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Munnu è statu, munnu ete, munnu (non?) sarà

di Danilo Lupo, Casarano 23/12//2005

 

 

From               : "luca toma" casarano79@hotmail.it

To                   : danilo976@libero.it

Cc                   :

Date                : Fri, 16 Dec 2005 16:35:39 +0100

Subject            :

 

Ciao, ho letto quello che hai scritto nel tuo editoriale. Io sono uno degli operai in mobilità e sono pienamente d'accordo sul fatto che non abbiamo fatto nulla, questo perchè ognuno pensa a se stesso e degli altri se ne frega, è per questo motivo che non c'è stata mai una manifestazione. Ti posso assicurare però che molti di noi che sono stati licenziati nel marzo scorso non sono stati a guardare,è vero non abbiamo fatto manifestazioni ma perché sapevamo che saremmo stati in pochi in quanto
molti facevano affidamento sul fatto che c'era l' accordo tra Filanto e sindacati per l'apertura dello stabilimento di Patù. Molti di noi sapendo che la nostra destinazione era Patù si è ritrovata il 9/03/2005 in piazza S. Domenico e ci siamo recati dal sindaco per farci aiutare (sapevamo che Patù era stata scelta in modo che molti rinunciassero); il signor sindaco ha promesso che avrebbe fatto di tutto ma si e' totalmente disinteressato. Abbiamo cercato l'appoggio dei sindacati ma loro ci hanno risposto "se volete lavorare dovete andare a Patù, non ci sono alternative" (lo stabilimento della boys e della nuovissima sono vuoti). Io insieme a molti altri abbiamo deciso allora di rivolgerci ad un legale di un sindacato autonomo il quale ha avviato le pratiche per contestare il licenziamento (da fare entro i 60 giorni dal ricevimento della raccomandata di licenziamento) in quanto l'azienda non e' in crisi. Altri colleghi invece di seguire il nostro esempio hanno commentato il nostro gesto così,"se andiamo dall'avvocato non ci chiameranno a Patù quindi preferiamo aspettare tanto c'e' l'accordo con il sindacato." Ora però anche chi non è andato dall'avvocato e' rimasto a casa senza lavoro. Concludo dicendoti che è vero che c'è stato molto disinteresse da parte degli operai ma non per questo siamo stati con le mani in mano infatti ora siamo in 150 che hanno fatto causa all'azienda. Per quanto riguarda l'assemblea molti di noi non lo sapevano (io fra questi) ed inoltre ti vorrei informare che anche a Tricase nonostante la lotta hanno ottenuto che i sindacati firmassero lo stesso accordo che era stato fatto per la Filanto cioè: mobilità mirata con il reimpiego presso un'altra ditta entro e non oltre i
sei mesi. DA NOI QUESTO ACCORDO E' STATO FATTO A MARZO DEL 2005 SIAMO A
DICEMBRE ED A PATU' CI SONO 40 OPERAI SU 250!!!

 

 

 

From               : "Cristian" gerundiocristian@tiscali.it

To                   : danilo976@libero.it

Cc                   :

Date                : Sat, 17 Dec 2005 09:54:15 +0100

Subject            : tac

 

Ciao Danilo,

secondo me alla tua domanda se a qualcuno importi davvero il tac, io credo che a qualcuno come gli imprenditori ancora importi molto dal punto di vista dei finanziamenti a qualcuno come gli operai ancora hanno il sussidio della cig o della mobilità e ancora non si rendono conto di quello che sta accadendo ma prima o poi gli ammortizzatori sociali finiscono e dopo cosa faranno? probabilmente allora ci sarà una manifestazione di piazza. Per quanto riguarda il sindacato a Casarano posso confermarti che aveva organizzato uno sciopero poi rifiutato dagli operai che stavano dentro che lavoravano, ero presente anche io davanti ai cancelli nessuno si fermò non credo perchè non volevano ma per paura di ritorsioni dentro la fabbrica. Si, la paura dei continui ricatti che hanno dovuto subire in tutti questi anni gli operai di Casarano credo sia pure questo uno dei motivi del non manifestare a Casarano .

saluti Cristian Gerundio

 

 

 

From               : "Alessandro De Marco" alex.de.marco@libero.it

To                   : danilo976@libero.it

Cc                   :

Date                : Sat, 17 Dec 2005 17:15:57 +0100

Subject            : sul TAC

 

 

 

Caro Danilo, 

ho letto attentamente il tuo articolo: Ma siamo sicuri che ai casaranesi importi davvero del Tac?

concordo con te quando dici che i casaranesi più che manifestare si arrangiano e oltre a lavorare a nero o/e alla giornata, e in questo si è riscoperto il lavoro nei campi!, alcuni ex operai calzaturieri hanno anche scelto di trasferirsi al nord alla ricerca di un posto più sicuro. In alcuni casi gli emigranti sono stati anche costretti a rinunciare al calore dalla famiglia e all'affetto dei cari.

Quello che mi chiedo e ti chiedo è se poi in realtà noi italiani, senza distinzione geografica, siamo capaci di manifestare sul serio.

Ad esempio per il caso della TAV doveva succedere un casino in ogni piazza d'Italia, eppure ci è sembrato un problema di quelli là del nord!

Ancora, il governo ha assegnato ingenti fondi al polo del legno veneto e al sud... manco una lira. Non sarà forse che ci manca un po’ di spina dorsale, o siamo solo degli egoisti?

Complimenti per il sito

Alessandro De Marco

 

 

 

 

 

 

Non è facile rispondere a tre mail così diverse e che affrontano temi tanto distanti, anche se tutti collegati tra loro. Ci proverò nel massimo della brevità.

 

Alessandro De Marco mi chiede se gli italiani sono capaci di manifestare sul serio: non saprei dare una risposta generale, ma ad occhio e croce direi di sì. Se penso agli ultimi anni i movimenti per la pace, ad esempio, hanno avuto una forza straordinaria e hanno prodotto nel nostro paese una mobilitazione addirittura maggiore rispetto a quella di nazioni che hanno più abitanti (la Germania, per dirne una). Oppure i tre milioni di persone scese in piazza a Roma all’epoca dello scontro tra la Cgil di Cofferati e Berlusconi, che sono una cifra impensabile in altri paesi europei (pensiamo alla forza delle Trade Union inglesi, che però non sono riuscite a costruire opposizioni paragonabili nei ruggenti anni ’80 tatcheriani). Se sulla Tav non è successa la stessa cosa, dipende – credo – da quel fenomeno noto come sindrome «Nimby»: si tratta delle iniziali della frase inglese «not in my back-yard», non nel mio giardino; ovvero siamo tutti genericamente convinti che alcune opere siano necessarie  ma se me le costruisci dietro casa la mia tiepida approvazione si trasforma in una calda opposizione; esempio classico sono gli inceneritori dei rifiuti: ricordate il caso di Scanzano Jonico? Detto questo, sono d’accordo: la questione Tav non riguardava solo la Val di Susa; avere treni superveloci tra Torino e Lione e littorine che mettono due ore tra Gagliano e Lecce è una cosa che deve far imbestialire molto più i salentini dei piemontesi!

 

Cristian Gerundio chiede cosa faranno gli operai quando finiranno gli ammortizzatori sociali. Ripeto quello che ho detto nell’ultimo editoriale: la maggior parte di loro hanno già cominciato ad arrangiarsi e  la cassa integrazione e la mobilità sono sempre di più un’integrazione al reddito familiare, piuttosto che l’unica entrata. Altrimenti se ci si sentisse sotto le chiappe il fuoco della fine di questi ammortizzatori è molto probabile che qualche iniziativa, di qualunque tipo, si sarebbe messa in campo. Il sindacato – dice la mail – aveva provato ad organizzare uno sciopero, ma gli operai non ne hanno voluto sapere, intimiditi dalla dirigenza della fabbrica. Ci credo. Gli imprenditori sono sempre stati piuttosto allergici ai sindacati e agli scioperi; in più, qui a Casarano, c’è un fatto che non va mai dimenticato, ovvero che la sindacalizzazione è arrivata dall’alto, non dal basso. Le organizzazioni sindacali, in sostanza, sono entrate in fabbrica quando lo ha deciso il proprietario, che lo ha deciso proprio per ricevere dai sindacati l’avallo sulle politiche di ristrutturazione e dallo stato gli aiuti necessari per attuarle. Quando i sindacati hanno cercato di entrare nella Filanto dal basso, negli anni ’70, si sono rotti le ossa (c’è un interessante libro su questo argomento, «L’imprenditore padrone», firmato dagli avvocati che seguirono quella fase, Renna e Romano). La storia, purtroppo o per fortuna (questione di punti di vista), è stata questa: ma qualche dubbio sull’effettiva capacità di mobilitazione del sindacato e sulla sua effettiva capacità di contrapporsi – quando è necessario – all’azienda, viste le premesse, è legittimo averlo.

 

La mail a cui non so rispondere, invece, è quella di Luca Toma. È un messaggio «dall’interno» e – devo essere sincero – mi ha colpito davvero molto. Perché racconta, al di là della singola vicenda, la sensazione che credo sia prevalente in chi ha perso il posto, è stato messo in mobilità o in cassa integrazione. L’impotenza. Leggendo quella mail si sente la difficoltà di una situazione più grande di ciascuno di noi: le iniziative sono poche e sparpagliate, gli operai vanno in ordine sparso, chi vuole organizzare qualcosa trova individualismo, paura di esporsi, indifferenza. I sindacati difendono gli accordi (e ci mancherebbe altro, avendoli sottoscritti), il Comune ascolta ma non interviene (e dubito che ne abbia il potere e l’autorevolezza). Delle altre istituzioni nemmeno l’ombra, c’è poco da fare, si sa come vanno queste cose: «munnu è statu, munnu ete e munnu sarà», dicevano i vecchi. O forse no, visto che oltre cento persone si sono affidate alla giustizia, non fidandosi di accordi, strategie, rilanci del settore. Io non so dire se questa sia la strada giusta, se si rischia o meno di fracassare una situazione delicatissima, se le carte bollate non hanno l’effetto del proverbiale elefante nella cristalleria. So però che c’è qualcosa di peggio della crisi economica e delle difficoltà produttive. È la rassegnazione, il pensare che il mondo è stato, è e sarà sempre uguale e non c’è niente che possiamo fare, se non raccomandarci l’anima a Dio e il corpo al potere. In quella mail la rassegnazione non c’è: è un esempio per tutti, anche per chi con il tac non ha niente a che fare.

Danilo Lupo