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Piazza Diaz e gli alberghi ad ore

di Danilo Lupo, Casarano 25/10//2005

 

 

Da domenica 23 ottobre è arrivata una decisione su piazza Diaz. Che sia definitiva è tutto da vedere, ma il compromesso raggiunto (chiusura ai parcheggi tutta la settimana, chiusura al traffico solo nel week-end) è almeno un punto fermo nel marasma di opinioni e di fatti che ruotano intorno al cuore del centro cittadino. E ora una prima valutazione di questa vicenda infinita si può fare, cercando (per quanto si può) di separare gli elementi di pura polemica contro l’amministrazione dagli errori che l’amministrazione ha compiuto concretamente. La storia del rifacimento della piazza, si sa, parte da lontano, quindi è bene cominciare dal principio e andare per punti rapidi.

Inutile,  probabilmente, lamentarsi della lungaggine dei lavori di rifacimento della piazza: da che mondo è mondo (e da che Comune è Comune), i lavori pubblici sono lenti. Purtroppo, ovviamente, ma di fronte al rifacimento del cosiddetto «salotto buono» della città, meglio spendere qualche mese in più, pur di avere il risultato migliore possibile.

 

Il che ci porta dritti dritti alla seconda domanda: il risultato del rifacimento è il migliore possibile? Purtroppo no, per una serie di motivi. La qualità dei lavori, innanzitutto: è cattiva, e la parte da poco rifatta è tanto più brutta (con quelle antiestetiche fughe di cemento e con quei basoli posti alla meglio, con un’alternanza di vecchio e di nuovo), se la paragoniamo con la parte centrale, che è stata toccata appena. La conclusione viene da sé: ad un secolo di distanza, non solo non siamo riusciti a migliorare il basolato, ma l’abbiamo peggiorato.

Cosa si poteva fare in alternativa? Probabilmente molte cose, di sicuro almeno tre. La prima era quella di usare solo basoli vecchi per ripavimentare la piazza. È vero, inevitabilmente una parte dei basoli (e del volume degli stessi) va dispersa nei lavori. Allora meglio scegliere una strada, magari tra quelle abbandonate a sé stesse di Borgo Terra, pavimentarla con basoli nuovi e usare quel prezioso materiale per dare un manto omogeneo al «salotto» della città. La seconda era quella di andare a scartabellare negli archivi e ripescare il capitolato di un secolo fa. Lì si sarebbero trovate tutte le indicazioni seguite per costruire piazza Diaz all’epoca: le stesse che bisognava seguire nel suo rifacimento. La terza sta nelle casse comunali: non si fanno le nozze con i fichi secchi, non si rifà la piazza centrale del paese con circa 250 milioni, tutto compreso.

Cattiva qualità dei lavori, si diceva, ma anche per un altro motivo, al di là del basolato. Come direbbe il commissario Montalbano, «che mi significa» l’alternanza, nell’illuminazione, tra lampioni e faretti da terra? L’effetto (ripeto: purtroppo) è un patchwork di dubbio gusto e senza identità omogenea. Se l’illuminazione piange, i marciapiedi non ridono; in questo caso, però, bisogna tenere presente la conformazione di piazza Diaz: non stiamo parlando di un rettangolo ideale, ma di una piazza di paese, con palazzi che sporgono e una conformazione irregolare.

 

Alla fine, bene o male (ognuno la pensi come vuole) i lavori sono terminati. E sta qui, forse, l’errore peggiore compiuto dall’amministrazione. Non nell’aver terminato i lavori, naturalmente, ma nell’essere arrivato a questo momento cruciale senza avere già pronto un piano. Qualunque piano, come si dice, ma non un piano qualunque: vale a dire operativamente fattibile, politicamente forte e democraticamente condiviso.

L’idea del sindaco – è noto – era quella della chiusura di piazza Diaz a traffico e parcheggi. Un’idea, secondo la mia personalissima opinione, assolutamente condivisibile. Per essere realizzata doveva essere, però, operativamente fattibile, politicamente forte e democraticamente condivisa, il tutto in tempo utile.

Operativamente fattibile. Mentre procedevano i lavori del cantiere di piazza Diaz, bisognava concludere qualcuno dei molti progetti che mirano a ricavare parcheggi in centro. Sia l’ex Arena Moderna, sia il mercato coperto, sia una zona come quella usata dai commercianti lo scorso anno (accanto Palazzo D’Elia, dietro il palazzo dei Costa, per capirsi), i parcheggi dovevano essere disponibili al momento della chiusura del cantiere.

Politicamente forte. Possibile che mentre la piazza era lì, finita e chiusa, con l’imbarazzo di non saper che farsene, debba cominciare il dibattito tra i partiti della maggioranza? Prima i Ds, poi la Margherita, quindi Paolo Zompì (che ormai – ma forse da sempre – fa partito a sé), infine l’Udeur. Ognuno con una propria idea, diversa da quella degli alleati: legittimo, ma la discussione non poteva essere anticipata? Mentre a Roma si discute, disse in un celebre passo delle sue Storie Tito Livio, Sagunto viene espugnata. Così, mentre in piazza San Domenico si discute, piazza Diaz viene riaperta al traffico. Quello dei commercianti non è stato un bel gesto: il rispetto delle regole, anche quando non le si condivide, è necessario. Ma se non è da lodare, la rivolta degli esercenti non può essere neanche condannata. Perché le regole non sono un valore in sé: sono gli strumenti che un potere (quale che esso sia, familiare, associativo, politico e via discorrendo) si dà per raggiungere un obiettivo. Ma se, come in questo caso, l’obiettivo è evanescente, le regole finiscono con il perdere la propria forza. E una conferma implicita è venuta proprio dall’amministrazione, che dopo la protesta ha riaperto la piazza, in attesa di capire quale fosse il proprio obiettivo.

 

Democraticamente condivisa. La riunione (che era lo stesso Palazzo dei Domenicani a definire «risolutiva») tra Venuti e i commercianti di piazza Diaz si è tenuta molto (troppo?) tardi, quando ormai gli stessi commercianti avevano forzato la mano e costretto l’amministrazione a chiudersi in difesa. Ma quello che non si capisce è il motivo per cui gli interessati alla vicenda di piazza Diaz siano soltanto coloro che vi lavorano e non siano stakeholder, portatori di interessi, anche quelli che ci vivono, ci passano il proprio tempo (in forma associata o meno) ci passeggiano, ci passano o semplicemente, da casaranesi, la avvertono come propria. Un’assemblea cittadina, magari un consiglio comunale monotematico, aperto e magari svolto proprio in piazza Diaz avrebbe avuto un altro sapore rispetto ad una decisione maturata all’interno degli amministratori e del personale politico cittadino. E probabilmente avrebbe portato acqua al mulino dei sostenitori della chiusura, perché la sensazione prevalente è che in città ci sia una maggioranza silenziosa a favore della pedonalizzazione della piazza.

 

Ora, bene o male, una decisione è stata presa. Ma tutto lascia pensare che della piazza e del suo destino si continuerà a parlare e forse qualcosa cambierà. Da tutta questa vicenda l’amministrazione non ne esce bene: ha rifatto piuttosto male il basolato, è stata costretta a rimangiarsi la chiusura al traffico (o meglio a trasformarla in un compromesso ad ore, come un albergo di dubbia fama) e per ora neanche la chiusura dei parcheggi ha prodotto un grande risultato in termini di vivibilità. Certo, il centrosinistra può consolarsi: l’opposizione (fatta la dovutissima eccezione per l’Udc di Francesco Ferrari, che anzi della questione-piazza ha fatto un tratto distintivo della propria identità) su questa vicenda è afona: le opinioni di Ds, Margherita, Udeur, Paolo Zompì sono note, tutti hanno spiegato quale destino immaginano per il cuore della città. Qualcuno può dire lo stesso di Forza Italia, Alleanza Nazionale, Casarano Amica o 20 di Libertà? Ma di quello che può consolare i politici deve importare poco agli amministratori e per niente ai cittadini: piazza Diaz è un problema da risolvere. L’obiettivo di renderla pedonale è giusto e alcune iniziative, come il bando che incentiva il restauro dei palazzi storici o gli spettacoli del week-end, vanno anch’esse nella direzione giusta. L’amministrazione ha ancora tempo per risolvere il problema con una soluzione operativamente fattibile, politicamente forte e democraticamente condivisa. Speriamo che, questa volta, lo usi bene.