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L’iniziativa era attesa dopo la condanna per omicidio della maestra ed il ferimento del marito pedofilo

 

Dalla Gazzetta del Mezzogiorno del 14/09/2010

 

I legali della donna hanno presentato l’istanza alla Procura generale

C A S A R A N O. La domanda di grazia al presidente della Repubblica, adesso c’è.

In nome e per conto della madre assassina di Casarano, gli avvocati Luigi Corvaglia e Francesca Conte, l’hanno depositata ieri mattina negli uffici della Procura generale. Cui spetta il compito di istruirla, prima di girarla al ministero della giustizia, che a sua volta la presenterà al Capo dello Stato.

La mamma assassina, è la donna oggi non ancora quarantenne, che per vendicare il figlio divenuto oggetto di attenzioni sessuali, dopo essersi ubriacata, si armò dei coltelli che aveva in cucina, e raggiunse a Par abita, la sera del 5 novembre del 2007, la casa di Iolanda Provenzano, 71 anni, maestra di doposcuola del figlio di soli sette anni, e del marito sarto in pensione, Luigi Compagnone, 80 anni.

In più occasioni, nella sua stanza da letto, e con il via libera della moglie, l’uomo avrebbe abusato del bambino, e per questo, finito poi sotto processo, è stato condannato per pedofilia a dieci anni di reclusione (la sentenza è ancora solo quella di primo grado).

Al cospetto dello stato di disagio in cui da tempo viveva il figlio, la madre si era decisa ad interrogarlo, ed aveva appreso degli abusi. Per evitare lo scandalo, e soprattutto che diventata di dominio pubblico, la vicenda potesse finire per danneggiare irrimediabilmente la spiche del bambino, la donna aveva stretto i denti ed aveva tirato avanti.

Ma una crisi del figlio all’uscita da scuola, l’aveva spinta ad affrontare l’anziana coppia.

Una frase del sarto, l’aveva a suo dire spinta all’omicidio della moglie, intervenuta in soccorso del marito.

«A tuo figlio gli piaceva». I primi colpi, la donna li aveva inferti proprio all’uomo, ferendolo, e restando a sua volta ferita al polso, durante la colluttazione. Poi, dopo aver colpito a morte Iolanda Provenzano, si era data alla fuga in auto, salvo a consegnarsi ai carabinieri, ai quali fece anche ritrovare, a Lido Pizzo, i coltelli ancora insanguinati. La mamma di Casarano, è stata condannata, con sentenza passata in giudicato, a sette anni di carcere. Durante i tre gradi di giudizio, ha sempre ammesso il proprio peccato mortale, ma anche di aver agito per salvare il figlio e per difendersi, quando durante la colluttazione nella casa-doposcuola di Parabita, Luigi Compagnone la disarmò e la colpì a sua volta.

 A dicembre di due anni fa, la donna è diventata madre per la seconda volta; e per la terza, a marzo di quest’anno. Per accudire i figli piccoli, su istanza dei suoi avvocati, il Tribunale di sorveglianza le ha restituito la libertà. Ma quando, due anni e cinque mesi, anche l’ultimo nato avrà compiuto tre anni, così come vuole la legge, la mamma assassina dovrà tornare dietro le sbarre per scontare il residuo di pena.

«Solo lei - ha scritto al presidente Napolitano - può salvarmi e farmi stare accanto ai miei bambini».

Nella lunga lettera al Presidente della Repubblica la ricostruzione di “una storia drammatica vissuta incosciamente”

«Mio figlio ha già pagato abbastanza»

«Se potessi tornerei indietro dalla tragedia e dall’incubo che ho vissuto e sto ancora vivendo»

Questo, in sintesi, il testo della lettera.

Chi Le scrive è una moglie ed una madre disperata, che in un attimo ha visto distrutti i sogni ed i sacrifici della propria vita e di quella della sua famiglia a causa delle gravi condotte delittuose poste in essere da un uomo senza scrupoli, il signor Compagnone Luigi, che non ha esitato ad abusare sessualmente di suo figlio, all'epoca dei fatti di appena sette anni, col concorso della di lui moglie e maestra di doposcuola di mio figlio, signora Provenzano Iolanda.

A seguito degli orrori perpetrati in danno di mio figlio mi sono resa responsabile dei reati più efferati che un essere umano possa commettere e che mai avrei pensato di poter porre in essere: ho soppresso una vita umana (quella della Provenzano) ed ho tentato di sopprimerne un'altra (quella del Compagnone). Così ho subito una condanna definitiva a sette anni. E' accaduto tutto in maniera inaspettata, assurda, inverosimile, non voluta, per me che ho sempre vissuto una vita all'insegna della correttezza, del rispetto per le leggi e per le persone; per me che ho trascorso la mia vita impegnandomi dapprima nello studio e poi nel lavoro avendo come unica meta quella di sposare l'uomo che ho sempre amato e col quale lavorare e formare una famiglia con dei figli da amare e accudire. Il sogno di una vita ha trovato poi il suo coronamento con la nascita del mio primogenito, avvenuta nel 2000, al quale si sono aggiunti altri due figli nati nel 2008 e nel 2010.

Sono sempre stata una buona madre per i miei figli, ho sempre tutelato il primogenito da ogni insidia e pericolo, cercando sempre di preservare quell'innocenza che ogni bambino possiede e che mai deve essere scalfita da nessuno, cercando di infondergli serenità e coraggio.

L’ho allevato con la massima cura e diligenza facendo sì che vivesse in ambienti sani all'interno dei quali sviluppare la propria personalità in maniera serena, cercando di preservarlo da paure ed insicurezze che avrebbero potuto segnare la sua vita da adulto.

Purtroppo non è andata così! Impegnata com'ero nel lavoro, ho commesso l'errore di fargli frequentare, sin dall'età di cinque anni e mezzo circa, il doposcuola presso quella famiglia di anziani signori di Parabita, la maestra Provenzano ed il marito Compagnone, presso i quali ho portato mio figlio quasi quotidianamente, nella più solida convinzione che gli anziani coniugi fossero persone per bene, tanto da meritare la mia massima fiducia.

(Quindi il racconto dei fatti, ben noti ai nostri lettori, che hanno portato all’omicidio). (...) Ho sempre collaborato sia con le forze dell'ordine sia con la magistratura, nella consapevolezza di aver commesso un atto che non mi è proprio e che non può trovare il perdono della legge; è per questo che mi rivolgo a Lei non solo nella qualità di Capo di Stato ma soprattutto di uomo che col proprio cuore, simile a quello di ogni genitore che ama i propri figli, può superare ogni limite imposto dalle leggi terrene per concedere a mio figlio la possibilità di non perdere la madre in un momento così delicato della sua vita. Questa è la preghiera che Le rivolgo e che La prego di ascoltare col cuore. Un essere senza scrupoli ha condannato per la prima volta mio figlio ad avere un'infanzia diversa da quella degli altri bambini, togliendogli quell'innocenza che solo un bambino può avere e lasciandogli un segno che porterà con sé per tutta la vita. Io l'ho condannato nuovamente con la mia azione, non so come ho potuto, non lo so! Ed ora ricorro a Lei pregandoLa di non condannare mio figlio per la terza volta; non lo condanni a vivere senza la mamma affianco, la prego! Io mi sono macchiata di un peccato mortale, ma mio figlio perché deve pagare per essere stato onesto e coraggioso con la sua mamma? (...) Questo è tutto ciò che il mio cuore desidera, continuare ad avere mio figlio tra le braccia. Mi vergogno di me stessa e non riesco a perdonarmi il gesto compiuto in danno della famiglia Compagnone e della mia famiglia; pertanto Le chiedo umilmente di concedermi la grazia, per avere la possibilità di porre rimedio, con la mia presenza, al dramma morale e psichico che ho provocato ai miei congiunti.

 

Trecentosessanta Lire -  Marco Paolini

 

 

 

 

               

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  

 

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