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Questione meridionale: questione di civiltà e di legalità

 

 

 

Di Luca Isernia

lucaise@yahoo.it

Casarano, 07/08/09

 

Si è infittito nelle ultime settimane il dibattito sulla possibile nascita di un partito del Sud, il quale, nelle intenzioni, mirerebbe a riportare l’attenzione sulla mai risolta «questione meridionale», riequilibrando al contempo il peso eccessivo che la Lega avrebbe all’interno del governo. A riguardo, sui giornali è tutto un fiorire di editoriali e di  articoli, quasi tutti di buon livello, per la gioia dei neomeridionalisti.

Troppo forte per non cedervi mi è sembrata, però, la tentazione di riproporre la tesi di un Sud colonia e serbatoio elettorale, maltrattato e sfruttato dai potentati economici del Nord, che troverebbero oggi in Giulio Tremonti il loro più fidato e solido «braccio armato». Chi ha pratica di storia meridionale – o abbia solo scorto le pagine di quel famoso volume di M. L. Salvadori, «Il mito del buongoverno. La “questione meridionale” da Cavour a Gramsci» – sa che una simile teoria, tutt’altro che infondata, attrasse numerosi meridionalisti e, da vent’anni a questa parte, storici e intellettuali di orientamento neoborbonico. Accanto ad essa v’è quella poi che vuole l’arretratezza meridionale frutto di una perversa alleanza tra industriali del Nord e latifondisti del Sud, cui Gramsci, come si sa, opponeva quella operai-contadini. Entrambe, tuttavia, non bastano da sole a spiegare le cause del sottosviluppo meridionale e, più spesso, hanno contribuito invece a mascherare responsabilità storiche che vanno ricercate precipuamente al Sud.

Di fatto, di là dalle forse anche nobili intenzioni di alcuni, quello che sta avvenendo in questi giorni non è altro che un riassestamento del potere all’interno delle oligarchie politiche del Sud e imputare a ministri e politici del Nord la colpa di fare quello per cui sono stati eletti, vale a dire gli interessi del loro territorio, è quanto meno singolare.

Sono convinto, invece, che la radice dei mali del Sud vada ricercata nel Sud stesso, nelle sue ataviche storture e principalmente in una classe dirigente corrotta e arraffona; in una mentalità in cui scarso senso della legalità, diffuso disinteresse alla cosa pubblica e menefreghismo hanno corroso ogni ganglio vitale della società. Se a questo sia aggiunge l’assenza di un’opinione pubblica vigile – le menti più critiche sono state zittite da intimidazioni ai limiti della violenza mafiosa e i giornalisti, per lo più, amano disquisire dell’elefante, per dirla con Longanesi – è evidente che le speranze di rinascita del mezzogiorno sono ancora oggi ben modeste, specie in una congiuntura economica quale quella che viviamo, che produce un surplus di povertà. Povertà che, d’altra parte, è funzionale ai politici, che in tal modo rimpinguano il loro «portfolio clienti» attraverso promesse di sussidi, posti di lavoro, consulenze e incarichi e, così facendo, soffocano in una stretta mortale quella parte della società che non ha voluto o potuto emigrare al Nord. Il resto della popolazione, quella che vive la fascia grigia che lambisce l’illegalità e la malavita, è preda invece delle organizzazioni mafiose, che hanno buon gioco a reclutarla come manovalanza a basso costo. Non era forse Machiavelli che insegnava che è la miseria a creare la signorìa? Una lezione ben appresa al Sud, dove una cultura basata sullo sfruttamento del popolo sottoposto a vincoli di corvés, propria di un sistema socio-economico feudale, è mutuata dalla classe dirigente borghese assurta al ruolo di nuova baronìa all’indomani dell’unità nazionale e perpetuatasi, mutatis mutandis, sino ai nostri giorni.

Ma tornando al dibattito sul Sud. Ritengo che gli interventi di questi giorni, pur pregevoli, difettino nel voler sbilanciare tutto su un piano economico e politico, che, benché rilevante, è solo parte della questione. Sono dell’avviso, invece, che un riscatto del Sud si possa auspicare solo nella misura in cui si approntano gli strumenti per una rivoluzione culturale e civile, radicale. Il Sud, detto altrimenti, deve ritrovare dignità di società civile, cioè organizzata in leggi e regole comunemente accettate e osservate con scrupolo, ad ogni livello. Gran parte della cosiddetta arretratezza meridionale è di natura culturale, semplicemente. E’ da questo difetto d’origine che derivano tutti i suoi mali.

Leggi e regolamenti diventano in questo lembo d’Italia vaghi consigli, timide raccomandazioni. Pochi le rispettano, e pochi le osservano perché nessuno si pone nella condizione di farle osservare, con le buone o con le cattive. Non le osserva il cittadino comune come quello in visita ed anzi, quello non le osserva perché non le osserva questo. Non le osserva il vecchio come non le osserva il ragazzotto e il povero cristo che lo fa, invece, è un minchione. Eludere la legge in Italia – e massimamente al Sud –, infatti, è cosa di cui andare per certi versi fieri. E’ segno di furbizia, di astuzia. Di spregiudicatezza che fa andare lontano.

Il diffuso senso di illegalità che assedia il Sud, e che dà vita a miseria ed arretratezza, perché allontana gli investimenti, inficia gli sforzi dello Stato di incidere sul tessuto economico e trasforma il consorzio civile in un caos anarchico ove vige la legge del più forte, fa sì che oggi l’italiano del Sud sia cittadino dimidiato. Un bambino che nasce al Sud è, di fatto, un bambino sfortunato, perché perdente in partenza. Non gli sono garantiti i servizi che lo aiutano a crescere e ad autoaffermarsi come uomo e cittadino, come invece accade ad un suo coetaneo del Nord. E’ giocoforza che quel bambino diventi presto cittadino a dignità condizionata o spesso senza dignità.

La questione meridionale va reimpostata secondo una prospettiva più umile, più semplice e quotidiana, ma anche, credo, più efficace nel lungo periodo. Si deve ripartire dal basso. Dal giovane che scorazza senza casco e dai suoi sciagurati genitori che lo consentono; dall’automobilista che non indossa la cintura di sicurezza, che non rispetta nessun limite di velocità e che parcheggia dove vuole (e nessuno deve dirgli niente). Dall’imbratta muro. Da chi abbandona la spazzatura dove capita. Dai furbi che saltano le file alla posta o in banca con sfrontatezza e sicumera. Da chi piange miseria e poi viaggia in mercedes e manda i figli a  studiare in costose università.

Il Sud potrà sperare pari dignità rispetto al Nord solo quando i suoi cittadini, invece di correre dietro amici e parenti per ottenere un certificato d’anagrafe o un esame clinico, sbatteranno metaforicamente i pugni per pretendere quei servizi senza vie traverse e in tempi ragionevoli, come qualunque altro cittadino della Repubblica.

E’ necessario ripartire vincendo il disprezzo e l’indifferenza del cittadino meridionale verso la proprietà pubblica, sia essa una scuola, un edificio pubblico, una villa comunale, un giardinetto, un aiuola, deturpate e vandalizzate senza pietà. Sono persuaso, cioè, che tanta parte del malcostume meridionale nasce da radicate e deformate consuetudini, che, in quanto tali, sfuggono ad una analisi consapevole, critica. Tutto ciò che è consuetudinario e routinizzato ha smarrito il senso del suo essere. Non ci si domanda più se è una cosa buona o cattiva. Ha origine nella carta buttata per terra senza remore e senza senso di colpa, che si accumula alle altre carte sino a rendere i cittadini assuefatti allo sporco, all’incuria, al brutto e quasi sino a non vederlo più, a non percepirlo, ergo a non indignarsene più… e il gioco è fatto.

Vi è poi la necessità, vitale per il Sud, di far crescere una cittadinanza critica, attivamente partecipe e impegnata a controllare chi governa: su questo si gioca veramente il futuro del mezzogiorno.

Il cittadino deve uscire dal suo stato di minorità. Corazzarsi di coraggio, vincere la naturale pavidità a cui secoli di sudditanza lo hanno costretto, ed esercitare il sacrosanto diritto di comprendere, di sapere, di chiedere conto all’amministratore pubblico di ciò che lo riguarda da vicino, che lo riguarda però non come monade solitaria e incomunicata, questo già avviene e si chiama egoismo e individualismo, bensì come parte organica di una comunità più vasta. E’ uno dei pilastri della filosofia politica di stampo illuministico e la base dell’ordinamento giuridico delle nazioni più evolute. Laddove manca, l’esercizio del potere diventa capriccio, l’amministratori si mutano in satrapi, in consorterie e, a limite, in «cosa nostra». Il potere diventa qualcosa di talmente lontano e incomprensibile da diventare misterioso, quindi pericoloso. Le stanze di adunanza delle civiche amministrazioni, come dei parlamenti locali e nazionali, diventano inviolabili cioè tabù. Lì si celebrano riti cui solo i politici-sacerdoti ne comprendono la valenza. Il cittadino è allora estromesso. Accetta ogni cosa come derivante da una lontana, oscura divinità, da non provocare, ma che, semmai, va ingraziata con atti di fede ciechi e irrazionali e con omaggi rituali. La memoria riporta alle nostre nonne, che biascicavano preghiere in uno sgangherato latino al modo in cui si recitano formule esoteriche di cui s’intuisce – e si teme – l’occulta potenza. 

Antidoto a tutto ciò sono i movimenti civici, le associazioni di volontariato, le associazioni culturali, quelle sportive, i comitati cittadini, i movimenti studenteschi, oggi anche gli strumenti di informazione di massa come internet e poi la scuola, soprattutto la scuola. Insomma, le forze più vive e vitali della società. Attenzione, però, grave danno sarebbe se i cittadini, così riuniti, si abbandonassero ad istinti savonaroleschi tesi ad un improbabile rinnovamento palingenetico, a tentazioni di far «piazza pulita». La storia del Sud è contrappunta da assalti ai palazzi comunali o alle dimore delle pajette da parte di contadini esasperati, che, sfogata la loro rabbia in un furore cieco, partivano poi mesti e rassegnati per la galere, e tutto ritornava come prima.

E’ necessario invece ribadire il primato della politica, politica come strumento nobile per la conduzione della polis e quelle forze che sopra si ricordavano devono operare al fianco della politica, innervandola con proposte, programmi, idee e, soprattutto, esercitando un controllo severo, diuturno, che non fa sconti e che non flette, non si smorza, non perde vigore: il vero dramma del Sud rappresentato da Sciascia ne Il giorno della civetta va ricercato non già nella rappresentazione di una esistenza condizionata in ogni suo risvolto dalla presenza della mafia, bensì nella solitudine del capitano Bellodi che riparte per la più civile e tranquilla Parma lasciando al suo posto, come si vede nell’omonimo film di Damiano Damiani, un nuovo capitano dei carabinieri, ventruto e dall’aria bonaria e accomodante, che farà riconfluire la Sicilia nella «normalità» di sempre. 


 

Francesco De Gregori - Il Bandito e il Campione

 

 

 

 

 

 

               

 

 

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