Gli errori, come pagliuzze, galleggiano sulla superficie: chi cerca perle deve tuffarsi nel profondo.

(John Dryden)

 

 

 

 

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Paura di vincere
 

 

 

Di William Ghilardi

william.ghilardi@googlemail.com

Stoccarda, 30 ottobre 2009

 

 

Egregia dott.ssa Daniela Giorgino.
Vi scrivo per rendere partecipe lei e gli amici lettori di TuttoCasarano di alcune riflessioni sulle quali mi piacerebbe sentire il suo parere professionale cosi' come quello di chiunque si senta di dire la sua in merito. Non le parlo di un mio problema personale, ma di un problema che riguarda un qualunque signor Rossi che capita di incontrare ogni mattina uscendo di casa, per cui Eugenio potra' anche fare a meno di modificare questa lettera per proteggere l'identita' di chi scrive. Una serie di circostanze (in parte anche legate, devo ammetterlo, alle recenti vicende casaranesi) mi ha portato improvvisamente indietro di tantissimi anni. Frequentavo la III o forse la IV elementare. La nostra maestra ci racconto' una storia che li' per li' nessuno di noi fu in grado di capire... del resto il compito consisteva nel farne il riassunto, per cui, chi se ne fregava della morale? Ve la racconto.

C'era una volta una coppia di vecchietti molto poveri che, in una fredda serata invernale, sedevano davanti al camino per riscaldarsi con quella pochissima legna che rimaneva loro da ardere. Ad un certo punto lui incomincia, come al solito, a lamentarsi della loro cattiva sorte. E come d'incanto apparve loro un fantasmino buono che disse loro:"visto che siete cosi' poveri ho deciso di aiutarvi, io esaudiro' tre vostri desideri... pensateci bene, e fatemi sapere cosa volete avere". I vecchietti entrarono improvvisamente in crisi... tre desideri? E quali? Cosa vogliamo veramente? Di cosa abbiamo veramente bisogno? Mentre discutevano, lui si lascia scappare il primo desiderio:"ah, ci vorrebbe dell'altra legna!". Improvvisamente eccolo esaudito... la moglie avendo capito che il primo dei tre desideri era gia' "andato" esclamo':"che ti possa cadere una mano!", e subito la mano del marito cadde a terra. Secondo desiderio... adesso ne rimaneva uno solo... non poteva che essere quello di restituire al vecchietto la mano perduta. I due rimasero poveri (e forse infelici) come prima...

Una storiella simpatica che ci fa ridere sulla stupidita' dei due che, contrariamente a qualsiasi legge economica fondata sul da me odiato darwinismo (sono creazionista convinto), non perseguono la loro felicita'... ma al contrario la lasciano andare via...

Le leggi dell'economia capitalista (e darwinista) sono chiare e limpide... ognuno di noi ha diritto alla felicita' (che per il capitalismo significa diritto alla pecunia)... siccome non ce n'e' per tutti, bisogna lottare duro per accaparrarsi le poche risorse a disposizione (e di questi tempi il gioco diventa ancora piu' duro)... chi non regge il ritmo viene tagliato fuori dal sistema, e' un perdente... chi invece ha successo in questo sistema, e' bravo, e' un grande, e' intelligente, capace...

Qualcosa pero' mi ha fatto capire che ci sono tanti vecchietti che di fronte alla possibilita' di essere "felici", tentennano... commettono errori madornali che li portano, paradossalmente, a continuare a fare la vita che facevano prima che gli si presentasse questa "magica occasione"...

Concludo questa mia riflessione chiedendole (e chiedendo a chiunque voglia prendere parte a questa discussione) se secondo lei esiste una paura di vincere. Esistono cioe' persone che sono vincenti solo perche' non esiste una vera concorrenza? Persone che vincono perche' gli altri pretendenti partecipano alla gara (qualunque essa sia) con due cuori, da una parte vorrebbero vincere, dall'altra hanno paura di vincere?

Saluti
William Ghilardi

 

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31/10/09 Caro William,

è sempre bello vedere che ci sono persone che trovano il tempo per riflettere, a partire da qualche spunto magari banale agli occhi dei più, nonostante il tran tran quotidiano. Vengo subito al dunque: dal mio punto di vista, la paura di vincere, nelle più disparate situazioni, esiste e come! Penso capiti a tutti di imbattersi in persone che, come dici egregiamente tu, non riescono a cogliere l’occasione che potrebbe cambiargli la vita, o in persone che continuano a sbagliare infinite volte sempre nello stesso campo (nella vita sentimentale scegliendo persone non adatte per loro, nella campo lavorativo, nelle amicizie ecc.). Ovviamente a tutti capita, di tanto in tanto, di non riuscire a raggiungere gli obiettivi prefissati in un determinato ambito, ma quando questo diviene la norma, o quando si perde l’occasione che si aspetta da una vita, sotto sotto forse non c’è la “sfortuna”, ma qualcos’altro.
Ma da che cosa potrebbe nascere questa paura di vincere, o di riuscire? Ognuno di noi si è costruito nella propria mente un’immagine di sé, in base alle esperienze pregresse, ai suoi successi, ai suoi insuccessi, alla reazione degli altri a tali nostri successi e insuccessi e quindi allo stile educativo della propria famiglia, nonché alle caratteristiche innate di personalità. Così, da adulto, quando ormai l’immagine di sé dovrebbe essersi strutturata (ma ricordiamo che può sempre, faticosamente, cambiare), ognuno di noi pensa, anche senza esserne totalmente consapevole, di essere bravo in alcuni ambiti e meno bravo in altri, oppure di essere bravissimo e speciale in ogni campo o di essere un disastro in ogni cosa. Quello che ognuno pensa di se stesso non corrisponde necessariamente alla realtà, ma per la nostra mente ciò di cui siamo convinti coincide con la realtà.
Ora, e questo è il punto centrale, ciascuno di noi è fortemente attaccato all’immagine di sé, sia essa positiva o negativa, perché questa ci rende sicuri, ci dà la sensazione di muoverci in confini definiti, rende le nostre esperienze più prevedibili. E poiché uno dei bisogni principali dell’uomo è proprio quello di sicurezza, ecco che ognuno di noi farà di tutto per mantenere inalterata quella immagine, sia interpretando gli eventi in modo tale che vadano a collimare precisamente con quella immagine, sia agendo in modo tale da confermarla. Ecco perché è molto difficile (ma non impossibile!!!) che un delinquente incallito cambi totalmente vita, o che una persona malata da tanto tempo e che potrebbe stare meglio esca dal ruolo di malato e riprenda la sua autonomia: perché questo significa ristrutturare la propria immagine, e questo crea molta ansia nella maggior parte delle persone.
Sembra strano ma spesso si preferisce essere attaccati ad un’immagine negativa di sé (es. “sono un drogato”) piuttosto che staccarsi da questa e tentare di crearsi un’identità migliore ma che non si conosce, che ci genera la paura di non sapere come gestirla.
Facciamo un esempio: un ragazzo figlio di una famiglia di delinquenti, che per diversi anni nella scuola è stato sempre temuto e “rispettato” perché si è comportato da bullo, potrebbe ben capire, ad un certo punto della sua vita, magari aiutato da persone competenti, che il suo atteggiamento è inadeguato. E magari potrebbe impegnarsi a studiare perché vorrebbe riuscire a parlare durante un’interrogazione, dimostrando che anche lui sa studiare ed è intelligente e non è capace solo di far ridere tutta la classe rispondendo male ai professori. Ma è molto difficile che i suoi intenti si traducano in un successo (se non adeguatamente supportato), perché, per quanto lui sappia perfettamente che studiare e rispondere alle interrogazioni è molto meglio che essere maleducato con i professori e rifiutarsi di farsi interrogare, ormai è così attaccato alla sua identità negativa che non riesce proprio a vedersi in un’altra veste. Può desiderare di essere diverso, ma all’atto pratico incontrerà molte difficoltà; infatti – può pensare- se dovessi riuscire a comportarmi bene e a studiare per un giorno e  poi per due e poi per tre, come mi posso definire? chi sono? Come mi devo comportare in tutte le altre situazioni in cui prima sapevo perfettamente cosa fare, pur sapendo che non era un comportamento socialmente accettato?

Così ognuno cerca di confermare l’idea che si è fatto di se stesso, anche a scapito dei propri più grandi desideri. Quindi, per concludere e per rispondere più esplicitamente alle tue riflessioni, se io penso di essere un perdente nella vita, tutto sommato mi sta bene così: mi lamento, mi faccio compiangere, ma almeno sono al sicuro nella mia identità di perdente. Ma se per caso dovessi riuscire in qualche cosa, o riuscissi a cambiare totalmente la mia vita, saprei gestire questa mia nuova identità positiva? Ed ecco che subentra la paura di vincere, che ci fa perdere.

 

Daniela Giorgino

Psicologa

daniela.giorgino@virgilio.it 

 

 

 

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