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Domani è un grande giorno per Antonio Filograna. L'industriale, in una intervista, ripercorre le tappe più importanti della carriera Ottant'anni d'amore per la sua città
«Ho cercato di realizzare qualcosa che servisse soprattutto per una società migliore»

di Antonio De Matteis dalla Gazzetta del Mezzogiorno del 01/06/03

Antonio Filograna è un uomo che, come si dice, si «è fatto da sè. Ha cominmciato a lavorare ragazzino. Una vita faticosa. Ma il ragazzino aveva tanta voglia di arrivare, di farcela, tanta grinta nell'animo. E ce l'ha fatta. Ma non ha pensato solo a se stesso. E' un'intera città, anzi un'intera area, quella del Casaranese, che deve molto, moltissimo, a Filograna. Se migliaia di famiglie vivono nel benessere, lo si deve a lui, a quello che è riuscito a realizzare: la Filanto, un'industria calzaturiera che è tra le più importanti d'Italia. E poi la città degli anziani.
E Casarano non si è dimenticata di Antonio Filograna. Ormai è tutto pronto per celebrare nel chiostro del municipio e nel «salone delle feste» della «Filanto» gli ottanta anni del cavaliere. Un traguardo che «mesciu Ucciu», come molti amici lo chiamano affettuosamente a Casarano, sta attendendo con serenità, gioia e tanta voglia di guardare al giorno successivo quando si ritufferà nella quotidianità, o meglio ancora nel lavoro, quello che a lui è più congeniale.
«La festa in Municipio - dice, infatti, Filograna - è stata una sorpresa. Durante questi anni di vita, muovendomi in lungo ed in largo, ho cercato di realizzare qualcosa che servisse soprattutto per una società migliore. Mi sono dato da fare ma senza pensare minimamente alle solennità e tanto meno che un giorno l'Amministrazione del mio paese potesse invitarmi a Palazzo di città per festeggiarmi. Tuttavia mi sento molto onorato per questa scelta: è un riconoscimento che accetto volentieri».
Di tanti anni trascorsi lavorando senza sosta cosa non farebbe, se potesse tornare indietro?
«Penso di aver sempre fatto tutto ciò che sentivo di fare e non provo alcun pentimento particolare per le scelte operate. Certo ci sono stati dei successi e dei dispiaceri, ma tutto sommato se tornassi indietro rifarei ogni cosa pur se con qualche accorgimento dettato dall'esperienza».
Gli interessi del «Gruppo Filanto» non sono solo nel mondo della calzatura ma spaziano nel settore alberghiero, della sanità, delle acque minerali, per citarne alcuni. Ma il suo cuore dove batte più forte?
«La mia vita, la creatura che ho creato vedendola crescere passo dopo passo è l'industria calzaturiera come è oggi. E' la mia creatura prediletta e per essa, se potessi tornare indietro nel tempo, farei qualsiasi cosa, ma solo per evitare eventuali errori commessi, anche quelli superati».
Di cosa ha bisogno oggi la «sua» industria calzaturiera?
«L'industria, chiedo scusa per il gioco di parole, deve industrializzarsi ogni giorno altrimenti non è industria. Bisogna impegnarsi tutti i giorni per migliorare ma stando attenti a cogliere le esigenze del mercato nazionale ed internazionale per non essere colti di sorpresa da aziende di altre parti del mondo. Mi riferisco in particolare a quelle cinesi che stanno puntando sul mercato europeo e possono creare problemi alle industrie dell'Europa».
Perchè Casarano vuol dire soprattutto calzatura?
«E' dal 1920 che si è sviluppata questa tradizione per la calzatura. Sin da allora esisteva l'attività di «banchetto», cioè del calzolaio intento a lavorare nella sua bottega. Poi, personalmente, ho seguito quello che era lo sviluppo nazionale ed ho ritenuto che doveva esserci una trasformazione per operare il salto da «calzolaio di banchetto» o di piccola attività artigianale in impresa industriale capace di stare al passo con i tempi».
Casarano era, ed in parte lo è ancora oggi, un centro agricolo. Perchè nessuno ha «sfondato» in questo settore? E' mancato negli altri casaranesi il coraggio che lei ha avuto nel tuffarsi nell'avventura della calzatura?
«Non è questione di coraggio. A mio avviso si tratta di una crisi nazionale dell'agricoltura che oggi è messa in ginocchio dai prodotti degli altri Paesi. C'è qualcosa che non ha funzionato. E' mancata forse la dovuta attenzione da parte dello Stato».
Ma lei, un giorno andrà in pensione?
«Direi di no. Sin quando il Signore darà al mio fisico la forza di reggere, seguirò con attenzione lo sviluppo che l'azienda potrà avere con questa nuova generazione che sono i miei nipoti. Ho cercato di fare una scelta equilibrata tracciando insieme con loro una scia capace di marciare nella direzione del progresso. Continuerò a stare al loro fianco portando il mio contributo di consigli».
La festa non servirà, dunque, a mettere in pensione il cavaliere che considera questo giorno solo una tappa superata la quale continuare con gli stessi ritmi e gli stessi entusiasmi di chi attende di vedere un'alba migliore.


 
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