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L’uva e la vendemmia a Casarano e nel Salento

Melissano, 30/09/03

L’uva rappresenta la principale fonte di agricoltura insieme all’olivo; basti pensare che è di 60 milioni di litri sono prodotti nella provincia di Lecce.

In antichità la città principale, centro di convergenza del vino, è stata Brindisi. E’ proprio qui che sarebbe nato l’usanza di alzare il bicchiere per invitare a bere in onore di qualcuno. “Si sa che in Brindisi, particolarmente nel periodo delle spedizioni romane e delle Crociate, si salutavano i partenti con le beneauguranti libagioni, perché vittoriosi potessero quivi fare ritorno. E il vuotare dei calici era così frequente in questa città che quando altrove par dicesse: faccio come a Brindisi”.

Ma la ragione vera è che Brindisi è la porta di ingresso alla viticoltura di qualità: tutta l’area salentina annovera le vigne più belle ad uve nere e produce i migliori vini rossi e rosati della regione.

Qui il vino si chiama “mieru”. Mieru da Merum, vero, così lo chiamavano i romani il vino pugliese per distinguerlo dal greco, più leggero o misto ad acqua, chiamato krasì.

E’ il regno del Negroamaro, il vitigno più antico e diffuso, nel regno del Rosato del Salento, uno dei migliori rosati al mondo. Nel Salento infatti il Negroamaro ha trovato la sua dimora ideale, esprimendo al massimo le sue qualità e garantendo la produzione di vini superiori. La Malvasia, più rara, è considerata dai produttori del luogo più gentile, meno rustica, indispensabile per l'affinamento ed il completamento del prodotto ottenuto dal Negro Amaro. 

Gli altri vitigni tradizionali sono costituiti dal Primitivo, dal grande corpo e dall'aroma particolare, l'Aleatico adatto alla produzione di vini da meditazione, il Susumaniello, altro vitigno autoctono e antichissimo, la Malvasia Bianca, l'unico ad uve bianche.

Nelle campagne di Alezio il Negroamaro domina persino il 95% della viticoltura, lasciando alle altre qualità una presenza di contorno.

La vasta zona che si colloca tra Tuglie, la collina di S. Eleuterio, Casarano, sino a Taviano non presenta caratteri originali. Sono sempre le uve nere a prevalere: il Negroamaro che domina su tutte, le Malvasie, il Sangiovese e altre qualità minori. Per qualche tempo si trovavano anche il Barbera e altri vitigni non tradizionali per il luogo, importati con il proposito di cercare nuovi tipi di vini, ma con poco successo.

La più antica rappresentazione dell’uva, nella nostra area, la troviamo nei mosaici della chiesa di Casaranello; molto probabilmente proprio questa importante risorsa ha permesso alla committenza ricca di poter ottenere maestranze così qualificate. La recente scoperta di un palmento medievale nella stessa zona, testimonia ancor più un profondo attaccamento dei casaranesi a questa notevole fonte di guadagno.

Un tempo infatti si pigiava l’uva nei palmenti: all’interno di questi ambienti è ubicata una vasca in muratura dove avveniva la pigiatura dell’uva; questa grande vasca è collegata, attraverso una cabaletta con foro di uscita, ad una cisterna. Qui troviamo i torchi in legno alla calabrese o alla genovese, a seconda del tempo, atti a torchiare la vinaccia, il residuo della pigiatura dell’uva.

Tale fase di lavorazione vedeva impegnati diversi uomini secondo la grandezza del palmento, dopo di che il mosto era versato e conservato o in botti o in grandi recipienti di terracotta in attesa della fermentazione. La semplicità e la brevità delle operazioni rendevano, a volte, tale processo “itinerante”: era possibile infatti recarsi a domicilio nelle diverse distese di vigneti per compiere ritualmente le diverse fasi produttive.

Oggi si preferisce portare l’uva nelle cantine generalmente riunite in cooperative. La più antica è quella di Melissano istituita nel 1940 da Vittorio Emanuele III.

Come sottolineano sempre le persone più anziane, la vendemmia era anche un periodo di forte aggregazione familiare.Come non dimenticare quelle giornate?

L’uva era versata dapprima in dei secchi e una volta riempiti, veniva scaricata nelle “tine”;quando le “tine” erano piene, l’uva veniva posta su di una carretta che alla fine della giornata veniva portata “allu parmentu” di fiducia e scaraventata in delle grandi pile dove avveniva la prima “stumpata” (pigiata) e poi lasciata 24 ore in questi recipienti. Il giorno successivo viene preso il resto dell’uva e pressata dentro i torchi a gabbia con la presenza dei fisculi che inframmezzavano la composizione compatta della ormai pasta.

Una volta effettuata la seconda spremitura, la pasta residua ormai secca veniva buttata nelle campagne proprie, in quanto buona per la fertilità della terra.

Così tutto il lavoro di un anno era ridotto in pochissimi giorni, i quali erano intensi e pieni di affanni, ma anche carichi di una notevole componente sociale, in attesa di S. Martino per brindare a un lavoro e dare sfogo alla nostalgia quando tornano alla mente quei momenti così emozionanti; solo chi ha partecipato alla vendemmia in questa circostanza può fare un brindisi carico di quella “vis” che ha la consapevolezza di un lavoro dalla tradizione millenaria.

 

Stefano Cortese