sud.

Nei precedenti interventi è stato citato giustamente con fastidio il fatto che un giornale ricordava tre calabresi in un modo specifico non pensabile. L’avvocato Agnelli mi raccontò che un suo amico aveva detto di me: “è un galantuomo, ancorché calabrese”.

Ora devo aggiungere che la mattinata è stata ovviamente molto ricca e densa di pensiero e di concetti, anche perché gran parte delle cose che dovrei dire in una lezione che si occupa di comunicazione sono state il tessuto sia della relazione del m.r. sia degli altri interventi.

Tutti hanno insistito sul problema delle parole. Io dovrei parlarvi di parole, e quindi acquisisco il già detto e ve lo ripropongo. Mi ero preparato anche una cartuscella, una scaletta, ma la scaletta è troppo estesa e ne farò a meno.

 

Dirò che certamente nella comunicazione giornalistica è chiaro che le parole sono la materia prima e quindi noi lavoriamo su una professione, un “artigianato”, come l’ha definito il professor Semeraro, immateriale. Noi lavoriamo sul soft e non sull’hard, e dell’uso di queste parole mi scuso con il professor Coluccia. Oppure potrei usare un Calvino d’annata distinguendo il Saturnino dal Mercuriale. Per tradurre queste parole dovremmo fare un percorso più alto e difficile da comunicarsi che non quello relativo all’acquisizione nella lingua madre di neologismi.

Quando noi cominciammo la nostra azione giornalistica (quest’anno abbiamo celebrato un cinquantenario importante, la fondazione dell’Espresso, ottobre del ’55), il messaggio che volevamo trasmettere era quello di passare da un giornalismo ingessato ad un giornalismo che definimmo assertivo, che era poi un’asserzione diretta di responsabilità (non ci si poteva più rifugiare in clausole gergali); allora si usava il condizionale, si usavano perifrasi che servivano ad attribuire le affermazioni alle “voci di corridoio”, e tutto ciò deresponsabilizzava. Noi dicemmo che bisognava usare l’indicativo e le fonti con il nome. Questo mi procurò nel tempo una massa di querele per diffamazione, molte vinte, tant’è che io sono a piede libero. Era una novità, questo fatto di fare una stampa assertiva e dichiarare le fonti. Naturalmente ciò presentava qualche inconveniente perché affermare con l’indicativo presente o il passato prossimo un fatto accaduto significava talvolta sbagliare (e noi abbiamo sbagliato a volte). Ne abbiamo dato conto sempre, noi, con rettifiche; se l’errore era grave ne abbiamo dato conto in modo più evidente (io chiesi scusa per l’uccisione di un giovane di fede fascista nel periodo dello stragismo: noi, per ragioni faziose, come dissi io autocriticandoci, davamo più peso alle morti che avvenivano “a sinistra” che a quelle che avvenivano “a destra”.

 

Le parole vanno collocate in un contesto, diversamente diventano irrilevanti, insignificanti. L’uso eccessivo delle parole allarga il loro significato semantico. E questo accade ad esempio per una parola: democrazia. Di questa parola sembra a prima vista che i significati siano ben chiari, ma non lo sono più, forse non lo sono mai stati. Democrazia significa molte cose; anche la parola maggioranza si presta ad essere deformata in parole che possono persino somigliarle, come demagogia. La demagogia apparentemente è la proposta al pubblico di fare ciò che il pubblico vuole o sembra volere, e ciò si verifica in modo molto diffuso in chi detiene il potere, voglia mantenerlo o estenderlo; la demagogia parte da posizioni spesso false e assume come dati di fatto cose che non sono vere. In ciascuno di noi c’è qualcosa di negativo perché noi siamo fondamentalmente egoisti e siamo attaccati all’istinto primordiale di sopravvivenza, che è la conquista del proprio spazio vitale, del proprio territorio, della propria identità. Tutto ciò contrappone una persona all’egoismo dell’altro e degli altri, ed all’aspirazione ai propri privilegi dell’altro e degli altri. Ecco perché la ricerca del bene e del male è molto ardua, perché la base naturale è questa.

Il solo vero diritto naturale che noi conosciamo non solo nella nostra specie, non solo nel regno animale, perfino in quello vegetale, è l’istinto di sopravvivenza e il diritto che ne deriva. Allora si dice: qual è la morale? Secondo me la morale è un secondo istinto altrettanto forte del primo, l’istinto alla sopravvivenza della specie o se volete della comunità alla quale si appartiene e che si estende quando la comunità diventa globale.

Oggi siamo colpiti ed emozionati da stragi che riguardano gli uomini, grazie alla velocità della comunicazione del pianeta possiamo fare del dolore che colpisce alcune persone il nostro dolore. C’è un equilibrio tra la sopravvivenza del singolo e il mantenimento dell’identità della specie. Facendo sopravvivere se stesso un individuo della specie animale contribuisce a far vivere la propria specie, in questo senso non è trasgressivo. Noi, invece, trasgrediamo, perché per noi gli istinti della sopravvivenza di noi stessi e di sopravvivenza della specie configgono.

Perché noi trasgrediamo? Perché siamo probabilmente allo stato l’unico esempio di mente riflessiva, noi possediamo una mente in grado di pensare se stessa mentre pensa e quindi in grado di sapere che noi moriremo, che noi col passare del tempo stiamo invecchiando. Le altre specie sono ripetitive e non sanno né di morire né di invecchiare. Noi viviamo con l’incubo di questa scadenza e cerchiamo di esorcizzare. L’incendiario di Efeso compie un atto vandalico affinché a migliaia di anni di distanza si ricordi ancora questo gesto. Probabilmente se noi facessimo il blackout sui fatti del terrorismo, il terrorismo si ridurrebbe o si spegnerebbe. Possiamo farlo?

 

Noi viviamo in una civiltà mediatica, dello spettacolo, e ciò significa che noi non possiamo tirar fuori un singolo media dal meccanismo dei media. Se noi guardiamo una trasmissione “bizzarra” come l’Isola dei Famosi, che a volte supera il 50% dello share, che altro non è che un reality show, una variante del grande fratello. Sono trasmissioni dell’effimero che creano un meccanismo nel quale chiunque guardi aspira ad entrarvi. Quando la massa diventa fruitrice delle tecnologie si accorge di essere parte di una società che vive sulle immagini. E qui nasce il desiderio impellente di entrare nella notorietà ed di uscire almeno una volta dall’anonimato.

Nell’ambito di una Università, che non a caso ha questo nome, ci sono molte componenti: studenti, docenti, componenti dell’amministrazione ecc. Ciascuna di queste componenti lotta per il proprio spazio e lotta per far parte del processo. Questo complica il tutto perché, per dar spazio alla partecipazione e armonizzare elementi a volte contrastanti, il compito diventa arduo.

 

Gli addetti alla comunicazione devono essere attenti perché non esiste una verità assoluta. Noi viviamo in un mondo di notizie e di opinioni sulle notizie. Teniamo presente che ciò vale per la nostra specie, proprio perché noi siamo dotati della mente riflessiva di cui parlavo prima. Ognuno di noi è il centro del mondo, dal più infimo livello sociale e professionale ai livelli maggiori. Bush, con qualche ragione, si ritiene un punto al centro del mondo; ma anche il mio contadino di Velletri, dove ho una terra, si ritiene tale perché guarda dal suo punto di vista. E da quale altro punto di vista dovrebbe farlo, d’altronde?

 

Una volta venne a trovarmi il direttore del più grande giornale australiano per vedere come funzionasse il mio giornale. Io gli chiesi: “voi, in Australia, non vi sentite un po’ periferici?”. Lui mi guardò e mi disse: “non ho capito”. Io mi spiegai meglio: “perché voi state lontani...”. Lui capì e spiritosamente mi rispose: “in realtà “voi” state lontani…”.

L’altro giorno feci un altro esempio: io ero andato a spiegare questi concetti in un’Università a Palermo e cercavo di spiegare che l’oggettività, che sembra essere il bene maggiore di chi fa questa professione, non esiste. Ma vedevo che non mi capivano. Allora dissi a due ragazzi di guardarmi, ed essi lo fecero. Poi chiesi al ragazzo di guardare la ragazza che sedeva accanto a lui e di descrivermi suo naso. Lui disse che aveva il naso aquilino. Io dissi che io, che la guardavo di faccia e non di profilo, vedevo un naso greco, perché non vedevo la gobba. Per cui ognuno vede dal proprio punto di vista.

Narciso si innamorò di sé stesso specchiandosi in un lago, e se egli fosse stato gobbo non avrebbe mai visto la sua gobba. Per cui è passato alla storia come bellissimo, ma non sappiamo se lo fosse veramente.

Noi perciò, quando comunichiamo, dobbiamo dire da quale punto di vista noi guardiamo: questo è il massimo dell’obiettività che possiamo esprimere. Tutte le polemiche che ho sempre avuto con il Corriere della Sera le ho avute perché dicevo che non sapevo da quale punto di vista guardassero. Loro dicevano di guardare dall’alto. Ma che vuol dire “guardare dall’alto”?

Non esiste una realtà assoluta di un fatto. Voi per esempio credete di conoscermi. Io solo invece mi conosco, come noumeno; ma se io bevo un bicchiere di vino io divento persona di versa da prima di averlo bevuto; se assumo una droga lo stesso. Ed io stesso mi vedo in un’ottica diversa.

Quindi non esiste che l’ermeneutica.

 

Noi sappiamo che esiste il mercato. E il mercato è l’incontro delle leggi della domanda e dell’offerta formative di un prezzo. Poi si dice che la variabile indipendente del salario (Vendola, questa la dedico a te) è una scemenza, una cosa che non esiste, perché il salario deve essere compatibile. Nessuno ha mai osservato che in ogni mercato c’è sempre almeno una variabile indipendente. Ad esempio il profitto, che è una variabile indipendente senza la quale il mercato non funziona perché non si produce e non si distribuisce. Corretto? [attimo di silenzio-assenso]

È sbagliato! Perché noi assumiamo sempre che la distribuzione del reddito sia indifferente: cioè pensiamo che è vero che il profitto determina produzione di ricchezza, poi distribuita in un certo modo. Ma se la distribuzione di ricchezza cambia le curve cambiano completamente. L’equilibrio dei prezzi può cambiare completamente. La cosa funziona così data una certa distribuzione. Ma chi la dà questa distribuzione?

 

Concludo dicendo che tutto è relativo e la democrazia vive di questo relativismo: essa non è che lo spazio pubblico in cui i relativismi si confrontano e trovano un denominatore comune di resistenza a meno di non imporre un assoluto sui relativismi.

Termino con una riflessione sulle le parole: il rettore ha detto che le parole sono pietra. Le parole contano molto. Il professor Coluccia ci ha ricordato che le parole contano molto e che spesso vengono dimenticate.

Io chiuderò ricordando un passo di Rabelais quando Pantagruel, figlio di Gargantua, fa un viaggio e arriva in un’isola, in una zona fredda dove vedono pendenti dal cielo dei ghiaccioli che mandavano un sordo rumore dal quale non si capiva bene che rumore fosse. Tutto ciò era estremamente confuso. Poi scoprono che erano arrivati in un’isola deserta dove i ghiaccioli erano parole che si erano congelate e che però, grazie ad un sole pallido, cominciavano a sciogliersi e davano origine a questi suoni confusi.

Le parole sono pietre, è vero, ma spesso sono ghiaccioli che a volte suscitano confusione. Noi dobbiamo fare in modo da non essere assordati dalle parole che si liquefanno.