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Esaù e il piatto di lenticchie

 

Di Gabriele Bastianutti

gbastianutti@tiscali.it

Casarano, 09/12/2008

 

Caro Eugenio, in prossimità delle elezioni comunali, l’atmosfera politica si sta scaldando e finalmente anche quei cittadini che sino a poco tempo fa s’interessavano d’altro, oggi si interrogano sul futuro della nostra città. Atteggiamento encomiabile e auspicabile. Finalmente, verrebbe da dire.

Il problema quindi, come in ogni agone elettorale, è quello di stabilire quali forze politiche e quali personaggi rappresentino più degli altri il vero interesse della collettività.

Sfortunatamente il prossimo futuro ci riserverà il tempo delle vacche magre e a poco serviranno i magnificenti proclami dei grandi sognatori per riuscire ad arrivare alla fine del mese o per pagare il mutuo  della casa o per mandare i propri figli all’università.

Diceva il filosofo Feuerbach che per parlare di cultura bisogna avere la pancia piena: triste e amara verità.

Bisognerà quindi con molta probabilità invertire la rotta e dar vita a politiche giovanili e di sviluppo che partano dal basso e che non abbiano la velleità di essere depositarie univoche del futuro della nostra città. Bisognerà porsi nella dimensione dell’ascolto e rinunciare ad ogni atteggiamento di supponenza o di presunzione che da sempre è sinonimo di ignoranza e superficialità.

 Quante strade  sono state precluse alla nostra città dal dominante pensiero unico degli anni 70? Da quel modello di sviluppo il cui epicentro era l’”universo calzature”?  Di fronte al presente, allo specchio  dell’oggi, quante promesse sono state disilluse e quante speranze sono state tradite!!!!

E’ quindi necessario non farsi più incantare dai pifferai magici che vorrebbero farci credere di avere in tasca la soluzione di tutti i problemi solo perché nella loro vita privata hanno raggiunto risultati imprenditoriali. A tal proposito l’esempio di Berlusconi è quanto mai eloquente e fin troppo significativo.

 Una società è giusta quando ognuno attende al suo dovere: gli imprenditori facciano gli imprenditori  anche perché l’idea di società- azienda non è più proponibile oltre ad essere deleteria. Così come non è proponibile colui che si professa ambientalista e poi costruisce strutture abusive o colui che inneggia alla democrazia ma pretendere di decidere da solo. Così come non è più accettabile la logica di un colpo al cerchio ed uno alla botte, di colui che  un giorno prima si schiera a sinistra e quello successivo a destra, di colui che si fa portavoce di bisogni  pubblici e contemporaneamente  insegue interessi privati.

E’ finalmente giunto il tempo della chiarezza e della trasparenza.

E’ necessario il coraggio dei giovani e l’auspicio di una felicità vera e diffusa.

Ripensando al concetto di felicità mi sono ricordato del saggio di Savater “etica per un figlio” nel quale il filosofo ponendosi il problema di dover spiegare al proprio figlio la differenza tra la felicità momentanea e quella vera e duratura, fece riferimento  all’episodio biblico di Esaù e il piatto di lenticchie. Nella Genesi (XXV, 29-34) si racconta infatti che Esaù, il primogenito di Isacco, un giorno tornò dalla caccia così stanco e affamato che non ci pensò due volte a cedere i propri diritti di primogenito (compreso quello di regnare sul popolo di Israele) al fratello Giacobbe, in cambio di un tozzo di pane ed un piatto di lenticchie.

Savater  utilizzò l’esempio per far comprendere a suo  figlio come molto spesso ciò che assume le sembianze della felicità lo è solo in forma momentanea e che la vera felicità è quella durevole  che implica sempre l’uso della ragione e dell’accortezza.

Scrive Savater “Esaù decise che una cosa valeva l’altra. La vita è fatta di tempo, il nostro presente è pieno di ricordi e di speranze, ma Esaù vive come se per lui non vi fosse altra realtà che l’odore delle lenticchie che gli arriva in questo momento al naso, senza ieri né domani. Ancora: la nostra vita è fatta di relazioni con gli altri – siamo padri, figli, fratelli, amici o nemici, eredi, eccetera – ma Esaù decide che le lenticchie (che sono una cosa, non una persona) contano di più per lui di questi vincoli che lo rendono ciò che è. “

 E adesso una domanda: Esaù fa davvero la sua felicità? Chiunque comprende bene che un piatto di lenticchie non può valere un regno e che se Esaù avesse riflettuto con attenzione non avrebbe rinunciato a nulla e avrebbe conservato le proprie ricchezze.

La  speranza  è che i nostri concittadini non barattino il  voto con semplici promesse o piccoli favori che come un piatto di lenticchie daranno l’illusione di sfamare ma renderanno più poveri e più bisognosi.


 

 

     

 

 

 

               

 
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