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Quando le nostre scelte per negligenza o per scelta  ricadono sugli altri

 

 

 

Di Gabriele Bastianutti

gbastianutti@tiscali.it  

Casarano, 12/12/2007

 

Le storie degli uomini sono affidate al mistero dell’esistenza.

Sintesi di arcano e realtà. Il tempo ci scorre addosso ponendo il nostro vivere sotto il precario equilibrio di conoscenze effimere e di volontà insufficienti.

Alcune volte però la speranza riesce a cullare il balbetto delle nostre vite e il sentimento della fratellanza, della solidarietà senza tornaconto, sembra illuminare il cammino disvelando così quel soffio vitale che nell’aurora del divenire fu definita “anima”.

La mia vita è stata segnata da un incontro.

Molti anni fa, Anna, una mia compagna universitaria, insistette per farmi conoscere un padre comboniano che, dal ritorno dall’africa, sarebbe rimasto alcuni giorni presso il convento di Cavallino e che a suo dire, bisognava conoscere perchè “uomo autentico”.

Ricordo bene questa definizione perché pensai subito che fosse da imputare al carattere volitivo di Anna che, pur conoscendo bene le mie resistenze verso ciò che era in odore di chiesa, doveva convincermi a tutti i costi.

Aveva ragione: incontrai un uomo autentico, una di quelle persone che sanno rendere luce il  fango e far germogliare nel deserto.

Sin dal primo scambio di battute volli però evidenziare il mio agnosticismo convinto e la forte avversione verso la chiesa che consideravo strumento di potere e oppressione.

Il vecchio padre stette ad ascoltare e sorridendo mi disse che non aveva alcuna intenzione di discutere ne di giustificare ciò che, in definitiva non dipendeva da noi. Su questo potevamo essere d’accordo: non era lui il responsabile del tribunale dell’inquisizione, ne delle crociate ne tantomeno degli affari economici del vaticano; era un uomo con una sua storia personale cementata da debolezza e forza. Superato il primo empasse iniziò a parlarmi del suo ultimo viaggio in africa, enumerando una serie di nomi di donne e uomini che aveva conosciuto. Sorprendentemente non parlò mai di miseria e di sofferenza quanto invece del valore della dignità e dei sentimenti di quei reietti dimenticati dal nostro mondo vestito e cibato anche da forme di miseria che altrove vengono considerate ricchezza.

Ad un certo momento estrasse dal suo saio una foto in bianco e nero: ritraeva un bambino africano dagli occhi enormi e dalla pancia gonfia. Morto qualche giorno prima per dissenteria. Il padre era commosso e senza inibizioni si lasciava al coraggio delle lacrime. Mettendomi una mano sulla spalla, mi chiese: “cosa studi?”. Con un certo imbarazzo risposi che ero iscritto alla facoltà di filosofia. “bene” aggiunse congedandosi “ se non vuoi porti molte domande sul cielo, su dio o sugli angeli, non farlo! Abbi però la forza di chiederti il perché di questa morte. Nella risposta forse avrai il modo di scoprire quel filo sottile che ci lega e che oggi ci ha fatto incontrare e ti ha fatto conoscere gli occhi di un bambino incolpevole. Non ti ho detto il suo nome perchè di quei bambini nel mio cammino ne ho incontrati troppi. I loro nomi non li ha cancellati il Dio in cui credo, ma altri uomini che parlano di giustizia e uccidono silenziosamente. Gabriele – mi ha detto stringendomi la mano – cerca di non farlo anche tu”.

Non ho più incontrato il padre ma quelle parole le porto dentro e mi sforzo di renderle vive nelle mie scelte e nelle mie azioni.

Oggi sento il dovere di uomo e di padre di affermare con forza che si ammazza anche con l’insufficienza delle previdenze igieniche, o di misure di sicurezza sul lavoro, con le sofisticazioni alimentari, con la mancanza di assistenza ai malati e ai poveri.

Diceva Enzo Biagi che “si uccide anche violentando moralmente una persona o togliendole la speranza”.

Se il nostro tenore di vita, il nostro agio, la nostra ricchezza dovrà, ancora una volta, costruirsi a danno delle periferie del mondo, allora non potremo più nascondere le nostre mani sporche di sangue invisibile dei tanti uomini senza nome.

E’ da tempo che nella nostra città si discute sulla possibile installazione di una centrale energetica basata sulla combustione delle biomasse.

All’interno del dibattito sulle energie alternative, al di la dei fattori tecnici ed economici, sull’emissione o meno di polveri sottili, sul tornaconto finanziario, la mia domanda è ancora una volta il conto del nostro benessere dovrà essere pagato dai dimenticati “senza nome”.

Ho letto una dichiarazione dell’ONU che definiva la produzione di energia dagli agro-combustibili un “CRIMINE CONTRO L’UMANITA’”.

Esistono altre forme di approvvigionamento energetico, forse più costose, ma sicuramente più rispettose di quel  principio di responsabilità verso noi stessi e gli altri. Unica guida per assicurare e garantire il rispetto della dignità umana. Le nostre scelte non dovranno focalizzarsi solo nell’interpretazione di tavole e diagrammi tecnici ma soprattutto tenere presente la domanda: il rispetto della vita e dei valori etici, religiosi e laici che dovrebbero accompagnare le nostre esistenze valgono per tutti?

In quella foto in bianco e nero custodita in un semplice saio che ricopriva un uomo, io ho trovato la risposta.

Se nella comunità in cui viviamo la notorietà è più ammirata della dignità, se la ricchezza è preferita alla saggezza, se il successo è più importante del rispetto degli altri, allora vuol dire che l’individualismo più becero regna sovrano. Spetta a noi e solo a noi cambiarne la rotta.

 

 

 

 

 

 

 

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2 commenti

 

 

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