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Addelico Pino, casaranese, 44 anni, carabiniere, è uno dei 1048 italiani  ucciso nelle foibe
Di Enzo Schiavano, dal Nuovo Quotidiano di Puglia, 14/03/2006

  

“Appuntato Pino, venga con noi!”. I partigiani di Tito irrompono nella modesta casa del carabiniere, a Gorizia, mentre la famiglia è a tavola. Il militare italiano capisce subito che quegli uomini armati non scherzano. Mentre, a forza, lo trascinano fuori, cerca di tranquillizzare la moglie Lucia; le grida di badare a Romano e ad Adriano, i loro figli, e le promette che sarebbe tornato presto. E’ il 13 maggio 1945. La guerra sta per finire e la Venezia Giulia è in mano ai partigiani jugoslavi. Da quel giorno, di Addelico Pino, casaranese, 44 anni, non si saprà più nulla. Lo sfortunato appuntato dei carabinieri è uno dei 1.048 nomi di un elenco che il governo sloveno ha consegnato di recente al Comune di Gorizia.

Sono tutti italiani assassinati dalle truppe comuniste del maresciallo Tito e buttati nelle foibe, le caratteristiche e profonde caverne della regione istriana. “Era convinto che un giorno o l’altro l’avrebbero portato via – racconta la signora Gina Perrone, nipote di Addelico, figlia della sorella i Maria Emilia (96 anni) – prima che sparisse nel nulla, alla zia Lucia diceva che forse era meglio se lei e i bambini si rifugiavano qui da noi, nel Salento. Lui era convinto che un giorno o l’altro l’avrebbero portato via. Aveva capito che per loro, carabinieri e militari italiani, l’aria cominciava a farsi pesante. Diceva che, con la zia e i bambini al sicuro, per lui sarebbe stato più facile nascondersi. Ma la zia – prosegue la signora – non voleva sentire ragioni. E’ rimasta a Gorizia perché non voleva staccarsi da lui ed era convinta che, prima o poi, sarebbe tornato”.

A Casarano, oltre alla sorella Maria Emilia, che ha qualche problema di salute, ci sono diversi nipoti, tutti figli di fratelli o sorelle di Addelico. “Lo chiamavamo zio Alladin – racconta ancora la signora Perrone – perché noi bambini non riuscivamo a pronunciare quello strano nome che il nonno gli aveva dato. Prima dello scoppio della guerra, tornava ogni anno qui da noi per salutare i genitori e i parenti”. Dopo l’arresto, la signora Lucia si informava continuamente sulla sorte del marito, ma le autorità slave cercavano di rincuorarla. “Se non ha collaborato con i tedeschi, non avrà nulla da temere”, le rispondevano. “La zia – ricorda la nipote – ha sperato fino al giorno della sua morte che sarebbe tornato”.