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300 METRI DI CORRIDOIO IN BARELLA PRIMA DI ENTRARE IN SALA OPERATORIA

di Enzo Schiavano, dal Quotidiano del 31/05/05

 

Per portare un paziente in sala operatoria? Una gimkana. Succede da alcuni mesi al “Ferrari”, ospedale d’eccellenza dell’Ausl Le/2. La mancata consegna delle nuove sale operatorie costringe gli operatori sanitari e i pazienti ad un percorso assurdo, lungo più di 300 metri, tra corridoi, fastidiose correnti d’aria, affollati ambulatori e in assoluta mancanza di privacy. L’inconcepibile situazione è stata segnalata dal personale Ota (Operatori tecnico assistenziali) che lancia l’allarme sulle gravi conseguenze che potrebbe causare ai pazienti.

Da ormai cinque mesi il polo chirurgico del “Ferrari” (Chirurgia, Urologia, Chirurgia Pediatrica) è stato trasferito in un’altra ala della struttura, nel cosiddetto “terzo lotto”, più moderno e funzionale. Fin qui nulla di strano, tranne che per un particolare decisivo: le nuove sale operatorie, già ultimate e situate nello stesso lotto, non sono state ancora collaudate e, quindi, sono inutilizzabili. La Direzione Sanitaria sperava di attivarle insieme al trasferimento dei reparti, ma evidentemente così non è stato. Gli operatori sanitari sono così costretti ad utilizzare le vecchie sale chirurgiche situate al secondo piano del primo lotto e, per diverse volte al giorno, fanno un’operazione che nessuno si sogna di fare, soprattutto in un ospedale: trasportare un paziente con una portantina per circa 300 metri verso la sala operatoria e rifare il percorso inverso dopo l’intervento, passando in ambienti dove l’igiene è precaria.

“Non vi immaginate – commenta un operatore Ota – cosa significhi trasportare un malato in barella, già mezzo addormentato, per tutto quel percorso”. Dal polo chirurgico partono ogni giorno in media una decina di pazienti in barella verso le vecchie sale operatorie. Un tragitto assurdo fatto di ascensori; lunghi corridoi, spesso soggetti a pericolose correnti d’aria; passaggi obbligatori in affollati ambulatori, con imbarazzanti richieste di lasciare libero il passaggio. Una vera avventura per il personale e, soprattutto, per i pazienti.

La Direzione Sanitaria dell’ospedale è al corrente della situazione, ma minimizza. “Non ci sarebbero tutti questi problemi se le nuove sale operatorie ci fossero state consegnate – afferma il dott. Giovanni De Marco, vice direttore sanitario – siamo in attesa di avere questa possibilità, per cui le chirurgie possano operare nelle nuove sale. La dott.sa Cretì (Gabriella Cretì, direttore sanitario, ndr) si sta dando da fare molto per questo problema, ma purtroppo i tempi sono quelli. Comunque, non ci sono problemi”.

STORIE SINGOLARI

Il personale sanitario addetto alle sale operatorie più volte ha segnalato, presso la Direzione Sanitaria dell’ospedale, l’illogicità della situazione, sembra senza ottenere alcun riscontro. Gli operatori sanitari, in particolare gli Ota (gli operatori tecnico-assistenziali delle sale chirurgiche), probabilmente hanno anche segnalato le condizioni disagevoli in cui lavorano e le circostanze al limite successe in questi cinque mesi che una struttura ospedaliera che si dice di “eccellenza” dovrebbe evitare. “Non si può andare avanti in questo modo – racconta un operatore Ota – qualche volta succede che, durante il tragitto, il malato si svegli o che il parente che lo accompagna si senta male. In quei momenti non sappiamo cosa fare. Sono condizioni di disagio e assurde che si devono evitare”. Durante questo periodo non sono mancate situazioni che hanno sfiorato anche il tragi-comico. “Stavo riportando in Chirurgia un paziente anziano appena operato – racconta un’altra operatrice – era una giornata ventosa e quando sono passata dal corridoio vetrato, siccome c’era una fastidiosa corrente che poteva causare ulteriori problemi al malato, decisi di coprirgli con il lenzuolo anche la testa. Quando sono arrivata in reparto i familiari in attesa hanno visto l’ammalato interamente coperto, ancora addormentato, hanno pensato che era morto ed è cominciato il finimondo: grida, malori, svenimenti. Ho dovuto faticare molto per spiegare l’equivoco”.