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La CIOCCOLATA

dal nostro "AMICO" di Russi (Ravenna),  Paolo Argnani,  09/11/04

 paoloargnani@libero.it

 

C’era una volta un bambino, che aveva una gran voglia di mangiare un po’ di cioccolata, si mise così a cercarne in tutti i posti dove di solito la mamma la nascondeva.

Nulla da fare, le scorte erano finite!

Cominciò allora a cercarla anche nei posti in cui veniva parcheggiata nei momenti di particolare abbondanza, come per Pasqua e per Natale, ma anche lì niente, della cioccolata neppure l’ombra.

Pensò allora di andare a fare una visita ai nonni, che senz’altro non gli avrebbero negato almeno un cioccolatino, ma purtroppo non erano in casa.

Pietro, questo era il nome del bambino, era molto goloso di cioccolata e i ripetuti fallimenti non facevano altro che aumentare il suo ormai incontenibile desiderio.

Decise così di uscire di casa, senza una meta precisa, sperando che potesse accadere qualcosa di utile alla sua causa, qualsiasi cosa!

Passò davanti ad un bar, ma non aveva soldi in tasca, per cui le scatole, le tavolette, i ripieni, le glasse, i gelati e quanto altro contenesse il suo alimento preferito, poteva solo guardarli.

Passò per la via in cui era solito incontrarsi coi suoi amici, e vi trovò Davide e Andrea che stavano giocando con due mazzi di figurine e senza badare all’impegno con cui stavano disputando la partita decisiva (quella che avrebbe determinato la vittoria di ben dieci figurine), li interruppe bruscamente, chiedendogli se per caso avevano un po’ di cioccolata. Con un tono giustamente risentito per il mancato garbo con cui Pietro aveva interrotto la loro partita, Andrea sbottò: “guarda che noi merenda l’abbiamo fatta da più di un ora!”.

Non c’era proprio niente da fare,  Pietro cominciò a rassegnarsi, ma il suo stomaco no! L’acquolina non diminuiva, ma non sapeva più cosa fare e si mise a sedere su di una panchina in attesa di chissà quale ispirazione.

Passati cinque minuti, sopraggiunse Davide, che con aria di chi intende scusarsi, gli si avvicinò porgendogli un cartoccino e gli disse: “Se vuoi ho rimasto questa …” A Pietro si illuminarono gli occhi e afferratolo fece per ringraziare l’amico, che però se ne andò con una gran fretta.

Pietro non era raffreddato e questo fu determinante per evitargli di ingoiare una crema che, tranne per il colore, non aveva nulla a che vedere con la cioccolata.

        

La storia fa un po’ schifo, lo riconosco, ma c’è una cosa che mi incuriosisce:

a Pietro piacerà ancora la cioccolata, o la delusione provata avrà causato in lui una repulsione irreversibile, per l’alimento fino ad allora tanto desiderato?

 

Caro Eugenio, forse l’ho presa un po’ troppo larga, per fare le mie considerazioni sul tuo pezzo del 5 novembre, ma ormai hai imparato sopportarmi.

Sono contento che tu sia tornato a stimolarci con queste provocazioni, mettendo a tema l’essenziale.

Io penso che non sia vera amicizia quella che non aiuta a domandarsi sull’essenziale (Tu che vuoi essere?) e io desidero esserti amico!

 

Per ora lo spunto che ti voglio rilanciare è questo:

se è esistita una corrispondenza con qualcuno, la delusione che può essere nata in seguito, non può assolutamente annullare il mio desiderio di corrispondenza di allora, quella rimane, io spero che Pietro non menta a se stesso dicendo che non gli piace più la cioccolata!

Con assoluto rispetto per la tua storia, per la tua esperienza, non posso però omettere l’esempio che faceva un mio amico, l’esempio delle scarpe: quali sono le scarpe che corrispondono al mio piede non lo decido io, io lo scopro, lo riconosco, perché non decido io la dimensione del piede e la scarpa che mi corrisponde. Analogamente, non decido io la natura del mio io, me lo trovo addosso quando nasco con tutta questa sproporzione strutturale della mia natura, e per la stessa ragione non decido io cosa mi corrisponde: lo riconosco quando lo incontro.

 

P.S. Non è mia intenzione pontificare verità di cui non sono capace, ma mantenere vivo un rapporto  riscoperto lungo le vie telefoniche e del quale mi trovo sempre più spesso a ringraziare.