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Il coraggio del futuro

 

 

 

 

Di Alessandro de Blasi

pietreomeriche@libero.it

Casarano, 27/09/2010

 

In questo primo giorno di ferie, di stacco dalla monotonia dei giorni di lavoro e dalle sue "fatiche" che mi è d’obbligo affrontare,più intenso e prepotente è quel sentimento di stanchezza dove ci si scopre stremati,devastati, logorati.

Non è un raccontarmi il mio,piuttosto, un tentativo di riflessione che vorrei qui partecipare a quanti, allo stesso modo, si sentono assaliti nel profondo da quel senso di sgomento che imprigiona e incatena, che limita e inaridisce e ti da come un rigurgito notturno di impotenza e di rabbia.

Sono questi, giorni di pochezza e miserabilità,giorni nel lento e mediocre scorrere dei quali ci muoviamo impacciati, come attori non protagonisti, in scenari di precarietà che più non ci fanno battere il cuore, soffocati come siamo dal calore di un sole che ci brucia ma non ci illumina e che anzi,con suprema indifferenza, passa deciso e rapido avanza oltre le nostre scottature.

"Ciò che non vedete sta lontano delle miglia da voi, ciò che non considerate non esiste affatto per voi". Così parla il Mefistofele di Goethe e questa è la verità dei nostri tempi disillusi.

Ma pure ci sono voci che,seppure in agonia, ogni tanto tornano ad accennare un grido consapevoli, tuttavia,che questa società fatica ad accogliere parole che non accettano l’andazzo, parole che non si arrendono a questo svilimento dei sentimenti e delle speranze, parole che portano alta la bandiera della passione civile, morale e ideale che osa non cedere sotto i fendenti della meschinità, sotto i colpi di chi, tronfio delle sue certezze e onusto di vuoto (mi si scusi e mi si passi l’ossimoro) ignora la forza del trauma, la sola, capace di lacerare quei veli di oscurità e finzione dietro i quali, comunque, ci nascondiamo a quegli occhi sempre pronti al consiglio, o al biasimo, o al giudizio o alla condanna di quanto per noi è vita e respiro d’amore. Mentre per loro… Credo sia giusto, e utile, che quei veli vengano comunque recisi. In agguato sempre ci sarà l’incomprensione di chi avanza rapido con le sue certezze, di chi si ostina a guardare solo ciò che è presente, ciò che si palesa immediato agli occhi e ignora di conoscere ciò che è giusto, ciò che esiste e vive nell’ombra, ciò che è vero.

Ma come dice il Sartre della NAUSEA :"tutti hanno occhi ma non tutti hanno sguardi". Occhi capaci solo di insofferenza per ciò che è dissonante dal modo comune di stare al mondo, occhi impegnati solo nel giudizio e nella condanna per quelle vite di contrasto e di ostinazione, quelle vite che non si adeguano e non accettano, quelle vite che fuggono nella notte e alle quali nessuno si accompagna, per tutti coloro che, illuminati di paura e di illusione, ogni giorno affrontano la quotidiana avventura della sopravvivenza condannati a giocare il loro destino sugli avamposti dell’emarginazione. Questi occhi quindi, sempre in agguato, sempre presenti a occupare posti in prima fila, occhi che si perdono come un alito di vento nelle tenebre dell’egoismo e dell’indifferenza.

Ma quali sguardi impegnati nell’arduo tentativo di comprendere, di capire, di rispettare? Quali sguardi ancora capaci di levare, appassionata, un’estrema voce di sdegno?

E allora, ogni giorno, sempre più si spegne quello slancio appassionato e infuocato che aveva acceso e infiammato di sogni e di ideali il tempo della miseria e della fame.

Ma io oggi, nell’esiguità dei miei ventotto anni di vita, mi vedo e mi sento torturato e minacciato da un altro genere di fame e di miseria. Minacciato dall’assenza di quelle persone creative, vere, pure, libere e ancora capaci di provare sgomento davanti alla tragedia di chi "senza luna senza stelle e senza fortuna", "cerca dal terzo piano la sua serenità" per dirla con la potenza poetica dell’adorato Amico Faber.

Queste persone sono i veri falliti del nostro tempo! Certo, non falliti per inerzia o stupidità, ma perché in tempi di meschini entusiasmi come questi, di attese tradite, di ideali agonizzanti, hanno ancora l’impeto, l’ardire del cuore e della ragione, il richiamo e rapido e veemente alla bellezza che impetuoso, prepotente e irrefrenabile trascina e sconvolge, perché hanno osato percorrere nuove strade e solcare sentieri inediti e ignoti, perché sono stati coerenti con se stesse, perché non si concedono facili comodità nel rischioso mestiere di vivere, perché non compiono scelte motivate solo da calcoli e vantaggi personali immediati, perché avanzano fieri sulle loro strade maestre contorte e perigliose ma dove alta portano la loro bandiera di incertezze e di speranza e non deviano sulle traverse dove allettante, lusinghiero e invitante cammina e procede il facile compromesso, perché inquietano e sconvolgono i luoghi comuni e le banalità e per questo il mondo le rigetta. Falliti sì! Ma capaci di portare alta la bandiera del fallimento come loro vanto, loro orgoglio,loro privilegio.

Ma la nostra, è "life in technicolor" come cantano i Coldplay, il nostro è un "dancing in the dark" per scomodare il De Andrè d’America, il grandioso Bruce Springsteen.

Tramontata l’epoca dell’edonismo (ma sarà poi vero?), ci resta quella, ancor più deprimente, dei sentimenti simulati.

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28/09/2010 Io non ci ho capito un granchè. Se magari il sign. De Blasi mi potesse fare un riassunto in parole povere.
Grazie

Remo Tomasi

remo.tomasi@gmail.com

 

 

 

28/09/2010 Diciamo, gentile signore, che il coraggio del futuro di cui avevo inteso parlare

- evidentemente in modo confuso, forse troppe sono state le metafore - è il coraggio di chi, anziché guardare al passato, si appoggia ai valori essenziali e permanenti che il passato racchiude ma, per meglio guardare in avanti e andare avanti. E questo, nonostante la pochezza dei nostri giorni, le molte situazioni di miserabilità, di bassezza senza fondo, di meschinità davvero deprimente.

Insisto: ci basta solo quello che ci mostrano gli occhi (i miei sono astigmatici) o ci vogliamo impegnare anche nel duro lavoro di gettare nel mondo, a cominciare dal nostro piccolo, minuscolo e insignificante microcosmo, degli sguardi più acuti e più generosi? Siamo di Casarano in fondo, piccolo paese, pochi abitanti e tante le situazioni di marginalità e di abbandono davanti alle quali transitiamo sussiegosi con volto indifferente, con cuore chiuso,con passo affrettato! Perché è più facile nutrire soli sentimenti di insofferenza o indifferenza, o magari, all’occorrenza, di rancore e di vendetta. Perché ci ostiniamo a non voler capire invece che, nonostante siamo così presi dal nostro ego e dalle nostre vane glorie, dalle nostre "recitate euforie", "se niente ci tocca niente può renderci felici"!

Nella mia risposta, ora che la rileggo, credo di non averla soddisfatta nel suo desiderio di avere un riassunto, più chiaro, del mio pensiero. Ancora, forse, qualche metafora è sempre in agguato. Ma anche qui, per coglierne il senso, non occhi ma sguardi occorrono!

Mi spiace di averla delusa!

Alessandro De Blasi

 

 

 

29/08/2010 Ringrazio il sign. De Blasi, per aver espletato il concetto in parole più semplici.

Anche in altre occasioni ho richiesto un intervento del genere per il semplice fatto che come me, molta altra gente vuole comprendere quello che scriviamo. Anche lei evidenzia il fatto che viviamo in un piccolo paese e se nulla ci tocca da vicino allora non ci tange minimamente. 

E, se posso intervenire con modestia, ritengo che più che di sguardi abbiamo bisogno di osservazioni e riflessioni e soprattutto di interventi concreti.

Una cosa è guardare, vedere e un'altra è osservare (guardare con riflessione). 

Grazie ancora una volta per il suo intervento con l'incoraggiamento a farne degli altri e a guardare al futuro con occhi di osservatore serio, sereno, positivo e propositivo.

Remo Tomasi

 

 

 

 

 

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