Il piacere puo' fondarsi sull'illusione, ma la felicita' riposa sulla verita'  (Anonimo americano)

 

 

 

 

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Il discorso di insediamento del presidente

 

Traduzione Enrico De Simone

Fonte: http://www.loccidentale.it/tag/inauguration+day 

 21/01/2009

 

20 Gennaio 2009

Giurando sulla Bibbia che venne usata anche da Abramo Lincoln, Barack OBAMA è diventato il 44esimo presidente degli Stati Uniti d'America. Riportiamo il primo discorso del presidente.

 

Concittadini

Sono qui oggi in umiltà di fronte al compito che ci attende, grato della fiducia di cui mi avete investito, memore dei sacrifici dei nostri antenati. Ringrazio il presidente Bush dei servigi resi alla nazione, come della generosità e della collaborazione da lui mostrata durante questa transizione.

Quarantaquattro americani hanno finora prestato il giuramento da presidente. Le parole sono state pronunciate durante ondate di prosperità e acque calme di pace. Ma altrettanto spesso il giuramento è arrivato in mezzo a nubi e tempeste. In questi momenti, l’America è andata avanti non soltanto per la lungimiranza di chi siede nelle alte sfere, ma perché Noi, il Popolo, siamo rimasti fedeli agli ideali dei nostri padri, e alle nostre Carte costituenti.

Così è stato. Così dev’essere per questa generazione di americani.

Che ci troviamo nel mezzo di una crisi, è cosa ben nota. Il nostro paese è in guerra, contro una rete di violenza e odio dalle lunghissime propaggini. La nostra economia è fortemente indebolita, una conseguenza di avidità e irresponsabilità da parte di alcuni, ma anche della nostra collettiva mancanza nel fare scelte dure e preparare la nazione per una nuova era. Sono state lasciate case, persi posti di lavoro, chiuse attività. Il nostro sistema sanitario è troppo costoso; le nostre scuole troppo spesso falliscono; e ogni giorno che passa porta ulteriore evidenza che il modo in cui usiamo l’energia rafforza i nostri avversari e minaccia il nostro pianeta.

Questi sono gli indicatori della crisi, riscontrabili con dati e statistiche. Meno misurabile ma altrettanto profondo è un crollo di fiducia che attraversa la nostra terra – una persistente paura che il declino dell’America è inevitabile, e che la prossima generazione dovrà abbassare le proprie aspettative.

Oggi vi dico che le sfide che abbiamo di fronte sono reali. Sono serie e sono tante. Non saranno risolte facilmente o in breve tempo. Ma, americani, sappiate questo: saranno superate. In questo giorno siamo qui in questo luogo perché abbiamo scelto la speranza alla paura, l’unità di intenti al conflitto e alla discordia.

In questo giorno, proclamiamo la fine di lamentele meschine e false promesse, di recriminazioni e dogmi decaduti, che per troppo tempo hanno strangolato le nostre politiche. Restiamo una nazione giovane, ma – usando il linguaggio delle Scritture – è arrivato il momento di mettere da parte i baloccamenti da bambini. E’ giunto il momento di riaffermare il nostro vecchio spirito, di scegliere la nostra storia migliore; di portare avanti quel regalo prezioso, quel nobile ideale passato di generazione in generazione: la promessa di Dio che siamo tutti uguali, tutti liberi, e che tutti meritiamo una possibilità per inseguire una felicità piena.

Nel riaffermare la grandezza della nostra nazione, comprendiamo che la grandezza non è mai una cosa data. Deve essere guadagnata. Il nostro viaggio non è mai stato caratterizzato da scorciatoie, o dallo spostare più indietro la meta prefissata. Non è stato un tragitto per i deboli di cuore – per chi preferisce l’ozio al lavoro, o per chi cerca solo i piaceri della ricchezza e della fama. Sono stati invece coloro che si sono assunti dei rischi, coloro che hanno fatto, che hanno costruito – alcune volte celebrati, ma più spesso senza altra gloria che il loro lavoro – sono questi gli uomini e le donne che ci hanno fatto avanzare lungo la strada verso la prosperità e la libertà.

Per noi, impacchettarono le loro poche cose e viaggiarono attraverso gli oceani in cerca di una nuova vita.

Per noi, lavorarono duramente e posero le fondamenta del West; resistettero alla frusta di una mondo ostile e ararono la dura terra.

Per noi hanno combattuto e sono morti, in luoghi quali Concord e Gettysburg, Normandia e Khe Sahn.

Ogni volta questi uomini, queste donne combatterono, si sacrificarono e lavorarono fino a spellarsi le mani, affinché noi potessimo vivere una vita migliore. Vedevano l’America più grande della somma delle loro singole ambizioni; più grande di tutte le differenze di nascita, di benessere o di partito.

Questo è il viaggio che noi proseguiamo oggi. Siamo ancora la più prospera e potente nazione della Terra. I nostri lavoratori non sono meno produttivi di quando questa crisi iniziò. Le nostre menti non sono meno inventive, i nostri beni e servizi non meno necessari di quanto fossero la scorsa settimana, o il mese o l’anno passato. Le nostre capacità restano invariate. Ma il tempo di proteggere interessi di pochi e di evitare decisioni spiacevoli, quello è senz’altro finito. A partire da oggi, dobbiamo rialzarci in piedi, toglierci la polvere di dosso e ricominciare il nostro lavoro di fare grande l’America.

Ovunque guardiamo, c’è del lavoro da fare. Lo stato dell’economia esorta all’azione, rapida ed efficace, e noi agiremo – non solo per creare nuovi posti di lavoro, ma per gettare le basi di una nuova crescita. Costruiremo strade e ponti, reti elettriche e linee digitali per alimentare il nostro commercio e collegarci insieme. Riporteremo la scienza al posto che le compete, e adotteremo le meraviglie della tecnologia per innalzare la qualità dell’assistenza medica, e abbassarne i costi. Sfrutteremo il sole, il vento e la terra per alimentare le nostre automobili e le nostre fabbriche. E trasformeremo le nostre scuole, i nostri college e università per venire incontro alle esigenze di una nuova era. Possiamo fare tutto questo. E faremo tutto questo.

C’è chi mette in dubbio la dimensione delle nostre ambizioni, qualcuno suggerisce come il nostro sistema non ammetta troppe grandi imprese. Le loro memorie sono corte. Perché hanno dimenticato quello che questa nazione ha già fatto; quello che uomini e donne liberi possono ottenere quando l’immaginazione di tutti è volta a un fine comune, e le necessità al coraggio.

Ciò che i cinici mancano di comprendere è che il terreno gli è scappato di sotto i piedi – che i vecchi argomenti politici che troppo a lungo ci hanno consumato non sono più applicabili. La domanda che ci poniamo oggi non è se il governo sia troppo grande o troppo piccolo, ma se funzioni – se aiuta le famiglie a trovare un lavoro e una paga decente, a dar loro una buona assistenza che riesce a dare, che assicuri un ritiro lavorativo dignitoso. Dove la risposta è sì, intendiamo andare avanti; dove la risposta è no, i programmi si fermeranno. E quelli di noi che disporranno di soldi pubblici saranno oggetto d’attenzione – perché li spendano bene, cambino le cattivi abitudini e facciano i nostri affari alla luce del sole – perché solo così potremo restaurare la fiducia, vitale, tra il popolo e il suo governo.

Un’altra domanda che non ci riguarda è quella se il mercato sia una forza benigna o maligna. La sua potenza nel generare benessere e portare libertà è senza eguali, ma questa crisi ci ha ricordato che senza un occhio vigile che controlli, il mercato può impazzire – e che una nazione non può prosperare a lungo se favorisce solo i ricchi. Il successo della nostra economia è sempre dipeso non soltanto dalle dimensioni del nostro prodotto interno lordo, ma dalle ramificazioni della nostra prosperità; dalla nostra abilità di estendere le opportunità a ogni cuore che vi anelasse – non per spirito di carità, ma perché è la più sicura strada al bene comune.

Come per la nostra difesa comune, rigettiamo come falsa la scelta tra la nostra sicurezza e i nostri ideali. I nostri Padri Fondatori, di fronte a pericoli che noi possiamo a malapena immaginare, stilarono una Carta per assicurare le regole della legge e i diritti dell’uomo, una carta cresciuta con il sangue di generazioni. Quegli ideali ancora illuminano il mondo, e non vi abiureremo per opportunismo. E quindi, a tutti gli altri popoli e governi che stanno guardando qui oggi, dalle capitali più grandi al piccolo villaggio dove è nato mio padre: sappiate che l’America è amica di ogni paese e di ogni uomo, donna, bambino che cerchi un futuro di pace e dignità, e che siamo pronti a guidare, su questa strada, ancora una volta.

Ricordate che recenti generazioni hanno abbattuto fascismo e comunismo non semplicemente con missili e carri armati, ma con alleanze e convinzioni radicate. Avevano capito che la nostra potenza da sola non può proteggerci, né ci dà il titolo di fare quel che ci pare. Al contrario, sapevano che la nostra potenza cresce attraverso un uso prudente; la nostra sicurezza discende dalla giustezza della nostra causa, la forza dal nostro esempio, dall’umiltà e dal senso del limite.

Noi siamo i custodi di questa eredità. Guidati una volta ancora da tali principi, possiamo affrontare questi nuovi pericoli che richiedono uno sforzo ancora maggiore – e una cooperazione ancora maggiore tra le nazioni. Cominceremo con il lasciare responsabilmente l’Iraq alla sua gente, e a forgiare la pace in Afghanistan. Con i vecchi amici e i nuovi nemici lavoreremo instancabilmente per minimizzare la minaccia atomica, e far retrocedere lo spettro del riscaldamento globale. Non ci scuseremo per il nostro stile di vita, né ci affanneremo in sua difesa, e per coloro che cercheranno di raggiungere i propri scopi attraverso il terrore e massacrando innocenti, vi diciamo che il nostro spirito è più forte e non può essere battuto; non potrete sopravviverci, e vi sconfiggeremo.

Infatti sappiamo che la nostra eredità composita è una forza, non una debolezza. Siamo una nazione di Cristiani e Musulmani, Ebrei e Indù, e non credenti. Siamo stati plasmati da ogni linguaggio e ogni cultura, arrivati da ogni angolo della Terra; e dato che abbiamo provato l’amaro calice della guerra civile e della segregazione, e siamo emersi da quell’oscuro capitolo più forti e più uniti, non possiamo che credere che i vecchi rancori un giorno svaniranno; che le divisioni tribali presto si dissolveranno; che più il mondo diventa piccolo più la nostra comune umanità si riveli, e che l’America debba giocare il suo ruolo nell’aprire una nuove era di pace.

Al mondo musulmano dico che cerchiamo una nuova strada, basata su interessi e rispetto reciproci. A quei leader nel mondo che sobillano conflitti, o condannano le società malate dell’Occidente – sappiate che la vostra gente vi giudicherà per ciò che costruite, non per quel che distruggete. A quelli che si aggrappano al potere con la corruzione e la soppressione del dissenso, sappiate che siete dalla parte sbagliata della storia; ma che siamo pronti a tendere una mano se saprete mollare la presa.

Alla gente dei paesi poveri, ci offriamo a lavorare al vostro fianco per far fiorire le vostre fattorie e far scorrere acque pulite; per nutrire corpi indeboliti e menti affamate. E a quelle nazioni che, come la nostra, godono di una relativa abbondanza, diciamo che non possiamo sopportare ancora l’indifferenza alle sofferenze oltre i nostri confini; né che possiamo consumare le risorse del mondo senza curarci delle conseguenze. Perché il mondo è cambiato, e noi dobbiamo cambiare con esso.

Considerando la strada che ci si apre innanzi, ricordiamo con umile gratitudine quei fieri americani che, in questo preciso istante, pattugliano deserti e montagne lontane. Hanno qualcosa da dirci oggi, come gli eroi che giacciono ad Arlington mormorano attraverso gli anni. Li onoriamo non solo perché sono i guardiani della nostra libertà, ma perché incarnano lo spirito di servizio; la volontà di trovare un significato in qualcosa più grande di loro stessi. E’ proprio questo lo spirito che, adesso, deve albergare in noi.

Perché, per quanto il governo possa e debba fare, in definitiva la nazione dipende dalla fede e dalla determinazione degli americani. E’ la gentilezza di accogliere un estraneo in difficoltà, la solidarietà di lavoratori che preferiscono tagliarsi le ore di lavoro che vedere un amico licenziato che ci hanno illuminato nelle nostre ore più buie. E’ il coraggio dei pompieri di lanciarsi su una scala in fiamme, ma anche la volontà di un genitore di allevare un bambino, che alla fine decidono del nostro destino.

Le nostre sfide possono essere nuove. Gli strumenti per affrontarle, anche. Ma i valori dai quali dipende il successo – lavoro duro e onestà, coraggio e correttezza, tolleranza e curiosità, lealtà e patriottismo – queste cose non cambiano. Queste sono cose vere. Sono state la forza quieta del nostro progresso lungo la storia. Quello che il momento richiede è un ritorno a queste verità. Quello che si richiede a noi è una nuova era di responsabilità – il riconoscimento, da parte di ogni americano, che abbiamo doveri verso noi stessi, la nostra nazione, e il mondo, doveri che non dobbiamo accettare di malavoglia quanto accogliere volentieri, convinti che non ci sia nulla che dia più soddisfazione per lo spirito, che dia più forza al carattere, che darsi completamente a questo difficile compito.

Questo è il prezzo e la promessa dell’essere cittadino.

Questa è la fonte della nostra fiducia – la consapevolezza che Dio ci chiama per dar forma a un destino incerto.

Questo è il significato della nostra libertà e del nostro credo – il perché uomini e donne di ogni razza e di ogni fede possano unirsi nel festeggiare in questa magnifica piazza, e il perché un uomo il cui padre neanche sessant’anni fa non avrebbe potuto servire in un ristorante può adesso ergersi di fronte a voi per pronunciare uno storico giuramento.

E allora marchiamo questo giorno con il ricordo, di chi siamo e di quanto abbiamo viaggiato. Nell’anno della nascita dell’America, nel mese più freddo, uno sparuto drappello di patrioti si riunì sulle rive di un fiume gelato, in zona di guerra. La capitale era stata abbandonata Il nemico stava avanzando. La neve era striata di sangue. Nel momento in cui l’esito della rivoluzione fu più in bilico, i padri della nostra nazione ordinarono che queste parole venissero lette al popolo:

“Lo si racconti a chi verrà in futuro… che nel mezzo dell’inverno, quando solo la speranza e la virtù possono sopravvivere… la città e la nazione, allerta per un comune pericolo, si innalzarono per affrontarlo”.

America. Di fronte ai nostri comuni pericoli, in questo inverno di difficoltà, ricordiamo queste parole senza tempo. Con la speranza e la virtù, sfidiamo una volta ancora le correnti gelate, e sopportiamo qualunque tempesta possa arrivare. Che i figli dei nostri figli possano dire che quando fummo messi alla prova ci rifiutammo di porre fine al nostro viaggio, che non tornammo indietro e che non tremammo; e che con gli occhi fissi all’orizzonte e la grazia di Dio con noi, abbiamo portato avanti quel gran dono di libertà per consegnarlo, intatto, alle generazioni future.

 

Firma

 

 

Barack Hussein Obama II (Honolulu4 agosto 1961) è un politico statunitense, 44° Presidente degli Stati Uniti.

Candidato del Partito Democratico alle Elezioni presidenziali statunitensi del 2008 ha ottenuto il 4 novembre un numero di "grandi elettori" tale da essere designato come presidente eletto degli Stati Uniti. Si è insediato ufficialmente il 20 gennaio 2009.

Fino a poche settimane prima era il senatore junior per l'Illinois, carica da cui si è dimesso per affrontare l'amministrazione presidenziale. Inoltre è stato l'unico senatore nero durante gli ultimi anni.[1] Per l'esattezza è nato negli Stati Uniti da padre nero del Kenya e da madre bianca del Kansas. Negli Stati Uniti d'America molti lo considerano, usando un'accezione estensiva del termine (poiché solo uno dei due genitori è di colore), afroamericano.[2]

La prima circostanza che gli ha accordato vasta notorietà nazionale è stata la convention democratica del 2004, della quale ha pronunciato il discorso introduttivo. Il 10 febbraio 2007 ha annunciato ufficialmente la sua candidatura per le elezioni presidenziali del 2008.[3]

Dopo un lungo testa a testa ha battuto a sorpresa l'ex first lady e senatrice dello stato di New York Hillary Clinton (ritenuta dai sondaggi la grande favorita della vigilia) alle elezioni primarie del Partito Democratico. Il 3 giugno 2008 Obama ha ottenuto il quorum necessario per la nomination democratica, diventando così il primo nero a correre per la Casa Bianca per uno dei due maggiori partiti. Ha ottenuto l'investitura ufficiale durante la convention del partito che si è tenuta a Denver tra il 25 e il 28 agosto 2008.

 « Yes, we can! »

« Sì, noi possiamo! »

(Motto della campagna presidenziale di Obama pronunciato durante le primarie)

 

Fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/Barack_Obama

 

 

Pubblicato su www.tuttocasarano.it il 21/01/09

articolo inviato da Francesco De Vita

francescode.vita@libero.it

 

 

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