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Caserta Paranoica. Una domenica come poche

 

 

 

Di Marco Schiavano

m.schiavano@live.it

Casarano, 09/12/09

 

 

Quando andrò all’Università, potrò seguire il Casarano nelle trasferte al Nord e al Centro Italia.
Era uno dei pensieri più ricorrenti quando da bambino, una domenica si e una no, ero costretto a soffrire per le sorti dell’allora Casarano Calcio davanti alla tv. Su Telenorba, a commentare le gesta di Marco Serra e compagni, si alternavano Maria Teresa Ruta, Mauro Pulpito e Maurizio Iorio.
In tante stagioni di C1, un’unica eccezione alla maledetta scatola nera: Lecce - Casarano, 3 marzo 1996.
In quegli anni, il mio umore domenicale dipendeva unicamente dal risultato dei rossazzurri: niente, come un rigore di Quaranta ad Andria, poteva farmi felice.
Il lunedì mattina, poi, andavo su tutte le furie se, accanto a una tazza di latte caldo, non trovavo la Gazzetta del Mezzogiorno: l’articolo di Oronzo Russo addolciva l’inizio dell’ennesima settimana di scuola.
La domenica al Capozza era un appuntamento a dir poco irrinunciabile ; nessun pranzo coi parenti, battesimo, cresima o gita fuori porta potevano minimamente metterlo in discussione. Il mitico stadio di via Matino si dimostrava spesso un fortino inviolabile per le tante squadre blasonate che si contendevano la promozione tra cadetti; è difficile descrivere il senso di euforia che provavo al termine di ogni trionfo.
Anche le sconfitte casalinghe, tuttavia, avevano ai miei occhi qualcosa di più che consolatorio: i tifosi rimanevano nel piazzale della Nord, in attesa di esprimere più o meno civilmente la loro disapprovazione a calciatori e dirigenti.
Qui, iniziavano interminabile discussioni, in cui spesso i toni nostalgici prendevano il sopravvento;si ricordavano i tempi in cui la Virtus primeggiava nel girone e la serie B era a un passo. Un episodio era particolarmente ricorrente: la trasferta oceanica di Caserta del 1984..
Rimanevo affascinato ad ascoltare e non tornavo a casa finchè anche l’ultimo dei “saggi” non se ne fosse andato, facendo preoccupare, e non poco, i miei genitori

Col tempo il doppio filo che mi legava all’undici rossazzurro si è lentamente spezzato e ho iniziato a disertare il Capozza e disinteressarmi del calcio in generale ben prima di trasferimi a Roma, causa università.
Quando però ho saputo che al girone H della serie D 2009/10 avrebbero preso parte alcune squadre campane, e tra queste la Casertana, ho sentito quasi il dovere morale di recarmi nella terra dei Borboni. Lo dovevo al mio passato.
La data del 22 novembre era da tempo cerchiata sul calendario della decadente cucina universitaria che divido con un barlettano e, ironia del destino, un casertano; il sito di Trenitalia mi rassicurava sulla possibilità di assistere al match senza compromettere ulteriormente l’esame di procedura civile, viatico indispensabile per l’erasmus in Norvegia.
Nella settimana che precede l’incontro inizio a girovagare per la rete, incuriosito dall’atmosfera della vigilia.
Sul sito della Virtus, trovo un articolo della gazzetta, a firma di Oronzo Russo: si parla della celebre partita dell’84.
Di fronte a una Casertana che, senza più nulla chiedere al campionato, mise in campo un agonismo al limite del regolamento (Novellino, fratello di Walter e autore del gol vittoria, venne espulso a pochi minuti dall’ingresso in campo), oltre duemila casaranesi al seguito delle Serpi non solo videro sfumare la promozione nella seconda serie nazionale ma rimasero vittime di una fitta sassaiola ad opera dei tifosi di casa. Un episodio d’altri tempi. Penso che il calcio, all’epoca, fosse un elemento di aggregazione sociale molto importante e la Virtus simbolo del riscatto di una piccolo città che, in pieno boom economico, sognava ad occhi aperti.

Sabato 21 Novembre. La giornata scorre via come tante altre, tra pagine di diritto (poche), strimpellate alla chitarra, caffè e sigarette, si fa sera. Avverto i miei amici che avrei dovuto limitare gli eccessi del sabato capitolino: a Roma Termini c’è un treno che mi attende alle 8.20. Li raggiungo in un pub decisamente anonimo, bevo una pinta e li saluto. All’una e mezzo sono già sotto le coperte.
Arriva il gran giorno. Esco di casa alle 7.30. In più di tre anni a Roma, non avevo mai vissuto una domenica mattina:la città è deserta, sui volti dei pochi coraggiosi che camminano per strada non si riconoscono le occhiaie da stress che durante la settimana sembrano scolpite sui volti di romani e non.
Prendo un autobus e in venti minuti arrivo a Termini. Il treno parte in perfetto orario e alle 10.37 sono a Caserta.
La stazione è praticamente di fronte alla Reggia, che si impone in tutta la sua maestosità; accendo una sigaretta e mi incammino.
Avevo un pessimo ricordo del capoluogo campano; da bambino borghese ero rimasto molto intimorito dalla violenza verbale con cui vecchie sdentate cercavano di vendere schedine non giocate.
La città che si presenta ai miei occhi, tuttavia, appare completamente diversa da quella oramai cristallizzata nella memoria. Le strade del centro, chiuse al traffico, sono popolate di comitive e famiglie, che si aggirano tra mercatini, negozi e librerie o siedono ai tavolini dei Caffè.
Per un attimo immagino la stessa scena a Casarano, con via Roma, Piazza Diaz e Piazzetta D’Elia trasformate in aree pedonali.
Ritorno in me e mi dirigo verso l’edicola di Piazza Vanvitelli; ci sono tre quotidiani appesi all’esterno: La Gazzetta di Caserta, il Corriere di Caserta e il Manifesto: questa città continua a sorprendermi.
In entrambi i giornali locali, la partita del pomeriggio trova spazio in prima pagina: si parla di sfida storica. Sulla gazzetta rivive l’amarcord; si ricorda “la tradizione oltremodo favorevole dei falchetti negli incontri casalinghi con il Casarano, firmati dalla classe di Ravanelli, Campilongo e Gigi Di Baia. Il Corriere, invece, attacca un giornalista salentino (proprio lui, Oronzo Russo!), colpevole di aver gettato benzina sul fuoco, ricordando vecchi episodi del passato, che tali meritavano di restare. Perplimo. Le tradizioni, i ricordi e le maledizioni sono gli elementi che rendono affascinante ,e spesso letterario, il football inglese, dalla premier league all’ultima divisione. In Italia, invece, nel calcio, come nella politica e in tutto il resto, della memoria si fa volentieri a meno.
Continuo girovagare per le vie del centro; passo davanti a una trattoria e do un’occhiata ai prezzi: per un piatto di gnocchi alla sorrentina bastano 4 euro e 50; mi guardo intorno per memorizzare la posizione e continuo.
Alla mia sinistra c’è un ingresso, porta al giardino della reggia: è qui che passerò il resto della mattinata.
Percorro il viale principale, lungo forse un paio di chilometri; arrivato al termine, la vista della cascata, che sovrasta l’ennesima fontana monumentale, procura un senso di appagamento ma il giardino degli inglesi, che si spalanca sulla destra, dimostra che la realtà, a volte, supera di gran lunga l'immaginazione..
E’ già ora di pranzo; ritorno verso il centro. Lungo il tragitto, mi fermo a scambiare quattro chiacchere con Toni Servillo che, di ritorno dalla Polonia, si gode il verde del parco insieme alla famiglia, come tanti altri suoi concittadini.
Ancora una volta il pensiero corre a Casarano e al progetto di realizzare il Parco degli Ulivi, bonificando la "Vora". Dal letame nascono i fior, cantava De Andrè. Ottima idea. Peccato sia rimasta tale.
Riparto. La trattoria è semideserta. Il prezzo sarà proporzionale alla qualità, penso. Del resto, “comu spenni manci” dice sempre mio nonno. Per fortuna, la saggezza salentina viene prontamente smentita dalla mozzarella campana, che si scioglie sublime nel sugo di pomodoro.
Dopo una doverosa scarpetta, do un’occhiata al cellulare: 13.20. Mi devo sbrigare, visto che non ho la più pallida idea di dove si trovi lo stadio. “Il conto per favore!”
Esco, mi accendo una cicca e chiedo informazioni: la cordialità dei casertani, tipicamente meridionale, mi fa sentire a casa.
Quindici minuti a piedi e finalmente sono al Pinto.L’ingresso della tribuna centrale, gli stewards in pettorina gialla e le bancarelle con sciarpe e bandiere disegnano uno scenario da serie B.
C’è anche un piccolo gruppo di Ultras. Si dimostrano indifferenti alla mia presenza finchè non avvicino uno sbirro e pronuncio quattro fatidiche parole: “Dov’è il settore ospiti?”. Come sincronizzati si voltano a lanciarmi uno sguardo a dir poco minaccioso. Mah. Avrà ragione Benvegnù, sono troppo suggestionabile.
A passo spedito giro intorno allo stadio. Sono previsti 500 tifosi al seguito della Virtus e, visto che mancano solo tre quarti d’ora all’inizio del match, immagino siano già intenti ad appendere gli striscioni e a preparare la coreografia.
Arrivato nei pressi della curva nord mi accorgo però di essere da solo. I cancelli sono chiusi, così come la biglietteria ma il posto è giusto, confermano gli stewards.
Dietro vecchie sbarre arrugginite si intravedono le gradinate: la tribuna mi aveva illuso, questo stadio non è un granchè. Di sicuro, il nuovo Capozza è di un altro pianeta.
Passano altri venti minuti e finalmente arriva la prima macchina da Casarano. Mi aggrego al gruppo e andiamo a fare il biglietto; al nostro ritorno, troviamo altre auto e due pulmini. Ci sono diverse donne e anche un bambino, in un clima da scampagnata domenicale.
In attesa di entrare, i tifosi chiaccherano amichevolmente con gli stewards e i cinque carabinieri che nel frattempo ci hanno raggiunto.
E’ la quiete prima della tempesta.
Si aprono i cancelli, entriamo. Sono le 14.10. Il nostro settore è accanto la tribuna est, occupata dagli ultras della Casertana. Siamo poco più di un centinaio.
Noto con piacere lo striscione Emilia Paranoica e una bandiera giamaicana con il volto di Bob Marley e la scritta freedom; delle ultime partite ricordavo solo saluti romani e minacce di odio eterno a tutto il Salento.
A dieci minuti dal fischio d’inizio, tuttavia, mancano ancora all’appello i gruppi più numerosi del tifo rossazzurro: il mitico Cusp e il più recente CASARANO 1927.
Qualcuno di loro telefona. Sono appena usciti dall‘autostrada.. Ci accorgiamo ben presto che non eravamo i soli ad aspettarli.
Arrivano due pullman stracarichi di tifosi che, scesi dal mezzo, si dirigono verso la biglietteria, situata proprio in corrispondenza della tribuna est.
E’ il momento che gli ultras casertani stavano aspettando. Alcuni di loro iniziano a lanciare all’esterno sassi, pezzi di ferro, cd e una varietà di oggetti tale da rendere fiabesca ogni ipotesi diversa dalla premeditazione. Altri sfondano il cancello in cerca dello scontro fisico, che non tarda ad arrivare. Le due tifoserie giungono a contatto e si affrontano a sue di pugni, schiaffi e cinghiate.
I cinque carabinieri, invece di separare le opposte fazioni, continuano a presidiare il cancello del settore ospiti per impedire l’ingresso ai senza biglietto.
E’ una situazione paradossale. Decine di casaranesi rimangono schiacciati tra gli ultras, intenti a respingere l’attacco nemico, e i cellerini, che gli impediscono di scappare dall’inferno e rifugiarsi sulle gradinate del Pinto. Sono attimi terribili.
Finalmente il lume della ragione giunge in soccorso delle forze dell’ordine, che liberano il passaggio e lanciano un lacrimogeno all’indirizzo dei supporters di casa fuoriusciti dallo stadio.
Le tifoserie guadagnano i settori di appartenenza ma gli animi non si placano; i sassi ora piovono sulla spicchio di curva riservato agli ospiti, che non esitano a rispedirne qualcuno al mittente.
E’ in questo clima che inizia l’incontro. Sono terrorizzato. Il settore è lungo e riesco ad allontarmi ma pietre di diametro 10 cm sbattono al suolo a meno di due metri dalle mie Clarks. L’arbitro sospende il match. I capitani delle due squadre si avvicinano alle gradinate, cercando di riportare la pace.
La partita riprende e il Casarano passa subito in vantaggio. Qualcuno è riuscito a seguire l’azione. Qualcun altro ha addirittura individuato l’autore del gol: è Serao. I gestacci all’indirizzo della tribuna est si sprecano.
Dopo i festeggiamenti, la situazione torna lentamente alla normalità, sebbene il cordone formato dai cinque carabinieri appaia meno impenetrabile delle gambe di Ilona Staller ai tempi d’oro.
Mi pare che controlliamo bene la gara ma in realtà riesco a seguire ben poco l’incontro; penso a come la vita provincia, dopo la scuola superiore, abbia profondamente cambiato tanti miei coetanei.
Fine primo tempo. Avrei bisogno di un caffè, o meglio di un Borghetti, ma non c’è traccia dei venditori ambulanti campani che si aggirano sulle tribune dell’Olimpico o in piazza San Giovanni il primo Maggio.
Alcuni tifosi parlano coi cellerini. Questi confermano la tesi della premeditazione, aggiungendo come i supporters di casa non siano nuovi a episodi del genere. Altri escono all’esterno a contare i danni: due pulmini hanno i vetri in frantumi. Altri ancora, infine, osservano come la sassaiola di Caserta sia diventata un evento transgenerazionale, che accomuna padri e figli. Nel 2034 sarà il caso di portarsi gli ombrelli.
Inizia il secondo tempo. Mentre il Casarano attacca mi assale un dubbio: come farò a tornare alla stazione?
So che altri sette ragazzi devono tornare in treno nella Capitale e mi rivolgo a loro, sperando che smentiscano le mie perplessità. Macchè.. Non hanno nessuna intenzione di attraversare a piedi la città; già nella mattinata, mi dicono, la loro presenza non è sfuggita agli ultras di casa. Per fortuna, l’accoglienza dei “clandestini pugliesi” non era andata oltre le minacce verbali ma ,ora, non sembra difficile immaginare quale sarebbe le procedura di espulsione.
L’alternativa diventa una sola: salire su un pullman dei tifosi, scortati da carabinieri e polizia, e farsi lasciare in una stazione vicina. Una qualsiasi.
Intanto, mancano venti minuti al novantesimo. La Casertana si spinge disperatamente in avanti alla ricerca del pareggio.
Con un riflesso buffoniano, Leopizzi toglie il pallone da sotto la traversa. Esulto. Sandro era un mio idolo quando, più di dieci anni fa, insieme a Fabrizio Miccoli condusse la beretti rossazzurra alla conquista dello scudetto.
Finalmente entro nel clima partita, giusto in tempo per godermi il raddoppio. L’entusiasmo dei trecento casaranesi è incontenibile.Mi faccio coinvolgere.
Di colpo tutti si siedono. Li imito. Iniziamo a intonare Tequila dei The Champs, alzandoci di scatto e mostrando le sciarpe al ritornello. Rivisto su youtube, l’effetto scenografico è molto suggestivo. Per un attimo, la goliardia riporta il calcio alla sua dimensione originale ma i casertani non sembrano apprezzare. Altri sassi iniziano a volare sulle nostre teste; il nuovo attacco non dura più di qualche secondo.
L’incontro volge al termine; per la Virtus, è festa grande in campo e sugli spalti.
Come era prevedibile, i carabinieri ci impediscono di uscire. Nel lasciare lo stadio, i tifosi di casa ci salutano “affettuosamente”, lanciando con garbo altri presenti che, chissà perché, in questo posto abbondano.
Il cordone degli sbirri si scioglie. Si aprono i cancelli. Nel buio che ormai circonda il Pinto, le luci delle sirene sono accecanti. Salgo sul primo pullman insieme agli altri sette diretti a Roma. Accompagnati dai camioncini blindati della polizia, partiamo.
All’interno del mezzo siamo stipati come bestie, l’aria è irrespirabile ma nessuno sembra darsene cura e la festa continua: arrivare davanti sarà più difficile che raggiungere la prima fila in un concerto dei Radiohead! L’autista mi dice che siamo diretti al casello; lì, imboccheremo l’autostrada per Bari. L’unica sosta intermedia sarà all’autogrill di Irpinia Nord. Panico.
Chiamo a raccolta gli altri. Decidiamo di scendere al casello; la scorta, di fatto, impedisce al conducente di fermarsi prima.
Ore 17.00. E’ buio pesto, attorno a noi il nulla. Dobbiamo attraversare il casello di Caserta Nord; ci sono diversi ingressi telepass. Le macchine sfrecciano.
Ci facciamo coraggio e, con un po’ di fortuna, riusciamo ad arrivare dall’altra parte.
Affidiamo il nostro futuro ai consigli di un casellante che, all’inizio, appare molto insospettito dalla nostra presenza, così insolita. Ci dice che, camminando per qualche chilometro, saremmo arrivati a Marcianise: lì avremmo trovato una stazione.
Quella che porta alla cittadina campana è una super strada a due corsie poco illuminata; lo spazio ai lati della carreggiata è meno di mezzo metro; solo in lontananza si intravedono i capannoni di una zona industriale.
Dopo aver tentato invano l’autostop, ci incamminiamo; passo dopo passo, l’impresa appare sempre più disperata.. Improvvisamente, da una strada secondaria, vediamo arrivare un autobus: lo accerchiamo e imploriamo l’autista di farci salire; non importa dove , basta andar via da qui e raggiungere un qualsiasi centro abitato.
Ci apre. Al suo posto, non so se l’avrei fatto. E’ diretto a Caserta, ci può lasciare alla stazione. Sono le 17.30 e alle 19.17 c‘è il treno per Roma. E’ fatta. Fino a mezz’ora fa le sole ipotesi concrete erano scendere a Irpinia Nord e cercare un improbabile passaggio o arrivare a Bari o a Casarano schiacciati come sardine.
Nel tepore dell’autobus ci rilassiamo; non ci spaventa tornare a Caserta, ormai saranno tutti a casa.
La stazione è semivuota; con netto anticipo ci dirigiamo al binario tre e ci sediamo sui gradini: siamo distrutti, ma felici per i tanti pericoli scampati.
A quel punto vediamo arrivare un altro casaranese, visibilmente provato. E’ diretto a Bolzano.  Dieci minuti prima, proprio nei pressi della stazione, alcuni ultras locali lo hanno fermato, facendogli svuotare lo zaino; solo la presenza di un suo amico casertano ha evitato conseguenze ulteriori.
Torno a temere il peggio; nella stazione deserta, non sarà difficile individuarci. I minuti che ci separano dal treno per Roma sono interminabili..

Marco Schiavano 

 

 

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