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Troppi compiti?!

 

 

 

 

Una mamma esasperata

unamammaesasperata@libero.it

Casarano, 17/01/2010

 

 

Cari lettori di tuttocasarano,vorrei porre la vostra attenzione su un problema comune a molti genitori che hanno i figli che frequentano la scuola elementare. Io vorrei avere una risposta da qualche esperto in materia che mi sappia dire e spiegare come mai ai bambini di scuola elementare vengano assegnati così tanti compiti, che in alcuni giorni della settimana si concentrano più che mai,senza lasciare respiro nè ai bambini nè ai genitori che li seguono.

Capisco che bisogna dare una cultura generale e convengo con gli insegnanti quando dicono che la scuola primaria è la base per poi accedere piano piano ai gradi più alti della scuola,ma qui mi sa tanto che si sta esagerando un pò troppo. Anche noi siamo andati a scuola e abbiamo studiato, e io ricordo ancora dei bellissimi pomeriggi trascorsi a giocare.

Quindi, io credo che si dovrebbe lavorare di più in classe e far fare qualche ripassatina a casa, giusto per tenere la mente allenata. Invece succede che i bambini non hanno il tempo di rilassarsi un poco,dopo 5 ore trascorse a scuola.

E la maggior parte di loro,per sopperire ai compiti eccessivi,è costretto a rinunciare ad altre attività (come per esempio lo sport), che potrebbero contribuire a sviluppare altre passioni,come ho dovuto fare io con i miei bambini.

I miei figli appena finiscono di pranzare devono mettersi subito a studiare, iniziando alle 14:00 e finendo alle 20:00,con un intervallo di mezz'ora per la merenda. La sera ormai tardi,di certo non riescono neanche a giocare e crollano per la stanchezza. Secondo voi è normale tutto questo?

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17/01/2010 Troppi compiti, è vero o non è vero? E se si, è utile o no?

L’insegnamento nella scuola elementare – ma  anche successivamente - attiene insieme alla conoscenza dell’oggetto studiato - le materie e gli argomenti - anche la modalità per imparare, cioè come sviluppare nell’alunno il metodo per imparare a conoscere.

In corrispondenza di ciò, i compiti a casa dovrebbero pertanto avere un’ulteriore duplice funzione: quella di consolidare gli apprendimenti appresi nell’orario scolastico e al contempo come opportunità per il bambino di sviluppare la propria autonomia nell’apprendere.

Da questo punto di vista pertanto, i compiti a casa sono utili e necessari; ma con quale metro si può dire se la quantità è adeguata o eccessiva?

Non penso sia questione di misure in sé, quanto piuttosto di vissuti emozionali che ogni insegnante trasmette all’allievo insieme alla nozioni insegnate. Vissuti emozionali che possono variare, da una serenità e padronanza del ruolo che si interpreta, a vissuto d’ansia e insicurezza nel vivere tale ruolo.

 

C’è da tener presente che su tale aspetto, oggi, influiscono fattori importanti, per primo il fatto di come sia cambiata la percezione del ruolo di insegnante e, di pari passo anche quello di allievo. Tradizionalmente l’insegnante è colui che sa, che detiene cioè la conoscenza, e l’alunno colui che non sa e deve imparare dall’insegnante. Le nuove tecnologie informatiche – che sono poi anche strumenti di apprendimento - mettono però in crisi questa evidenza, giacché sempre più spesso succede che, su questo, i  ragazzi ne sappiano di più dei propri insegnanti.

Un ulteriore aspetto di cui tener conto è il vorticoso crescere delle conoscenze, proprio in virtù del moltiplicarsi dei mezzi di comunicazione.

 

A partire da ciò, il discorso può riguardare anche altri ruoli sociali: se si sanno leggere i segni dei tempi che cambiano, diventando  consapevoli della crisi in cui la condizione odierna ci pone – come scuola, famiglia, servizi, istituzioni -, allora saremo indotti a prendere delle opportune misure, e agire di conseguenza per dare opportune risposte ad essa.

 

Se pur nella crisi che la vita odierna  determina, si fa fatica o ci si rifiuta di ‘misurarsi’ con essa, e si pretende di riprodurre pedissequamente ruoli e modalità di funzione “come una volta”, allora la crisi da opportunità di stimolo per il cambiamento la si percepirà come un assedio, e ciò determinerà un’ansia che - come il solito cane che si morde la coda -, indurrà a moltiplicare gli sforzi in maniera disumana per restare al passo dei tempi, a prezzo però di ulteriore altra ansia ancora. Per il nostro caso,  il docente, in una tale  situazione,  trasformerà in via crucis quotidiana la questione compiti a casa per i poveri ragazzi, ma anche per i poveri genitori, costretti addirittura – come unamammaesasperata@libero.it a ricorrere all’autenticazione di uno specifico indirizzo di posta per sollevare il problema.

Luciano Provenzano

Psicologo-Psicoterapeuta

lprovenzano@alice.it

 

www.socialefecondo.altervista.org

 

 

19/01/2010 Ringrazio innanzi tutto il Dott. Luciano Provenzano per la bellissima analisi e poi il Signor Eugenio Memmi per aver pubblicato la mia lettera. 

IDott. Provenzano conferma, mi sembra di capire, i mie dubbi circa i troppi compiti e l'effetto negativo che poi hanno sui nostri bambini. Mi hanno colpita maggiormente le seguenti frasi:

 

....Non penso sia questione di misure in sé, quanto piuttosto di vissuti emozionali che ogni insegnante trasmette all’allievo insieme alla nozioni insegnate. Vissuti emozionali che possono variare, da una serenità e padronanza del ruolo che si interpreta, a vissuto d’ansia e insicurezza nel vivere tale ruolo.....   

 

....Se pur nella crisi che la vita odierna  determina, si fa fatica o ci si rifiuta di ‘misurarsi’ con essa, e si pretende di riprodurre pedissequamente ruoli e modalità di funzione “come una volta”, allora la crisi da opportunità di stimolo per il cambiamento la si percepirà come un assedio, e ciò determinerà un’ansia che - come il solito cane che si morde la coda -, indurrà a moltiplicare gli sforzi in maniera disumana per restare al passo dei tempi, a prezzo però di ulteriore altra ansia ancora. Per il nostro caso,  il docente, in una tale  situazione,  trasformerà in via crucis quotidiana la questione compiti a casa per i poveri ragazzi, ma anche per i poveri genitori, costretti addirittura – come unamammaesasperata@libero.it a ricorrere all’autenticazione di uno specifico indirizzo di posta per sollevare il problema.                      

 

Sarebbe interessante, a questo punto, sentire anche il parere e/o le ragioni dei Maestri/e

 

unamammaesasperata@libero.it

 

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L’esperta: troppi compiti ai bambini fanno male

Compiti si… Compiti no…? Quante volte mi sento fare questa domanda.
Sono una mamma oltre che un esperto di psicologia dell’apprendimento e la mia risposta è influenzata da entrambi i ruoli che vivo.
Da mamma sento anche io la preoccupazione di molte famiglie che vivono a volte con fatica l’impegno dei compiti a casa. Ed è una fatica dovuta almeno a due motivi diversi: c’è chi si lamenta per il tempo prolungato che i propri figli devono passare sui libri, e chi si lamenta perché non è obiettivamente in grado di capire come aiutarli, dal momento che le attività didattiche moderne sono lontane e diverse da quelle che ovviamente abbiamo ricevuto nel passato. Ricordo la discussione di una bellissima tesi di laurea a cui ho assistito, nella quale si descriveva un’indagine su di un campione di centinaia di famiglie italiane, il 67 per cento delle quali diceva di vivere con stress l’impegno dei compiti scolastici. Anzi misurando tale stress con una scala come quella della febbre, la temperatura superava i 38° per due famiglie su tre. Soprattutto nel passaggio tra le scuole primarie e le secondarie. Per fortuna tali indici ci dicono anche che per il 33% delle famiglie intervistaste i compiti rappresentavano un impegno a giusto carico.
Il problema, da esperto dell’apprendimento, credo sia proprio qui: il giusto carico fa la differenza. E anche in questo caso il giusto carico è da intendersi sia in termini quantitativi che qualitativi.
Al riguardo vorrei dire alcune cose.
Inanzitutto quanti compiti dare: gli studi di psicologia cognitiva hanno dimostrato che se è necessario esercitare i meccanismi dell’apprendimento, per stabilizzare e facilitare il recupero delle conoscenze acquisite, superare un certo numero di ore di studio è inutile e rischioso. Ne può derivare infatti un apprendimento di breve durata, apparente, che affatica il sistema cognitivo e lo rende incapace di recepire nuove cose il giorno seguente. Non solo, la motivazione all’impegno, e alla competenza, rischiano di affievolirsi, di lasciare il posto al fare tanto per fare, o peggio ancora al fare per paura delle conseguenze, non ultime l’insuccesso stabile e la disistima.
Dunque fondamentale dal punto di vita educativo diventa quali compiti dare e come farne fare tesoro all’allievo. E la scelta è facile se si pensa al significato più semplice che da sempre i compiti hanno avuto, o avrebbero dovuto avere.
E cioè far esercitare conoscenze apprese a scuola. Questo è il punto di svolta. L’esercizio a casa o lo studio servono a rendere stabili conoscenze che la scuola, il docente.., ha trasmesso, facilitato, concorso a far apprendere..…
Demandare ai compiti a casa ciò che la scuola deve insegnare è l’errore maggiore sia per i limiti che comporta verso l’apprendimento stesso che per i limiti motivazionali a sentire il continuum educativo tra famiglia e scuola.
E in ogni caso la mole di lavoro assegnato a casa deve essere commisurata all’età e al tempo già dedicato alla scuola.
Da docente dunque mi permetterei di rassicurare i docenti: non importa la qualità e la quantità dei contenuti per fare un bravo insegnante, ma la qualità dei metodi di trasmissione del sapere.
E da genitore mi permetterei di incoraggiare i genitori ad essere alleati del bambino contro la fatica di imparare e contro l’errore. Bisogna far sentire che si è dalla loro parte, ma sempre in linea, in sinergia con la scuola. Lasciarli soli in una stanza a studiare non va bene, ma è altrettanto sbagliato fare i loro compiti: bisogna star loro vicino, senza sostituirsi, si deve partecipare riconoscendone l’impegno e gratificandoli quando riescono nel loro lavoro. E se i compiti sono troppo difficili? Meglio avvertire serenamente l’insegnante: «La prego di spiegare di nuovo l’esercizio perché il mio bambino da solo non è in grado di svolgerlo».
E a tutti, docenti e genitori, raccomando un principio che io stessa utilizzo di fronte ad ogni bambino che aiuto: incoraggiare a farcela ottiene sempre il meglio da ciascuno, qualunque sia la difficoltà da affrontare. E’ quello che gli esperti chiamano «carezza educativa»: il riconoscimento dell’impegno e delle competenze acquisite dal bambino ne amplifica la capacità ricettiva e la motivazione alla fatica dell’apprendere.

 

*Daniela Lucangeli è professore ordinario di Psicologia dello sviluppo a Padova, membro dell’Osservatorio nazionale sull’infanzia e dell’Academy of learning disability, la più grande società scientifica internazionale che studia i disturbi dell’apprendimento.

 

Fonte:http://blog.panorama.it/italia/2007/04/13/lesperta-troppi-compiti-ai-bambini-fanno-male/

 

 

 

 

 

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