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Genova 21 luglio 2001

 

 

Di Gabriele Bastianutti

gbastianutti@tiscali.it  

Casarano, 20/03/2008

 

Caro Eugenio, ti invio una mia piccola testimonianza su quanto accadde a Genova nel luglio del 2001. Di fronte ad una nuova ingiustizia, sento il dovere di ricordare, a coloro che in quei giorni a Genova non c'erano, di come sia stata, allora, come oggi, calpestata la dignità di
centinaia di migliaia di cittadini.  All'ingiustizia dei colpi, delle manganellate, pochi giorni fa si è aggiunta quella dell'indulto e della farsa.
 

Guai a voi scribi e farisei ipocriti, che somigliate a sepolcri imbiancati, i quali di fuori appaiono splendidi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putredine! Così anche voi, di fuori sembrate giusti, ma dentro siete pieni di ipocrisia e iniquità “                             Matteo 27-29

 

Da una parte la dilagante miseria, l’impellente bisogno di acqua e medicine, le speranze derise e umiliate; dall’altra l’imposta domanda di uno scudo spaziale, l’arroganza dei popoli ricchi e la loro volontà nel mantenere inalterata una supremazia che ha il sapore acre delle armi e del denaro.

Al popolo di credenti che ostentano fede e devozione, nel momento silenzioso della preghiera, a loro chiedo: ”Cristo da che parte starebbe?”

A coloro che parlano di fede e di certezze, noi, semplici uomini che viviamo il tormento del dubbio, a loro chiediamo con forza e nuovamente: ”Cristo da che parte starebbe?”

La chiesa, che ha il coraggio di trasporre la certezza alla possibilità, di proclamare dogmi e prescrizioni, sembra essersi divisa.

Io, questa volta non ho avuto perplessità, con orgoglio e convinzione sono stato a Genova.

Era il 21 luglio.                               

Immaginate per un attimo il suono di centinaia di migliaia di passi, immaginate centinaia di migliaia di volti diversi, immaginate tantissimi colori ed un unico sogno, una sola speranza. Questo mi è apparso, questo ho vissuto mescolato alla rabbia e al dolore di un lutto, di una croce immolata sul nuovo Golgota dell’opulenza e dell’ipocrisia.

Sguardi e parole diverse si sono incontrati: spagnoli, greci, tedeschi, francesi, inglesi, italiani hanno dato voce all’umano canto della solidarietà e della fratellanza. Non si difendevano interessi personali, non si innalzavano recinti per proteggere i propri raccolti; con l’orgoglio della ragione, con la forza degli orfani, con i pugni chiusi di chi difende, si chiedeva di dare ascolto, di porgere le mani a chi invoca silenziosamente il nostro aiuto. Un’ emozione lunga come un fiume che vuole straripare, un’attesa sottile come il saluto di un vicino; delle grida commosse, come delle lenzuola bianche, avrebbero voluto recuperare i cocci di una frantumata umanità. Questo credevamo e questo si respirava in quel giorno torrido, dove anche l’acqua offerta dalle finestre era incoraggiante come la mano che si tende.

I passi si fermano e  gli occhi si rabbuiano quando incontrano i corpi che scappano.

Lontani fumi disegnano nel cielo le nubi artificiali del bastone.   

Ed ora immaginate il prato violato dall’asfalto, nere divise e rumori di guerra, il fastidioso ronzio di enormi insetti meccanici, sguardi nascosti dietro a protezioni di plastica dura, e poi fumo che non è fuoco, colpi che non sono coraggio, violenza che non è giustizia.

La gente scappa e non sa dove correre, piovono uomini che si gettano dai muretti per non cadere nella stretta di una polizia che morde come cani invasi dalla rabbia.

Rifugiati in una spiaggia senza nome, circondati da elicotteri e motociclette, è difficile credere a ciò che si sta vivendo. Sangue che scivola sui volti della rabbia e anche lacrime che il vento dell’onore spazzerà via. Bloccati e circondati il silenzio della sconfitta dell’uomo diventa parola, bestemmia, promessa. E così la polvere, i vetri rotti, i cerotti sui volti stanchi, raccontano l’antica battaglia, narrano la povertà derisa, la miseria umiliata, le grida di dolore di chi vorrebbero non avesse più voce.

Ma nessuna pausa soffocherà il coro interrotto e nessuna croce potrà inchiodare le bianche parole che volano più in alto delle nubi.

Chi offende costruisce muri e getta asfalto, va in chiesa e chiede perdono, cammina altezzoso e non pone lo sguardo, non regala l’orecchio al dolore vicino.

Altri invece riscaldano ancora i pugni al fuoco della terra,  guardano i volti e ascoltano le voci dei campi laddove il silenzio ha il colore delle pietre e l’odore delle erbe calpestate.

Genova, 21 luglio 2001


 

 

 

 

 

 

 

 

 

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