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Pensavo fosse amore, invece era un processo.

 

 

 

Di Antonio Rizzo

Antoniorizzo77@yahoo.it

Modena, 15/06/2008

 

Alcuni giorni fa ho partecipato al matrimonio di una mia collega. La scenografia della cerimonia aiutava poco: si trattava della tipica brutta chiesa/caserma di periferia, costruita negli anni 70/80. Per il resto tutto procedeva tranquillamente, con gli ospiti che ingannavano il tempo in attesa della sposa commentando le mise di questo o quell’altro invitato. Ma il peggio doveva ancora venire. Pensavo fosse impossibile celebrare un intero matrimonio senza mai pronunciare la parola “amore” e invece il parroco che presiedeva la cerimonia ci è riuscito. Ho realizzato che forse, dopo il sesso, la Chiesa ha scoperto un nuovo tabù quello, appunto, dell’amore.

 L’omelia si è trasformata in un feroce processo e sul banco degli imputati sono via via finiti: le relazioni prematrimoniali, le convivenze (gli sposi avevano convissuto due anni prima di sposarsi, cosa di cui il parroco era a conoscenza), le coppie di fatto, gli omosessuali e così via, in un crescendo di condanne senza possibilità di appello. Subito dopo sono seguite le raccomandazioni per la giovane coppia a cui è stato ripetutamente ricordato come alla base del matrimonio ci siano il sacrificio e il dovere, al massimo il rispetto reciproco, ma assolutamente nessuno spazio per sentimenti come l’amore, la gioia e il piacere, frutti malvagi di una società edonistica da combattere strenuamente. Insomma tutta la cerimonia è stata un’alternanza di vuote formule burocratiche e di rimproveri, precetti e condanne, con i presenti che, stanchi e accaldati, consultavano frequentemente l’orologio nella speranza che il “supplizio” terminasse al più presto.

Non credo che il problema sia da ricercare nell’incapacità del singolo sacerdote, anche perché quel giorno, e anche in quelli successivi, ho interrogato sulla questione numerose persone e tutte avevano da raccontare un’esperienza simile a quella che vi ho descritto. Secondo me, c’è di base un problema più profondo, una vera e propria involuzione che la Chiesa sta vivendo negli ultimi anni. Lo spirito che animava il Concilio Vaticano II, quella ricerca di parole nuove per parlare a un mondo che cambia, è miseramente scomparso per lasciare il posto a una Chiesa che ha paura, tutta arroccata in difesa, chiusa in se stessa per difendersi da pericoli e dalle minacce, vere o presunte, che possono venire dall’esterno. L’ecumenismo, la ricerca del dialogo, il desiderio di conoscere l’altro senza pregiudizi, sono stati sostituiti dall’intolleranza verso il diverso, dall’emarginazione e dalla condanna dei peccatori e dalla ricerca dei nuovi eretici.

Tempo fa ho avuto la fortuna di partecipare a un matrimonio celebrato con il rito protestante e vorrei brevemente descrivervelo. Prima la sposa e poi lo sposo hanno raccontato come si sono conosciuti, le emozioni e i sentimenti che avevano provato durante i primi incontri  e come queste si fossero trasformate in passione ed amore; anche gli amici sono intervenuti  per descrivere come avevano visto  nascere, trasformarsi e maturare la nuova coppia. Tutto si svolgeva in maniera semplice, naturale e spontanea: il ruolo del pastore era quello di una figura discreta e al centro c’erano gli sposi, il loro amore e la loro felicità mista a paura per quel fatidico si; mentre un sentimento di sincera gioia e commozione metteva in vera comunione tutti i presenti.

Per quello che ne so io, anche i protestanti hanno molte idee in comune con la Chiesa Cattolica, sul matrimonio e sulla sua indissolubilità; anche i protestanti hanno convinzioni simili ai cattolici sulle coppie di fatto, sui rapporti prematrimoniali e su tanti altri precetti, ma forse hanno anche la capacità di comprendere che una cerimonia religiosa non può essere trasformata in un processo o in un comizio politico e che è sempre meglio riuscire a dare ai propri fedeli un messaggio di speranza e di amore che uno di chiusura e di paura.

A questo punto penso anch’io che abbia ragione il Santo Padre: meglio tornare alle messe in latino. Come i nostri nonni, potremo convincerci anche noi che dietro quelle oscure formule si nasconda ancora il mistero e la magia del divino e non saremo più costretti ad ascoltare il vuoto lamento della Chiesa dei nostri giorni.

 

 

17/06/08 La  Chiesa è una comunità di cristiani della stessa confessione religiosa (Cattolica – Valdese ecc.) – Definizione presa da “Nuovo vocabolario illustrato della lingua italiana” – Devoto-Oli – Vol.1.

Se fai parte di questa comunità, la Chiesa sei tu  ed è per questo che vorrei porti una domanda: Cosa fai per cambiare questa comunità di cui non condividi gli atteggiamenti?

Se diversamente non ne fai parte, ugualmente vorrei chiederti: perché parli di chiesa riferendoti al sacerdote e non di posizioni della Chiesa riferendoti a tutta la comunità cristiana che la costituisce?

Visto che all’amico Eugenio piace concludere con una frase celebre, questa volta vorrei proporre quella di un santo sufi padre dell’Islam e del popolo curdo:

“Per chi ha la consapevolezza basta solo un accenno. Per le masse degli indifferenti la mera conoscenza è inutile”. HAJI BEKTASH VELI

Giuseppe Nuccio

giuseppe-nuccio@libero.it 

 

 

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