"Come arrivano lontano i raggi di quella piccola candela: così splende una buona azione in un mondo malvagio."
(W. Shakespeare)

 

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"L'amore, al pari della preghiera, è una forza e un processo evolutivo. E' curativo. E' creativo." (Z. Gale)

 Madre di Dio: un dogma non sufficientemente giustificabile

 

 

 

 

Di Francesco Primiceri

francoprimeceri@yahoo.it

Casarano, 02/01/2010

Agrifoglio

 

Il primo di gennaio tutti festeggiano l’inizio del nuovo anno civile. La Chiesa Cattolica, in particolare, festeggia anche una ricorrenza di fondamentale importanza per il suo credo dottrinario: la ‘madre di Dio’, cioè la ‘genitrice di Dio’.

Che cosa significa che Dio ha una madre? Quale rapporto intercorre tra Dio e sua madre? La fede cristiana nella ‘Madre di Dio’ non appare a un musulmano o a un ebreo come qualcosa di assolutamente inammissibile o addirittura una bestemmia?

Questa formulazione della dogmatica ecclesiastica risulta essere inaccettabile per gli Ebrei, non solo perché il Nazareno, in quanto ebreo, non avrebbe mai dato formulazioni dogmatiche di stampo greco-ellenistico, così come è intrisa la formula: ‘Madre di Dio’, ma anche perché questa è una idea assolutamente estranea all’ebraismo e al suo stretto monoteismo.

Per comprendere questa ‘Verità di Fede’, dobbiamo fare necessariamente riferimento ai Concili dei primi secoli. Qui coglieremo, come vedremo, l’insufficiente giustificabilità di questo dogma. Non solo, se avessimo più spazio e tempo per ulteriori approfondimenti, ma non è questo certamente il luogo adatto per farlo, capiremmo anche che la smania di dogmatizzare e decretare per legge cose di fede è una prerogativa cristiana proveniente dalla cultura greco-romana. Ma senza distrazioni di sorta, puntiamo subito verso il nostro obiettivo per dimostrare l’insufficiente giustificabilità della formula dogmatica: madre di Dio.

Con il secondo concilio ecumenico di Costantinopoli (381) si giunge alla formula definitiva del dogma trinitario, grazie anche al contributo dato dai famosi teologi e vescovi di Cappadocia nell’Asia Minore: Basilio il Grande, Gregorio di Nazianzo e Gregorio di Nissa. Questi riuscirono a conciliare la fede atanasiana con la teoria origeniana e, sulla base delle concezioni cristologiche affermatesi a Nicea, poterono alla fine, attraverso un processo estremamente complesso e faticoso, imporre la nuova norma linguistica: Dio – ‘una natura divina (una sostanza, ousía, phýsis), ma in tre ipostasi (tre persone, sussistenze, prosopa)’.

Ma dalla tesi dell’identità ontologica di Padre e Figlio scaturiva un nuovo problema: se il Figlio è della stessa natura del Padre, in che rapporto sono tra loro la natura divina e la natura umana in Cristo? Non restava a questo punto che rifugiarsi dentro un mistero concettuale, che certamente né Gesù e né gli apostoli avevano mai annunciato.

Diverse soluzioni s’intrecciarono, influenzandosi a vicenda e in generale la disputa sulla supremazia del modello risolutivo coincise con le lotte di potere tra i patriarcati di Costantinopoli e di Alessandria per l’egemonia in Oriente e con la rivalità delle scuole di Antiochia e di Alessandria che alimentarono lo scontro.

Una prima soluzione fu proposta da Apollinare di Laodicea, per il quale il Logos ha assunto ‘carne’ e ‘psiche’ umana (ma non ‘spirito’ umano); quindi Gesù è interamente Dio in veste umana. Questa concezione, per la maggior parte dei teologi, nega la piena umanità di Cristo, perciò fu condannata in diversi sinodi d’Occidente e d’Oriente, anche se non cessò, in ogni modo, di esercitare la sua influenza.

Un’altra soluzione fu elaborata dal patriarca alessandrino Cirillo e dalla scuola alessandrina. Questi propugnavano una piena unità e divinità della persona di Cristo. Secondo tale dottrina il Logos ha assunto la natura umana come un vestito, ma è stata assorbita completamente in quella divina. È la tesi dell’unica natura (monofisismo), che sta alla base del successivo sviluppo del dogma di Maria come theo-tókos, ‘genitrice di Dio’.

Contrari a questa dottrina furono il patriarca di Costantinopoli Nestorio, avversario di Cirillo, e la scuola antiochena. Essi si attestarono incondizionatamente a favore di una distinzione tra natura umana e natura divina in Cristo, necessaria per garantire la piena umanità di Gesù. Naturalmente essi furono ostili all’uso dell’appellativo di ‘genitrice di Dio’ e preferirono quello di ‘genitrice di Cristo’.

Cirillo, uomo certamente ambizioso, non ebbe alcuna remora nell’imporre la propria posizione al nuovo concilio, anche con l’ausilio di manipolazioni. Così, nel 431, al Concilio di Efeso, sotto la sua diretta influenza fece condannare il rivale di Costantinopoli e la dottrina antiochena senza attendere l’arrivo di Nestorio[1]. Il Concilio si uniformò alla dottrina monofisita e respinse il titolo di Maria come ‘genitrice di Cristo’, per abbracciare definitivamente quello di ‘genitrice di Dio’, che è ancora oggi un dogma ecclesiastico.

Come era da attendersi, Nestorio rispose con una controcondanna e con la controdeposizione di Cirillo; così la cristianità si ritrovò di fronte ad un’ulteriore e grave divisione, tanto che Teodosio II dovette convocare un nuovo concilio ad Efeso (433) nel tentativo di mediare i due partiti.

Il tentativo fallì e nel 449 fece seguito un altro concilio, sempre ad Efeso, egemonizzato però da Dioscoro, successore di Cirillo ed altrettanto ambizioso, il quale con i suoi seguaci terrorizzò i padri conciliari e destituì i più importanti teologi antiocheni. Per questi avvenimenti papa Leone soprannominò latrocinium, ‘sinodo di ladri’, il concilio.

Il successivo cambiamento politico a Costantinopoli, dovuto alla riconquista del trono da parte dell’imperatrice Pulcheria e di suo marito Marciano, favorì il ripristino della tradizionale autorità imperiale sulle pretese di potere da parte della chiesa. L’imperatore, d’accordo con il papa Leone I, decise di deporre Dioscoro e nel 451 fece convocare un nuovo concilio a Calcedonia[2]. Quest’ultimo, noto come il quarto concilio ecumenico, riconobbe come ecumenici soltanto i sinodi di Nicea (325), di Costantinopoli (381) e di Efeso (431).

Dopo la deposizione di Dioscoro, tra l’altro con un processo dai percorsi poco trasparenti, l’imperatore impose al concilio le asserzioni cristologiche a lui comprensibili e riportate in una lettera che gli fece recapitare papa Leone. Così la posizione cirilliana e quella nestoriana furono definitivamente sconfitte e ad esse subentrò quella occidentale e latina di Tertulliano, Novaziano e Agostino, per la quale si afferma che Gesù Cristo è «perfetto nella sua divinità e nella sua umanità, vero Dio e vero uomo». Egli «è della stessa sostanza del Padre secondo la divinità ed è della nostra stessa sostanza secondo l’umanità». Quindi l’«uno e medesimo Cristo…, che esiste in due nature, senza confusione (inconfuse) o cambiamento (immutabiliter), senza divisione (indivise) o separazione (inseparabiliter[3]. I quattro avverbi erano evidentemente diretti due contro gli alessandrini (inconfuse o immutabiliter) e due contro Nestorio (indivise o inseparabiliter).

Possiamo a questo punto provare a sintetizzare un po’ tutta la questione:

-              la formula dogmatica di ‘madre di Dio’ o ‘genitrice di Dio’ proviene dalla concezione monofisita, cioè dalla sola natura divina di Cristo;

-              tale concezione viene condannata come eretica nel quarto concilio ecumenico di Calcedonia (451), ma lo stesso concilio però riconosce come valido quello di Efeso (431), il quale enuncia la formula dogmatica di ‘generatrice di Dio’;

In sostanza, la Chiesa riconosce come valido un principio che lei stessa considera come eretico.

Capisco, per la Chiesa non vale il vecchio principio della logica aristotelica di ‘non contraddizione’. Per lei valgono i ‘misteri della fede’ anche quando misteri non sono, così come abbiamo visto. In verità, queste categorie dogmatiche sono: ‘misteri della buona-fede’ per molti cristiani, ‘misteri della cattiva-fede’ per i pochi dotti.

La realtà, invece, è molto più semplice: questi misteri sono misere logiche umane… troppo umane.  

Francesco Primiceri

 

 

[1] Cfr. P.-T. Camelot, Éphèse et Chalcédoine, Paris, Ed. de l’Orante, 1962.

[2] Ibidem.

[3] Cfr. H. Denzinger, Enchiridion symbolorum: definitionum et declarationum de rebus fidei et morum, Friburgi Brisgoviae, Herder, 1900.

 

 

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08/01/2010 Caro Francesco, pur non ritenendomi all'altezza di rispondere alle tue tanto erudite eccezioni, mi permetto di scrivere due righe per puntualizzare su quanto da te sostenuto.

La concezione monofita che tu, giustamente, sottolinei essere stata dichiarata eretica nel concilio di Calcedonia, negava l'attribuzione a Cristo della natura umana, sostenendo che egli avesse solo quella divina: secondo la sua dottrina la natura umana di Gesù era assorbita da quella divina.  Ben comprenderai che tale concezione derivante dalle dottrine cristologiche armene e copte contrasta apertamente con quanto sostenuto nei vangeli (Ed il Verbo si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi Gv 1,1-5.9-14 ). Fu questo il motivo che impose al concilio di dichiarare eretico il Monofisismo e non  la formula dogmatica di “Generetrice di Dio” che, diversamente da quanto asserito, nella  seconda lettera di Cirillo a Nestorio,  si dichiara esplicitamente:

«Così [i santi Padri] non dubitarono di chiamare genitrice di Dio la santa vergine, non nel senso che la natura del Verbo e la sua divinità abbiano preso il principio dell'essere dalla santa Vergine, ma nel senso che il Verbo si dice nato secondo la carne, avendo tratto da lei il santo corpo perfezionato dall'anima razionale, al quale era unito secondo l'ipostasi».

Per ulteriore scrupolo , vorrei ricordarti, inoltre che quello di Efeso è per la Chiesa Cattolica un Sinodo e non un Concilio. La differenza è che la prima aggregazione è una semplice “riunione dei sacerdoti di una diocesi, indetta dal vescovo, per trattare cose che riguardano la cura pastorale”, la seconda aggregazione è “un'adunanza dei vescovi con il papa per definire questioni riguardanti la fede, la morale e la disciplina “. Ben comprenderai, quindi, che non v'è alcuna contraddizione.

Fatto il punto sulla questione, il dubbio che mi piacerebbe dirimere è: hai effettuato una tanto complessa ricerca per servire la verità (non corretta) o per offrire una dimostrazione che la Santa Chiesa vive in contraddizione con se stessa? Faccio questa domanda, palesemente retorica, solo per ricordarti che la chiesa è la comunità dei fedeli, ognuno dei quali, purtroppo con troppa frequenza, contraddice la fede che spesso  dice di servire, quindi basta guardare in noi stessi per vedere una contraddizione nella Chiesa di Cristo.

Ringraziandoti per avermi dato l'opportunità di approfondire questi argomenti, fraternamente ti abbraccio e visto che il Natale non è trascorso da parecchio, ti lascio con due passi di sicuro tuo interesse.

Con affetto.

Bartolo Longo

blbartololongo@gmail.com

 «L'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te». A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto. L'angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell'Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». Allora Maria disse all'angelo: «Come è possibile? Non conosco uomo». Le rispose l'angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell'Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio. Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile: nulla è impossibile a Dio». Allora Maria disse: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto». E l'angelo partì da lei.» (Luca 1,26-37)

«Ecco come avvenne la nascita di Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto. Mentre però stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».

Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio che sarà chiamato Emmanuele, che significa Dio con noi. Destatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l'angelo del Signore e prese con sé la sua sposa, la quale, senza che egli la conoscesse, partorì un figlio, che egli chiamò Gesù.»(Matteo 1,18-25)

 

12/01/2010 Mi ha fatto piacere leggere le due spiegazioni date delle lettere precedenti; sono contento che entrambe le parti si siano documentate storicamente. Ognuno, però, dice di raccontare la verità. Mi fa piacere il fatto che tutto ciò mi ha convinto ancor di più che nessuno dei due "possiede" la verità. Magari, come dice il sign. Longo, la verità può essere corretta o meno, ma constato anche che certe informazioni sul "divino" vengono prese da "umani" come sottolinea il sign. Primiceri.
Fatto sta che il "dibattito" ha accresciuto la mia curiosità e posto nuove domande. Ora molti avranno soprasseduto su quanto sopra scritto, dato l'argomento, data la lunghezza delle rispettive risposte, ma sono convinto che in qualcuno qualche formicolìo di curiosità è sorto.
Ogni tanto fa piacere ascoltare simili informazioni indipendentemente dalle posizioni assunte da chi scrive e chi legge.

Remo Tomasi

remo.tomasi@gmail.com

 

 

12/01/2010 Caro Bartolo,

ho accolto con molto piacere la tua lettera di puntualizzazione su alcuni punti della mia tesi che riguardavano il dogma mariano: madre di Dio. E questo per diverse ragioni. Una di queste consiste nel aver provato una persona che condivide con me queste tematiche complesse che sono però alla base della nostra cultura. Ho colto nella tua lettera anche la delicatezza d’animo di chi si propone nella discussione con atteggiamento di rispetto delle idee altrui, ma non per questo meno deciso nel sostenere le proprie tesi. Perciò, sono certo che condividerai con me l’esigenza di ‘verità’, anche se per me rimane sempre e comunque un qualcosa di mai definitivo; inoltre, sono convinto che anche tu, come me, penserai che la propria ‘verità’ non va mai sbattuta in faccia a qualcuno, come purtroppo oggi spesso accade, ma va donata. Con questo spirito aperto al dialogo provo ora a rispondere alle tue obiezioni.

Mi scrivi: “…vorrei ricordarti, inoltre che quello di Efeso è per la Chiesa Cattolica un Sinodo e non un Concilio”.

Devo insistere, quello di Efeso (431) fu un concilio e non un sinodo. Ho controllato ciò in diversi testi e questi confermano quanto dico. Il concilio di Efeso si svolse in 5 sedute, dal 22 giugno al 17 luglio del 431. Un riferimento: Tutti i documenti del concilio, Ed. Massimo, Milano. XVIII edizione, 1993, pag 574.

Un’altra obiezione mi viene presentata quando citi la seconda lettera di Cirillo a Nestorio «Così [i santi Padri] non dubitarono di chiamare genitrice di Dio la santa vergine, non nel senso che la natura del Verbo e la sua divinità abbiano preso il principio dell'essere dalla santa Vergine, ma nel senso che il Verbo si dice nato secondo la carne, avendo tratto da lei il santo corpo perfezionato dall'anima razionale, al quale era unito secondo l'ipostasi».

Mi sembra alquanto scontato che Cirillo non volesse intendere che ‘la natura del Verbo e la sua divinità abbiano preso il principio dell'essere dalla santa Vergine. Anzi, proprio per questa ragione che i santi Padri avrebbero dovuto concepire  l’idea di ‘madre di Cristo’, piuttosto di ‘madre di Dio’, anche perché Cristo è dotato di una natura umana Se la natura umana non è stata presa nella giusta considerazione c’era un solo motivo: essa risultava irrilevante dal punto di vista della concezione monofisita. Il titolo di ‘genitrice di Dio’, estraneo alla Bibbia, enunciato nel concilio di Efeso (431), piaccia o no, trae la sua origine nel monofisismo. La rivisitazione del titolo ‘madre di Dio’ nel concilio di Calcedonia (451) che prende il via dal Vangelo di Giovanni (Ed il Verbo si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi Gv 1,1-5.9-14 ) non giustifica e non oscura la sua origine monofisita del titolo; anzi, questa rivisitazione offre nuovi spunti per altre riflessioni.

Razionalmente, se le parole hanno un significato semantico, a Dio non si può attribuire il verbo ‘essere generato’. Per quanto mi riguarda trovo difficoltà ad attribuire a Dio anche l’atto del ‘generare un Figlio’. Tutte queste categorie teologiche oramai si danno per scontate, nessuno ci fa più caso. Eppure esse sono frutto del pensiero umano, altro che del divino. Tu mi dirai che lo Spirito Santo avrà ispirato i santi Padri per formularle. Io non sono di questo avviso.

E’ un dato oramai acquisito che tra le componenti del pensiero antico, utilizzate dai primi autori cristiani, Platone ha occupato senz’altro il primo posto. Sappiamo che i riferimenti al filosofo greco furono così fondamentali per le elaborazioni teologiche dei padri della chiesa che determinarono quella rinascita del platonismo che va sotto il nome di ‘platonismo medio’.  Ad esempio, la lectio magistralis tenuta dal papa a Ratisbona anni fa è una ulteriore conferma, caso mai ce ne fosse bisogno, del nesso indissolubile esistente tra cristianesimo e pensiero greco: «[…] partendo veramente dall’intima natura della fede cristiana e, al contempo, dalla natura del pensiero ellenistico fuso oramai nella fede». Segue spontanea un’equazione: messaggio cristiano + pensiero ellenistico = fede cristiana. Tutte le categorie teologiche come: il Verbo si è fatto carne, Figlio di Dio, madre di Dio, ecc.  hanno subito pesantemente l’influsso del pensiero greco. Mi chiedo. Se le cose si presentano in questo modo, possiamo ancora distinguere l’autenticità del messaggio cristiano dalla struttura dottrinaria della chiesa cattolica? Dobbiamo ancora confondere la fede in Cristo con quanto invece si dice di Lui?

Gesù non ha mai dato formulazioni dogmatiche di stampo greco-ellenistico sulla sua consustanzialità con Dio. Infatti dal N. T. non risulta che Gesù si sia mai esercitato in acute e dotte speculazioni filosofiche o dottrinarie: la sua predicazione era fatta di sentenze semplici e comprensibili da parte di tutti, di storie e di parabole ricavate dalle esperienze della vita quotidiana. Egli poneva al centro della sua missione non la propria persona o il proprio ruolo, ma Dio. Dopo la sua morte, la comunità credente ha incominciato ad usare per lui il titolo di ‘Figlio di Dio’. Perché? Per quale logica interna e per quale ragione Gesù, che chiama Dio suo ‘Padre’, è stato chiamato suo ‘Figlio’?

Nel linguaggio biblico il re d'Israele veniva costituito ‘Figlio di Jahvè’ mediante l'ascesa al trono[1]; altrettanto è avvenuto per Cristo mediante la resurrezione e l'ascensione al cielo. Nella lettera di Paolo ai Romani Gesù è detto: «costituito Figlio di Dio in potenza dal momento della resurrezione dai morti»[2]. In Atti 13, 33, dove c’è la ripresa di un passo del salmo 2, 7[3], si legge: «poiché Dio l’ha attuata per noi [la promessa fatta ai padri], loro figli, risuscitando Gesù, come anche sta scritto nel salmo secondo: ‘Mio figlio sei tu, oggi ti ho generato’». ‘Generato’ come re, come messia e Figlio, e ciò ‘oggi’, avverbio con cui negli Atti si indica non il Natale, ma la Pasqua, non l'incarnazione, ma la resurrezione e l'ascensione di Gesù. Qui non si allude ad una filiazione divina fisica, ma ad un’elezione e ad una posizione di diritto e di potenza nel senso dell'Antico Testamento.

Oggi in esegesi si è imposta l’opinione secondo la quale l’autore del prologo si sarebbe servito di un inno più antico d’impronta ebraico-ellenistica, aveva per oggetto non la preesistenza dell’essere divino ‘Figlio’, ma Dio e il suo Logos, la sua Parola, la sua Sapienza nella creazione e nella rivelazione. L’autore del prologo non fa altro che accentuare in senso cristiano il testo sul Verbo che era presso Dio fin dal principio: «E il verbo è divenuto carne e viene ad abitare in mezzo a noi»[4].

L’accentuazione cristiana non vuole fare altro che inserire il Verbo nella storia identificandolo con Gesù di Nazareth. Già l’ebreo Filone di Alessandria, contemporaneo di Gesù, aveva assegnato al Logos stoico il titolo di ‘Figlio di Dio’, subordinandolo però, a causa del suo rigoroso monoteismo, al Dio assoluto. L’evangelista Giovanni, identificando i titoli di Logos e Figlio di Dio con una persona concreta, cioè con Gesù, non fa altro che dare pienezza personale al titolo di Figlio di Dio, cosa che non si aveva in Filone e che era inaccettabile per gli altri Ebrei. Lo studioso del Nuovo Testamento Leonhard Goppelt ha fatto il punto su questa difficile problematica: «Il Logos del prologo diventa Gesù; Gesù è il Logos divenuto carne, ma non il Logos in quanto tale»[5]. Il teologo tubinghese Karl-Josef Kuschel mette in luce come nel Vangelo di Giovanni non compare l’autodivinizzazione di Gesù né la sua divinizzazione ad opera dei suoi discepoli. Al contrario, le poche asserzioni su una preesistenza del Figlio di Dio non sono caratterizzate da aspetti speculativi o mitologici, ma sono orientate in senso soteriologico, così come è familiare agli Ebrei: il salvatore proviene da Dio. La cristologia di Giovanni non è, quindi, una cristologia della preesistenza, ma della rivelazione e della missione[6].

Come deve essere intesa allora l’‘unità di Padre e Figlio che con forza viene ribadita nel Vangelo di Giovanni? Non si tratta ancora di un’unità di categorie dell’ontologia ellenistica, ma di una ‘unità operativa’[7], di una ‘unità di azione’[8], di una unità rivelativa, intesa non in senso metafisico, ma personale: «Chi ha visto me [l’uomo], ha visto il Padre [Dio]»[9]. Dice Kuschel in opposizione alle teologie metafisico-speculative: «Nella ‘determinazione dell’unità’» a Giovanni non interessano «né le speculazioni mitologiche né le concettualizzazioni metafisiche della divinità di Gesù, dell’essenza o della natura divina»[10]. La moderna esegesi, sia cattolica sia protestante, sarebbe concorde nel sostenere che «Giovanni non s’interroga sull’essenza metafisica e sull’essenza del Cristo preesistente; egli non è interessato alla conoscenza, secondo cui prima dell’incarnazione ci sarebbero state due persone divine preesistenti unite in un’unica natura divina. Questo schema rappresentativo è estraneo a Giovanni. Estranea gli è anche la concezione di una ‘generazione intradivina’»[11].

Perché tutta questa dissertazione? Per sostenere l’ingiustificabilità del dogma mariano, dal quale sono partito? Per mettere in luce le contraddizioni dei fedeli? Chi sono io per giudicare gli altri. Assolutamente no, nulla di tutto questo. C’è’ un qualcosa di profondo che non assume solo una dimensione intima e personale, ma generale e sociale, direi politica. Oggi c’è una contrapposizione culturale tra le posizioni dottrinarie della Sede Apostolica e le convinzioni realmente vissute da tanti fedeli e da ampi settori della società, i quali non accettano più l’imposizione di pensieri unici, assoluti e presunti ‘veri’. Questa contrapposizione non si basa su un fenomeno banale per cui gli uomini non sempre si attengono a ciò che è moralmente giusto, e neppure riguarda il ritardo con cui la coscienza contemporanea riconosce come guida l’istanza della verità; essa dipende piuttosto dalle differenze esistenti nella conoscenza e nella presa di coscienza di ciò che è giusto; non si tratta, dunque, di crisi della morale, ma di un conflitto morale all’interno della Chiesa e fuori di essa, che non viene portato avanti in modo aperto e dialogico.

Oggi non si può più far finta di ignorare, per mentalità conservatrice, per rispetto verso la fede e verso una tradizione lungamente assecondata, che l’immagine antica e medievale del mondo è definitivamente crollata. La scolastica medievale, costruita sulla metafisica greca non può essere più la cornice ideologica, storicamente condizionata, entro cui presentare il messaggio cristiano. Esso necessita di essere ritradotto nel linguaggio di oggi.

Ciò non sarà mai possibile se ancora, con un anacronismo sconcertante, la chiesa cattolica continua a riproporre la scolastica a sistema (cioè come pensiero ‘unico’) e l’inculturizzazione ellenistica del messaggio cristiano, rimuovendo secoli di conquiste di pensiero.

Scusami se sono stato in questa lunga risposta noioso e se sono apparso forse arrogante, non era mia intenzione esserlo.

Ti saluto con simpatia

Francesco Primiceri

francoprimeceri@yahoo.it  


 

[1] Sal. 2, 7. Sal 89, 27 sqq. Cfr. 2 Sam. 7, 12-16.

[2] Rom. 1, 3 sqq.

[3] Sal. 2, 7: «Egli [cioè Dio] mi ha detto [ovvero al re, al Messia]: ‘Tu sei mio Figlio: io oggi ti ho generato».

[4] Gv. 1, 14.

[5] L. Goppelt, Teologia del Nuovo Testamento, a c. di J. Roloff, Brescia, Morcelliana, 1982, p. 634.

[6] Cfr. K.-J. Kuschel, Generato prima di tutti i secoli? La controversia sull’origine di Cristo, Brescia, Queriniana, 1996, pp. 500-06.

[7] Cfr. J. Gnilka, Johannesevangelium, Wurzburg, Echter, 1983, p. 86.

[8] Cfr. L. Scheffczyk, Problemi fondamentali della cristologia oggi, Brescia, Morcelliana, 1983, p. 110.

[9] Gv. 14, 9.

[10] Cfr. K.-J. Kuschel, Generato... . cit., p. 502.

[11] Ibidem.

 

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