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A COLLOQUIO CON EDOARDO WINSPEARE

di Cesare Pettinati, dal quindicinale Euromediterraneo 1 - 15 Aprile 2004

 

Sono fermamente convinto che ogni salentino sensibile e consapevole delle proprie radici culturali e della propria storia debba necessariamente dire grazie a Edoardo Winspeare, per aver dato dignità e voce ad una terra che per anni è stata confinata in spazi ristretti e secondari. Ma anche per aver perseguito, con l’entusiasmo della sua età, il sogno di rivalutare la “salentinità” (o salentitudine come lui stesso l’ha definita) come spazio privilegiato di poesia, valori, creatività e tradizioni. Per questo ho deciso di incontrarlo e di farmi raccontare il suo percorso in un’amichevole conversazione mattutina che ho fedelmente deciso di riportare.

Come è nata la passione per il cinema?
Da piccolo andavo sempre al cinema, a Corsano, Marciano, Tricase,  Marittima. Nel giro di 10 km c’erano 10 cinema. Quanto ai generi guardavo di tutto. Ora un film esce contemporaneamente in tante sale, ma prima la distribuzione era più diversificata: potevi vedere Sergio Leone, i film di karate, Pasolini e d Antonioni. Avevo 7,8 anni .
E’ stato naturale, quindi, scegliere come forma d’arte la regia?
Si. Io sono un regista anche nella vita. Dico sempre “ tu dovresti fare questo”, “ spostati di là”. Sono un uomo di immagini. L’immagine sintetizza, emoziona in maniera molto più diretta rispetto alla scrittura e arriva al cuore in modo immediato. L’immagine però è anche più banale rispetto alla parola scritta, che ha la fortuna di essere meno consumata, permettendo al lettore di interagire con lei. Cosa che non accade con le immagini, che lo spettatore è costretto a subire. Ho scelto le immagini perché noi italiani siamo un popolo di immagini. Gli irlandesi, invece, scrivono tutti. Come mai tre milioni e mezzo di abitanti hanno prodotto Joyce, Keats, Wilde, Beckett, Bernard Shaw, mentre noi quattro milioni di pugliesi niente. Forse questo è dovuto alla bellezza del nostro paese.
Quanto conta il paesaggio nel tuo linguaggio artistico?
Moltissimo. Conta tantissimo, a tal punto che io non faccio solo il regista, ma adesso mi sono impelagato nel progetto del recupero della bellezza, della percezione della bellezza salentina, del paesaggio talentino (Coppola tisa). Il paesaggio per me non è solo il banale paesaggio, lo sfondo. Noi siamo il paesaggio. Esso è in noi. Specialmente quello salentino: uno dei più affascinanti del mondo. Questa armonia tra natura, urbanistica, architettura, lavoro dell’uomo che ha plasmato questo paesaggio cosi commovente, che però sta per essere distrutto. Per esempio Pino Zimba (protagonista di Sangue vivo) è la roccia. Suo padre è l’ulivo. Io trovo le persone e le metto nel paesaggio. Uso la roccia, uso l’ulivo, uso il mare, per motivi drammaturgici.
Che ricordi conservi del periodo di Monaco?
Anni di formazione. Una scuola molto importante. Eravamo molti stranieri. Ho fatto film con curdi, islandesi, africani, francesi. Viaggiavo moltissimo, con pochi soldi. Oltre a studiare, chiedevo a persone che giravano “ Portatemi con voi, non pagatemi, ma fatemi lavorare e imparare”. Sono stato in Sud America, Asia, facendo il fonico, l’assistente. Uno sguardo antropologico. Ho iniziato come documentarista.
Ispirazione. La insegui? Ti viene a cercare? E’ dentro o fuori di te?
E’ come l’innamoramento. Come un colpo di fulmine. Come quando ad un semaforo ti giri e vedi una bellissima ragazza e dici “la devo per forza conoscere!”. Può essere una bolla di sapone o un sentimento che va coltivato. Per Sangue vivo ho visto Zimba e mi sono innamorato (artisticamente, ride). Cosi per il Miracolo. Pizzicata invece è nato dalla musica.
Che criteri usi nella scelta di un attore?
Mi colpisce l’anima. Devono darmi qualcosa del loro essere. Non voglio che i miei attori recitino. Voglio che siano. Siccome la vita è una mascherata, la mia sfida è cercare di capire cosa c’è dietro quella maschera, cercare la verità. Alcune persone, come Zimba, me la danno spontaneamente. La verità non è mai quella dichiarata: è quella rivelata. Dal modo di comportarsi, dallo sguardo, da come si fanno le cose, dai silenzi. A volte nella scelta di un attore interviene l’istinto. Mi dico “ è lui, nu ssacciu percè”.
Che rapporto hai con il successo?
Naturalmente mi lusinga un po’, ma mi affatica tantissimo, perché io sono uno che non vuole stare in mezzo. In questo modo non posso osservare, ma sono osservato. Il successo ti fa subire molte cose, più che essere attivo. Invece prima ero uno che cercava, chiedeva. Ora la gente chiede a me. E questo a volte può essere faticoso. Devo dire, però, che i salentini hanno ancora  un certo pudore.
E con la critica?
Abbastanza buono. I film sono piaciuti. Quello più criticato in negativo è stato, paradossalmente,  proprio Il Miracolo. Perché stava nelle rete di Venezia: è come aver voluto  “pedalare la bicicletta”. Sei sotto gli occhi di tutti. Ti scrutano, cercano i difetti, ti guardano con occhio molto più critico.
Con che stato d’animo hai vissuto la tappa di Venezia?
Da “lu regista” sono diventato “il regista”, (non nel senso assoluto). Per molta gente di Milano, Torino e Roma io ero solo uno che aveva girato dei filmini sui contadini salentini. Una percezione superficiale delle opere. Perché con i miei film ho raccontato si storie di gente povera, semplice, ma con grande dignità. Per me Zimba era Achille. Lamberto (Probo) era Ettore. La stessa dignità dei due eroi della tragedia greca.
Quanto conta la musica nella tua vita e nei tuoi film?
Amo la pizzica, che ascolto se ballo. La musica è la colonna sonora della mia vita. Ogni tanto, andando da Santa Cesarea ad Otranto, ascolto Handel, Beethoven, Mozart, ma anche gli U2, il jazz, musica argentina, andalusa. La musica popolare in genere è il cordone ombelicale che lega un popolo alla sua terra. Come i contadini che cantavano “alla stisa”. Musica nata da sofferenze, gioie, autentiche come l’anima di un popolo o di una persona.
Come reagisci alle pressioni ?
Spesso mi dicono “ devi fare questo devi fare quello”. Io non devo fare niente. Scelgo io quello che devo fare, e cerco di farlo con educazione e ironia. Se mi invita un partito politico (chiunque sia) io dico che sono dell’altra parte.
Per salvaguardare la tua verità?.
Si, inventando mi preservo. Per me l’ironia è importantissima. Mi salva, mi riporta con i piedi per terra.
Edoardo e le donne!
Ci sono ragazze che si innamorano di me ed io dico “ma come fate se non mi conoscete?”.
A volte mi attacco a qualche piccolo problema fisico e dico “ guarda che io non sono sempre cosi pimpante”. Molte mi trovano interessante perché faccio il regista, non come uomo.
Sei molto critico con te stesso?
Devo esserlo, altrimenti non posso andare avanti.
Sei soddisfatto di quanto fatto finora?
Abbastanza soddisfatto. I miei film hanno molte lacune. Pizzicata è un film poetico, riuscito molto bene, ma con lacune drammaturgiche. Sangue vivo, molto vicino alle persone, mancava di spazi.
Se potessi tornare indietro cambieresti qualcosa dei tuoi film?
Tutto, anche se lascerei delle cose. Non cambierei mai, ad esempio,  Pino Zimba. Sono molto contento della recitazione di Sangue vivo, de Il miracolo, un film girato molto bene, per quel che so fare io.
Come vivi la spiritualità? Credi in Dio?
Si, io credo in Dio. Mi chiedo sempre cosa è Dio. Mi confronto con la religione, nella nostra forma cristiana, cattolica, Gesù Cristo. In tutti i miei film c’è una ricerca spirituale. Io parlo sempre dell’Anima, dell’anima delle persone, di una loro verità intrinseca, di un nocciolo che esisteva prima della loro esistenza. Il miracolo è una ricerca spirituale, una ricerca della bellezza perché comunque per me la spiritualità è una ricerca di pura bellezza, data anche dallo sguardo di un bambino che riesce percepirla in una città ferita nella quale nessuno riesce più a vederla ed in una persona (la protagonista) che è ruvida, aspra, difficile e bella.
Cosa ferisce questa bellezza? Cos’è il male nella società di oggi?
Tante cose. La violenza, il cinismo. Il bambino de Il miracolo è l’antidoto al cinismo, del padre, della madre, dei media.
Che effetto fa realizzare il proprio sogno artistico?
Mi reputo una persona molto fortunata. Devo avere lassù qualcuno che mi protegge. Dio, un angelo…
Che consiglio daresti a  chi  vuole avvicinarsi a questa professione?
Di essere molto tenace, di prepararsi, di non farsi prendere dallo sconforto, dal cinismo degli altri. Dipende anche dal tipo di ambizione che uno ha. Se è sincera o se è solo una voglia di successo.
Quanto è cambiato il cinema negli ultimi anni?
Molto. Quando ho iniziato io si girava  tutto in pellicola. Ora con l’avvento delle telecamere digitali…
Un bene o un male?
Principalmente un bene, ma c’è un aspetto negativo: il rischio di svalutare un immagine. Prima i costi erano maggiori e questo influiva sul modo di lavorare. L’immagine era sacra. Adesso viviamo circondati da telecamere, monitor. Non sappiamo più cosa viene registrato. Non guardiamo più con lo stupore di una volta. Oggi si tende a stordire lo spettatore.
Progetti futuri?
Sto lavorando ad un film ambientato in Africa durante la seconda guerra mondiale e ad un altro, da girare nel Salento, principalmente a Lecce.