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La psicologa risponde

Esiste un modo per avvicinarsi alla felicità?

 

 

Dott.ssa Daniela Giorgino

daniela.giorgino@virgilio.it  

Casarano, 11/05/09

 

Domanda riformulata di G.B. : Mi rendo conto dell’apparente banalità della domanda, ma, visto che si tratta di una questione che coinvolge indistintamente tutti, vorrei chiedere che cosa bisogna fare per essere più felici. In altri termini: esiste un modo per avvicinarsi alla felicità?

 

Risposta:

Caro G.B.,

grazie per la domanda tutt’altro che banale.

In tutto il mio percorso ufficiale di studi all’Università, nessun libro conteneva una sola parola su argomenti come gratitudine, compassione, umiltà, accettazione o disprezzo, criticismo, orgoglio ecc. Eppure sono atteggiamenti che appartengono alla vita di ogni giorno e che, forse, consideriamo banali proprio per questo; in realtà sono intimamente connessi con la propensione alla felicità o all’infelicità e rivestono pertanto un’importanza fondamentale nella nostra vita.

Una persona è tanto più felice, attiva e capace di amare quanto più pratica qualità dell’essere come gratitudine, rispetto, compassione, accettazione, umiltà, integrità; è, invece, tanto più infelice, insoddisfatta e nevrotica, quanto più pratica atteggiamenti quali orgoglio, ipercriticismo, disprezzo, ostilità, pregiudizio. 

In ognuno di noi ci sono “semi” di felicità e di infelicità e ciascuno è libero e responsabile della crescita degli uni o degli altri.

Ciò che spesso sfugge è che siamo tutti interconnessi, per cui piantando semi di infelicità (ad esempio l’ipercriticismo o la propensione al giudizio negativo), danneggiamo non solo noi stessi ma anche gli altri, diffondendo infelicità e sofferenza intorno a noi.

Riflettere, quindi, sulle emozioni “velenose” su cui ci siamo specializzati (e sui comportamenti conseguenti), farebbe stare meglio sia noi stessi che gli altri. Il primo passo per il cambiamento è, infatti, prendere coscienza del nostro modo di porci, di vedere la realtà, di pensare.

Ognuno, infatti, è responsabile delle proprie emozioni, per cui la felicità e l’infelicità sono alla portata di ciascuno; occorre però sapersi educare ad un pensiero più realista e oggettivo, quanto più scevro è possibile da pregiudizi e altri “inquinanti” della mente.

Ciò sta a significare che la felicità non dipende dagli eventi esterni, ma da come noi li interpretiamo. La felicità non è qualcosa che capita, o la conseguenza della fortuna o del caso, ma una condizione che va voluta, coltivata, “allenata”, difesa da ciascuno di noi. Come sostiene Mihaly Csikszentmihalyi, le persone che imparano a gestire la loro esperienza interiore saranno capaci di determinare la qualità della loro vita e, quindi, il loro benessere emotivo.

È un percorso affascinante di crescita personale a cui sarebbe bello che ciascuno dedicasse un po’ del suo tempo. Potremmo anche rifletterci insieme: quali emozioni disfunzionali pratichi più spesso durante la tua giornata? E quali comportamenti ne conseguono? Magari questa potrebbe essere una buona occasione per iniziare a coltivare semi di felicità dentro e intorno a noi…

 

Dott.ssa Daniela Giorgino

 

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11/05/09 Gentilissima dott.ssa Giorgino, ho letto la sua esaustiva risposta e la ringrazio perché mi ha fatto molto bene leggere le sue considerazioni, ora le pongo io una domanda; come si fa a rendere consapevoli quelle persone che coltivano sentimenti ipercritici, negativi, che scaricano sugli altri la loro negatività, influenzando negativamente la qualità della vita di coloro che stanno vicino a queste persone?

Grazie

Eugenio Memmi

tuttocasarano@tin.it

 

 

 

 

13/05/09 Come fare a rendere consapevoli le persone che coltivano sentimenti ipercritici, negativi, che scaricano le proprie responsabilità sugli altri?

Il modo più discreto e delicato e, nello stesso tempo, incisivo, è l’esempio, ovvero il praticare con loro quelle virtù dell’essere come gratitudine, umiltà, accettazione ecc., facendo respirare loro un po’ d’aria “pura”, coinvolgendoli in relazioni libere da critiche, insinuazioni, pregiudizi. Se non abbiamo molta confidenza con queste persone (ma anche, forse, se ce l’abbiamo!), potremmo ottenere l’effetto contrario se andassimo a parlare esplicitamente di come vedano la realtà con lenti distorte, poiché le nostre buone intenzioni potrebbero essere viste come un’accusa nei loro confronti (vista la loro propensione ad interpretare negativamente). Invece, si può tentare, durante le varie conversazioni con queste persone, di proporre dei pensieri alternativi alla loro rigida interpretazione degli eventi che, ricordiamo, per loro è verità assoluta.

Esempio: Pietro è arrabbiato perché Paolo non lo ha salutato. È chiaro che di fronte ad un fatto (un amico che non saluta) le reazioni delle persone possono essere diverse, in base al loro modo di interpretare la realtà: Pietro è arrabbiato perché l’ha interpretata negativamente (avrà pensato che Paolo si è comportato deliberatamente così). Ma quanti altri modi ci sarebbero di interpretare questo fatto? Sicuramente tanti: si potrebbe pensare che l’amico non l’ha visto, o che non l’ha riconosciuto, o che era soprappensiero: in tutti questi casi, l’emozione corrispondente sarebbe stata la serenità e non più la rabbia. Anche se l’esempio è banale, le situazioni in cui noi ci comportiamo come il protagonista della storia sono molte: ogni giorno noi diamo per scontato che ciò che pensiamo sia la verità, ma in realtà nessuno può pretendere di avere la verità in tasca, o essere sicuro delle motivazioni che sottostanno al comportamento degli altri, quindi non vale la pena covare rabbia, rancore ed emozioni simili quando non possiamo avere la certezza (che non avremo mai, a meno che non ce le dica chiaramente il diretto interessato) delle cattive intenzioni dell’altro.

Si potrebbe obiettare: i pensieri positivi (in questo specifico caso: “forse non mi ha visto, forse non mi ha riconosciuto, forse era soprappensiero”) non sono altrettanto incerti di quelli negativi? Perché basarci su questi ultimi e non sui primi? I pensieri positivi sono altrettanto incerti di quelli negativi, per questo non bisogna enfatizzare né questi né quelli. Dovremmo, invece, cercare di pensare in modo “realista”, sforzarci di ricordare che c’è sempre un ventaglio di possibili spiegazioni (pensieri alternativi) a quanto osserviamo e che il nostro punto di vista è solo una delle possibili spiegazioni, non la verità assoluta. In questo modo non saremo così ingenui da vedere il buono in ogni cosa ma, non potendo essere certi neanche della loro negatività, non reagiremo con emozioni devastanti che ci farebbero star male, come la collera, la rabbia ecc. Direi che torniamo sempre al punto di partenza, ovvero alle qualità dell’essere, visto che quanto detto sopra si avvicina molto al concetto di umiltà.

Le persone che pensano in termini negativi mancano principalmente dell’allenamento al pensiero alternativo, cioè a vedere le varie possibili spiegazioni di un fatto, confondendo il proprio punto di vista con la realtà, negando la possibilità che esistano altri modi di vedere e, quindi, di sentire. Pertanto tali persone potrebbero trarre giovamento dal confronto con altri punti di vista relativi allo stesso episodio che per loro è così emotivamente coinvolgente, perché questo potrebbe allenarli a vedere l’esistenza di alternative. Alcune di queste persone potrebbero, tuttavia, essere consapevoli dei loro errori di valutazione, ma comunque voler continuare ad essere ciò che sono, per vari motivi (paura del cambiamento, poca fiducia nelle proprie capacità di cambiamento, attaccamento ad un’immagine negativa di sé ecc.). Ma a questo punto mi viene in mente che tali soggetti possono continuare ad essere ciò che sono, senza necessariamente influenzare la qualità della vita di chi è determinato a ricercare il proprio benessere interiore: se infatti tali persone riescono a diffondere infelicità e sofferenza intorno a loro, è perché gran parte di chi sta loro intorno si lascia coinvolgere da questo circolo vizioso. Ma se noi non lo vogliamo, nessuno dà a questa gente il potere di influenzarci negativamente (ricordiamo che la felicità non dipende dagli eventi esterni!) ed, inoltre, si può tentare di instaurare nel proprio piccolo un contro-circolo virtuoso con le note qualità dell’essere!

Dott.ssa Daniela Giorgino

daniela.giorgino@virgilio.it  

 

 

 

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