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Mettiamo da parte tutti i problemi, l’odio, la gelosia, la rabbia e siamo ciò che siamo: pace, pace, pace».

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In memoria di Paola e Daniela Bastianutti e di tutte le vittime dell'odio, mettiamo da parte tutti i problemi, l’odio, la gelosia, la rabbia e siamo ciò che siamo: pace, pace, pace».
di Alberto Nutricati, Casarano 26/07//2006

  

Tra canti e mantra delle diverse culture spirituali e religiose del mondo ed il mistico volteggiare di un’antica danza sufi, si è svolto, la scorsa domenica, l’incontro dibattito «Dalla speranza alla pace».

L’incontro è stato aperto da don Sergio Mercanzin del Centro ecumenico vaticano che, dopo aver espresso la propria condivisione nei confronti di Immanuel Kant e del suo «sognare il dolce sogno della pace», ha individuato i cinque modi per lavorare alla realizzazione di questo sogno: preghiera, musica, danza, parola e silenzio. Sono stati questi, infatti, i cinque elementi che si sono combinati tra loro all’interno del momento di riflessione previsto a conclusione della giornata dedicata alla memoria di Paola e Daniela Bastianutti scomparse esattamente un anno prima.

Denso di carica emotiva l’intervento di padre domenicano Antony Elenjimittam, nato in India nel 1915, amico e collaboratore di Madre Teresa di Calcutta e discepolo di Gandhi.

«Durante le sue preghiere – dice il domenicano – Gandhi ripeteva che tutte le violenze sono una conseguenza del non aver compreso la quintessenza delle religioni, che divengono così esse stesse fonte di violenza».

Ma qual è la quintessenza delle religioni?

«Conoscere se stessi, purificare se stessi e realizzare se stessi; tutto il resto (la liturgia, le gerarchie, i riti, etc.) – precisa padre Antony – viene dopo». Proprio per questo, aggiunge padre Elenjimittam, Gandhi era solito rivolgersi a Dio utilizzando preghiere tratte dal cristianesimo, dall’induismo, dall’islam, dal buddismo e dalla teosofia.

«La vita – ribadisce il padre domenicano - è un grande dono che la Provvidenza ci dà. L’unico modo che abbiamo per guadagnare immediatamente la felicità è la purificazione del cuore, al di fuori di ciò c’è solo l’illusione della felicità. La felicità non è qualcosa di psicofisico, ma di noetico, secondo la distinzione operata da Platone tra corpo, mente e spirito. Dipende solo da noi superare i limiti psicofisici e raggiungere un livello più alto, attraverso il quale sperimentare la felicità già in questa vita».

Per far ciò, però, occorre ritornare alla quintessenza della religione attraverso l’autocoscienza (conosci te stesso), l’autocatarsi (purifica te stesso) e l’autorealizzazione (realizza te stesso). «E’ questa la sola strada che abbiamo – conclude padre Elenjimittam – per raggiungere la beatitudine nella piena contemplazione della realtà».

Si tratta di una via verso la pace che non solo riconduce tutte le religioni alle loro radici, ma che individua dei percorsi percorribili anche dai laici, in virtù della condivisibilità della proposta etica che ne sta a fondamento.

L’induista Swami Parameshananda, monaco di Bharat, si è invece soffermato sulla divinità presente in ogni creatura: «Noi siamo espressione del divino, se non riusciamo a vedere Dio in ogni creatura, non potremo vederlo né in una chiesa, né in un tempio, né in nessun altro posto. Se riusciamo ad eliminare tutto ciò che è superfluo, allora potremo percepire la presenza di Dio. Mettiamo da parte tutti i problemi, l’odio, la gelosia, la rabbia e siamo ciò che siamo: pace, pace, pace».