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Biomasse a Casarano

 

Di Gianluigi Parrotto

parrottogianluigi@tiscali.it 

Casarano, 01/05/2010

 

È spiacevole come fino ad oggi si sia affrontata la questione “biomasse si, biomasse no”.  In particolar modo insospettisce la campagna mediatica, per certi aspetti diffamatoria, che è stata sollevata nei confronti dell’imprenditore Paride De Masi (Amministratore Delegato della società Italgest) che ha la colpa di essere fratello del sindaco del Comune di Casarano, dove è prevista la
realizzazione di un impianto a biomasse. Ciò non giustifica il “gridare allo scandalo”; sarebbe increscioso, invece, se fosse un altro paese e non quello salentino a beneficiare dello sviluppo e dei vantaggi, anche in termini occupazionali, che un impianto a biomasse comporterebbe. È, anzi, esemplare il coraggio e la determinazione di questo imprenditore che lotta per difendere le sue idee di sviluppo del territorio, investendo sulle fonti energetiche rinnovabili, pur avendo contro di se quei partiti politici che, contraddittoriamente a quanto sta accadendo, quelle sue stesse idee, le avevano sposate ognuno nei propri programmi elettorali. Di ciò si trova testimonianza nei programmi delle elezioni politiche 2008 del PDL, del PD, del UDC, del IDV e di SEL.

Per rispetto della verità e per dovere di cronaca, è importante e per certi versi chiarificatore, evidenziare le inesattezze dette dal Comitato “No Biomasse”, in quanto deleterie per una corretta informazione e per evitare di diffondere allarmismo infondato. 

In alcune campagne di “sensibilizzazione” contro l’impianto a biomasse progettato dalla società Italgest Energia, si è preferito rivolgere attacchi personali verso l’imprenditore De Masi, anziché, rispondere alle reali richieste dei cittadini, focalizzando l’attenzione su una corretta informazione riguardo l’impianto a biomasse previsto a Casarano. Le motivazioni sulle quali si basano i vari comitati contro le biomasse manifestano una evidente lacuna: la mancanza di una precisa documentazione e approfondita conoscenza riguardo l’impianto che tanto fa discutere. 
Infatti, contrariamente a quanto dichiarato dal “Coordinamento Comitati Territoriali per la Difesa dell’Ambiente e della Salute di Casarano”,  l’impianto non utilizzerà migliaia di ettari per la coltura di girasoli, devastando il territorio e ricorrendo a pesticidi per assicurarsi il raccolto e a notevoli quantità di acqua. Né la coltura presso paesi africani comporterà  un impoverimento alle popolazioni. Né è corretto definire “crimine contro l’umanità” la combustione di olii per alimentare l’impianto a biomasse, citando documenti dell’ONU, della FAO e della UE.
 

Le ragioni espresse dal Comitato “No Biomasse” e che  destano tanta preoccupazione sono mere opinioni non supportate da prove. Al contrario, proprio la Commissione Europea, nella Direttiva 2001/77/CE del Parlamento Europeo, per raggiungere l’obbiettivo stabilito dal protocollo di Kyoto di ridurre le emissioni inquinanti, ha previsto di investire sulle fonti energetiche rinnovabili. Per “fonti energetiche rinnovabili”, come cita il testo della stessa Commissione, si intende: eolica, solare, geotermica, biomassa e altre non fossili.

Un’altra inesattezza enunciata da chi sostiene il “No” alle biomasse, riguarda il tipo di materia prima che andrà ad alimentare l’impianto. Trattasi non di olio di girasoli, bensì di olio vegetale grezzo ricavato dalla estrazione meccanica di semi di colture oleoginose delle piante colza e jatropha curcas. Mentre la colza rientra nel ciclo di rinnovo dei terreni, la coltivazione della jatropha curcas, necessita di climi aridi e semi aridi, e ciò è un vantaggio per le aree dei paesi tropicali, la cui  desertificazione si ridurrebbe ulteriormente.

Inoltre, il suddetto Comitato dimentica che la realizzazione dell’impianto a biomasse comporta l’occupazione, oltre che di 15 unità per la gestione dell’impianto, di molteplici altri lavoratori, quali gli autotrasportatori, i tecnici, i coltivatori e gli agricoltori che vorranno vendere l’olio prodotto nel territorio salentino.

L’allarme mediatico sollevato dal comitato che si oppone alla realizzazione del progetto presentato dalla società Italgest, risulta, pertanto, inconciliabile con le motivazioni espresse dal medesimo comitato. Se da un lato si dichiara la pericolosità in termini ambientali dell’impianto a biomasse, dall’altro non si può dimenticare che un simile impianto rientri nelle fonti di energie rinnovabili previste tra le possibili soluzioni per abbassare le emissioni inquinanti, come è stabilito sempre dal protocollo di Kyoto.  Una tra le motivazioni più sfruttate per supportare la tesi che l’impianto danneggi la salute e l’ambiente, è che gli impianti sono obsoleti e i filtri non sono sufficienti per evitare l’emissione dei fumi tossici. 
Questo è in parte vero trattandosi di vecchi impianti come quelli di  Olanda, Finlandia, Danimarca, Svezia e altri paesi che in passato utilizzavano il petrolio per alimentare gli impianti e dei filtri differenti. Ma prendendo in esame l’impianto in questione, come quello che si vuole realizzare nella zona industriale di Casarano, ci si accorge che si sta parlando di una cosa ben diversa dagli impianti menzionati dal comitato.  Pertanto, è infondata la paura di emissione di sostanze tossiche frutto della combustione, in quanto grazie all’inserimento di un filtro a maniche, come quello previsto per l’impianto di Casarano, le nanoparticelle vengono abbattute del 99,7%.

Sorge il dubbio se il progetto presentato da Italgest Energia sia mai stato visionato e valutato da coloro che lo paragonano alla Copersalento o all’eco mostro dell’Ilva, due “pianeti” miliardi di anni luce lontani da quello in questione. Non è corretto, nei confronti dei cittadini casaranesi e non solo, prospettare un’inquietante realtà come quella illustrata sul volantino che, strumentalizzando l’immagine di una madre con in braccio un bambino e con alle spalle delle grandi ciminiere, fomenta paure ingiustificate  e terrorizza l’immaginario collettivo.

Secondo le critiche mosse nei confronti della società Italgest,  le variazioni effettuate al progetto, manifesterebbero mancanza di credibilità da parte dei progettisti. Al contrario, tali modifiche evidenziano una maggiore attenzione all’applicazione di nuove norme, emesse successivamente alla presentazione del progetto ai vari Enti.

La lettura del progetto basterebbe a smentire le affermazioni espresse dai vari comitati, contrari alla realizzazione dell’impianto biomasse a Casarano.

È auspicabile, quindi, un dibattito aperto a tutta la cittadinanza di Casarano, affinché venga informata adeguatamente riguardo l’impianto a biomasse e che cessi l’accanimento, a dir poco offensivo, nei confronti della persona di Paride De Masi. Questo imprenditore salentino ha la colpa di essere stato uno dei primi ad avanzare una proposta seria di sviluppo sostenibile nel territorio salentino, (infatti, un’altra azienda ha proposto un impianto a biomasse a Cavallino) e di dare a questo territorio, saccheggiato dalle incompetenti amministrazioni locali che si sono succedute negli anni, un lustro e un prestigio che potesse elevare la Puglia in pari dignità e autonomia come il settentrione. Evidentemente esistono ragioni, non difficili da immaginare, per le quali si ha l’interesse affinché questo territorio non progredisca e le risorse economiche vengano investite nel nord.                          
 

Gianluigi Parrotto

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02/05/2010 Egregio signore,

vorrei fare delle riflessioni in merito ad alcune sue affermazioni.

 

“...l’impianto non utilizzerà migliaia di ettari per la coltura di girasoli, devastando il territorio e ricorrendo a pesticidi per assicurarsi il raccolto e a notevoli quantità di acqua. Né la coltura presso paesi africani comporterà un impoverimento alle popolazioni.”

 

Forse le sfugge che, ben 3 anni fa quando si cominciò a parlare del progetto, l'azienda intendeva riconvertire tutti i terreni agricoli in precedenza coltivati a tabacco con la coltura dei girasoli; poi si passò a dire che gli oli sarebbero stati importati dall'estero con filiera lunga al 100%; poi ancora l'idea di utilizzare l'olio lampante.

Insomma non si capisce bene da dove debba provenire la biomassa che andrà ad alimentare la centrale, tant'è che nella prima riunione della Conferenza dei Servizi tenutasi il 13/04/2010 la ASL (ma anche la Provincia) si riservava di dare il suo parere sino a quando non avesse visionato un chiaro piano di approvvigionamento della biomassa, secondo quanto previsto dal Regolamento Regionale 12/08.

Quindi possiamo dedurre che ad oggi l'azienda non ha un piano di approvvigionamento della biomassa. O forse lei può illustrarcene uno?

 

Mi preme, inoltre, ricordarle che la Direttiva 2001/77/CE, a cui lei fa riferimento, è stata modificata e poi abrogata dalla Direttiva 2009/28/CE. Nell'articolo 17 di quest'ultima poi sono stati stabiliti alcuni criteri di sostenibilità per i biocombustibili (anche quelli provenienti da paese extra UE): questi sono ammissibili se presentano un beneficio di riduzione delle emissioni di CO2 del 35% nell'immediato, del 50% entro il 2017 e del 60% entro il 2018.

Ebbene, secondo un recente studio commissionato dall'UE, pubblicato nel dicembre scorso, la produzione di biocombustibili (considerando il loro intero ciclo di vita) può comportare un'emissione di CO2 in atmosfera sino a 4 volte superiore a quella di un combustibile standard come il gasolio.

(qui un articolo della reuter a riguardo:  http://www.reuters.com/article/latestCrisis/idUSLDE63J1FP)

 

Gentilmente, mi spiega come sarà possibile rispettare gli obiettivi di riduzione previsti dalla Direttiva, se la produzione di biocarburanti comporta emissioni di CO2 di gran lunga superiori rispetto alle fonti fossili?

 

In merito al sistema di filtrazione a maniche: non è sufficiente dichiarare l'intenzione di usarlo, ma occorre fornire nel progetto tutti gli elementi  conoscitivi utili (planimetrie, schemi dell'impianto di filtrazione, dimensionamento dei filtri etc.).

Nel parere prodotto in sede di Conferenza dei Servizi dall'Ufficio emissioni della Provincia di Lecce viene riscontrata la mancanza di questi dati.

 

Sempre per quanto concerne le emissioni: quali sono le tecnologie previste per l'abbattimento dei Nox e degli IPA?

Mi fermo qui.

 

Non farò alcun commento sulle sue considerazioni politiche nè sulla persona del dottor Paride De Masi. Non è necessario.

Personalmente ritengo che le argomentazioni che ho sin qui esposto siano quelle più adatte per una corretta informazione e sono le stesse che utilizzo quando parlo con i nostri concittadini, senza strumentalizzazioni di sorta.

Alessandra Isernia

alex-is@libero.it    

 

 

 

 

04/05/2010 In risposta al commento di Alessandra Isernia, è necessario specificare che il piano di approvvigionamento  avverrà attraverso colture energetiche no-food, (contrariamente a quanto riportato nell’articolo estrapolato dal sito www.reuters.com) sviluppate secondo criteri di sostenibilità socio-ambientali. L’utilizzo della filiera corta è obbligatorio per legge solo se l’impianto ricade in area agricola e non in area industriale, come nel caso di quello di Casarano. Quindi l’uso di filiera lunga al 100% è consentito e comunque questo non esclude l’utilizzo di olio lampante, una eventualità subordinata alla disponibilità ed alle condizioni del mercato locale.
Avendo citato la Direttiva 2009/28/CE, è prioritario chiarire innanzitutto che, nel caso specifico, si parla di bioliquidi e non di biocarburanti, così come da definizione della Direttiva menzionata, in quanto trattasi di oli grezzi prodotti da spremitura meccanica e dunque non sottoposti a transesterificazione per la produzione di biodiesel. Inoltre, in base ai criteri di sostenibilità definiti dalla Direttiva del 2009, la biomassa si configura come fonte di energia rinnovabile che contribuisce al raggiungimento degli obiettivi della Comunità Europea. L’articolo citato dal sito www.reuters.com  è basato su uno studio parziale non approvato unanimemente dalla Comunità Scientifica ed è effettuato su biodiesel da soia.  In ogni caso, dunque, la questione trattata nell’articolo non si associa in alcun modo a quella riguardante l’impianto previsto a Casarano, anche perché le colture energetiche di approvvigionamento dell’impianto non intaccheranno il patrimonio forestale mondiale in quanto interesseranno aree marginali e dunque a ridotto livelli di biodiversità.
Per ciò che attiene alla CO2, la produzione di tale gas in fase di combustione è compensata dalla fissazione dello stesso per mezzo del processo di fotosintesi. Il recupero di aree marginali e il conseguente effetto positivo sul fenomeno della desertificazione sono vantaggi che competono con il problema che si evidenzia relativo alla filiera lunga durante l’intero ciclo di vita. Per quello che concerne gli IPA, essi sono presenti in quantità bassissime perché non ci sono precursori aromatici negli oli vegetali e saranno comunque abbattuti dal reattore catalitico che abbatte il CO e sottoposti a monitoraggio periodico. Il biossido di azoto, infine, verrà convertito per oltre il 90% in azoto molecolare (che compone per il 72% l’aria che respiriamo).
Riguardo alla Conferenza dei servizi dell’Ufficio emissioni, la risposta è già contenuta nello stesso commento. Essendoci una prescrizione di un Ente che obbliga l’inserimento dei filtri a manica nel progetto, è ovvio che l’impianto non potrà essere realizzato se non si ottempera a tale prescrizione. Pertanto l’inserimento dei filtri a manica non è un’opzione facoltativa ma un dato di fatto.                                                     
Gianluigi Parrotto                                     
Responsabile movimento giovanile-casarano

 

 

 

04/05/2010 Ringraziandola per la risposta, torno a chiedere: qual è esattamente il piano di approvvigionamento degli oli? Le oleaginose citate nell’articolo della Reuters sono colture che possono avere utilizzo food oppure no food (il prodotto finito può essere rispettivamente  olio alimentare oppure olio combustibile); Quindi, se destinate ad usi energetici, anche queste rientrano pienamente nel novero delle colture energetiche no food insieme alla Jatropha (alla quale, mi pare di intuire, si riferiva lei) che è esclusivamente no food.

Quali sono esattamente i criteri di sostenibilità socio-ambientali adottati per lo sviluppo delle colture?

In caso di prevalente approvvigionamento di Jatropha, in che percentuale verrà utilizzata? Da quali paesi proverrà? Esistono degli accordi con i produttori e dei contratti  per la fornitura? Come sarà garantita la tracciabilità del prodotto? L'azienda è in grado, già ora, di determinare l'impronta al carbonio derivante dalla produzione e combustione di olio di Jatropha? 

 

Per quel che concerne la Direttiva 2009/28/CE, come lei ha giustamente rilevato, c’è differenza tra bioliquidi (o biocombustibili) e biocarburanti sia per la destinazione d’uso del prodotto (il primo utilizzato per scopi energetici e l’altro per i trasporti), che per l’aggiunta, nel ciclo di vita dei biocarburanti, della fase di transesterificazione. Tuttavia, come ha potuto notare, nel mio commento precedente ho volutamente citato senza distinzioni biocombustibili e biocarburanti perché il ciclo di vita del prodotto (fatta eccezione per la fase di transesterificazione) è pressoché identico per entrambi; tant’è vero che la Direttiva 2009/28/CE  adotta gli stessi criteri di sostenibilità per entrambi:

“Criteri di sostenibilità per i biocarburanti e i bioliquidi

1. Indipendentemente dal fatto che le materie prime siano state coltivate all’interno o all’esterno del territorio della Comunità, l’energia prodotta da biocarburanti e da bioliquidi è presa in considerazione ai fini di cui alle lettere a), b) e c) solo se rispetta i criteri di sostenibilità definiti ai paragrafi da 2 a 6”

(art.17, comma 1 Direttiva 2009/28/CE)

 

In merito allo studio citato dall’articolo della Reuters, vorrei precisare che la parte relativa alle emissioni  di  CO2 dei biocarburanti è stata secretata dall'Unione Europea, e poi pubblicata perchè Reuters si è appellata alla legge sulla trasparenza.

Uno degli scienziati coinvolti nello studio, Eichhammer,  ha protestato per aver tenuta nascosta quella parte relativa alle emissioni, sostenendo che agendo in quel modo ha inteso garantire l'imparzialità della scienza.

Nella lettura dell'articolo forse le è sfuggito che lo studio non è effettuato solo sul biodiesel di soia, ma anche su quello di colza e di palma.

 

Per quanto concerne le emissioni: se è vero che l'azienda ha predisposto tutte le tecnologie che lei ha poc'anzi esposto, come mai non vi è traccia delle stesse nel progetto (tant'è che alcuni enti in conferenza dei servizi hanno presentato prescrizioni a riguardo)? E come mai l'azienda attende le prescrizioni degli enti preposti alla valutazione in conferenza dei servizi, per introdurre nel progetto le migliori tecnologie possibili per la salvaguardia della salute?

 

Per concludere, rinnovando i miei ringraziamenti per la sua risposta, le faccio una proposta.

Visto che conosce così bene il progetto e, da quel che ho dedotto da quanto scrive, lei dovrebbe essere un tecnico dell'azienda, le propongo di farsi promotore presso l'azienda di questa mia richiesta: la pubblicazione del progetto definitivo di Heliantos 2 on-line, in modo che tutti i cittadini possano leggerlo per cercare di capire di cosa si tratta e per formarsi un'opinione in maniera autonoma.

Cordialità

Alessandra Isernia

alex-is@libero.it  

 

 


06/05/2010 Come ho già spiegato e ribadito nei miei precedenti articoli, ritorno a spiegare che riguardo al piano  di approvvigionamento, dalle informazioni in mio possesso, le colture  destinate all’impianto di Casarano sono la jatropha curcas e il colza. 
Occorre precisare che l’articolo in inglese da lei citato parte da un presupposto che non concerne la questione dell’impianto previsto a Casarano. Infatti, nel suo commento dichiara “lo studio non è effettuato solo sul biodiesel da soia, ma anche su quello di colza e di palma”.  Non bisogna dimenticare che nel caso dell’impianto a biomasse  preso in esame non si tratta di biodiesel. La lavorazione del colza per la produzione di energia è differente da quella per la produzione di biodiesel, pertanto le quote di emissioni non possono coincidere. Neppure i criteri di sostenibilità da lei citati, a mio parere,  sarebbero inerenti al caso, trattandosi di aree marginali. Comunque, le sue domande che entrano nello specifico del progetto (compresi i suoi interrogativi inerenti agli accordi con i produttori, i contratti di fornitura, ecc.),  le può rivolgere personalmente agli stessi tecnici che hanno progettato l’impianto, i quali potranno fornirle maggiori delucidazioni di quanto potrei fare io che non sono un tecnico.  Ad ogni modo, so che il progetto è consultabile presso il Comune di Casarano.
Gianluigi Parrotto
Responsabile movimento giovanile-Casarano
 


 

 

 

I video del sit-in di protesta del 1 maggio 2001

 

Parte 1

 

Parte 2

 

 

 

Caterina Soffici: Ma le donne no. Come si vive nel paese più maschilista d'Europa

Lunedi 3 maggio 2010 - ore 18.00 -  Presso la Libreria Dante Alighieri 

 

 

 

 

 

               

 

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