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L'analisi del settore calzaturiero, Valerio Elia spiega perchè Filanto e Adelchi finiranno per licenziare tutti gli operai

 

 

 

Di Anna Rita Invidia

Dal Nuovo Quotidiano di Puglia del 30/09/2007

 

Adelchi e Filanto hanno da tempo tracciato il loro percorso ed è un percorso che lì porterà via dal Salento: è solo questione di tempo. E con i due colossi tramonterà, anche il calzaturiero salentino, che con le due aziende praticamente coincide.

 

La lettura spietata («da tecnico») arriva da Valerio Elia, docente di Economia e componente della Task Force regionale sull'occupazione. L'economista sta seguendo da vicino le vertenze dei due calzaturifici, inquadrandole nell'evoluzione complessiva dell'economia regionale.

 

Un'economia regionale che ha intrapreso una strada inaspettata.

 

«Inaspettata e forse pericolosa».

 

In che senso?

 

«Nel senso che stiamo ritornando all'economia degli anni Settanta. Invece di andare verso il terziario, invece di andare verso l'economia della conoscenza, stiamo facendo un passo indietro e stiamo tornando all'industria pesante: acciaio, chimica, meccanica pesante, petrolio e derivati. Giusto per fare un esempio, per l'Eni di Taranto è previsto un investimento di un miliardo di euro che raddoppierà lo stabilimento».

 

Le sue sono delle sensazioni?

 

«Sono delle riflessioni che nascono dai dati: si tratta di uno studio che sto conducendo perb l'assessorato allo sviluppo economico della Regione, finalizzato all'individuazione delle politiche di internazionalizzazione».

 

Di che dati si tratta?

 

«Di dati relativi alle esportazioni. Su sei miliardi di euro di prodotto esportato in Puglia, due miliardi riguardano l'industria pesante: solo la siderurgia assorbe un miliardo e 300milioni di euro».

 

Lei legge questo come un'involuzione dell'economica locale?

 

«lo dico che è una cosa nuova che sta succedendo e ci dobbiamo fermare a pensare. Sicuramente il manifatturiero pensante sta generando un grosso sviluppo logistico, pensiamo ai porti, per il trasporto delle merci. Ma dall'altra parte c'è l'impatto con l'ambiente. Pensiamoci un po'».

 

E in tutto questo come si legge la crisi del calzatuniero?

 

«lo parto sempre dai dati e oggi i dati dicono che ormai il 90% delle scarpe esportate dal

 

Salento viene prodotto fuori. Negli-ultimi cinque anni si e completato il processo di delocalizzazione all'estero di Adelchi e Filanto e, di fatto, nel Salento non viene prodotto più nulla, da qui la perdita di tanti posti di lavoro. Nel Salento è rimasta solo la gestione commerciale e logistica, che richiede poche unità di personale. Basti pensare che Filanto da 2.700 è arrivata a 700 operai e parla di un esubero di 300 unità».

 

Infatti, Filanto dice che può mantenere solo due delle attuali dieci manovie: mantiene una parte della produzione nel Salento per una questione di qualità?

 

«Assolutarnente no. Se potesse farlo, chiuderebbe tutte le manovie nel Salento. Ormai in Albania riescono a produrre con la stessa qualità, che poi è una qualità medio-bassa, se si esclude quella piccolissima parte della produzione che arriva sul mercato con il marchio Filanto: ma si tratta di poche centinaia di migliaia di scarpe a fronte ai cinque milioni di scarpe prodotte l'anno da Filanto».

 

Perché, allora si mantengono. gli stabilimenti nel Salento?

 

«Per diverse ragioni. Intanto perché le scarpe, per essere vendute sul mercato come Made in Italy, devono partire dall'Italia: quindi le scarpe vengono "importate" dai paesi in cui le aziende si sono delocalizzate (Albania, Bulgaria, India, Bangladesh, Etiopia) e poi ripartono dal Salento. Inoltre il prodotto non può partire direttamente dall'estero perché Filanto e Adelchi non sono proprietari delle aziende estere in cui producono le loro scarpe».

 

Il solito "inganno" sul Made in ItaIy

 

«Sì, ma gli acquirenti non sono stupidi: sanno che dietro il Made in Italy di Filanto o di Adelchi si nascondono l'India o l'Albania. Non a caso il valore delle esportazioni sta scendendo: scende perché sta scendendo il valore delle scarpe. Infatti Prada, giusto, per fare un nome prestigioso, si serve di piccole aziende salentine che producono tutto in loco: lo fanno per una questione di immagine».

 

Questo processo di delocalizzazione è irreversibile?

 

«lo penso di sì. Adelchi e Filanto - chi in un modo, chi nell'altro - stando andando via senza una possibilità di ritorno. Le aziende dicono che la produzione di un paio di scarpe in Italia costa 10 euro, all'estero costa 213 curo. Intanto, mentre nel resto d'Italia il calzaturiero si sta riprendendo (più 8%), nel Salento non riesce a farlo perché non c e stato il riposizionamento sul marchio e sulla qualità».

 

Perché?

 

Ci stanno facendo le scarpe. E in tutti i sensi. In senso letterario: i paesi in via di sviluppo (grazie al basso costo della manodopera) producono ormai quasi il 90 per cento delle scarpe di Filanto e Adelchi. E in senso metaforico, ma qui è semplice da capire: tutto lavoro che viene tolto al Salento.

I dati sull'import e sull'export del calzaturiero in provincia di Lecce parlano chiaro e fanno emergere quella che è la strategia delle due grandi aziende di Casarano e di Tricase.

Partiamo dall'import, che vede ai primi posti Albania, Bulgaria, India, Bangladesh, Egitto, Romania ed Etiopia. Questi sono i Paesi da cui la provincia di Lecce importa il maggior numero di scarpe, ma, attenzione, non si tratta di un semplice acquisto. Gli esperti del settore parlano di traffico di perfezionamento passivo": ossia di calzature salentìne che vengono ulteriormente lavorate all'estero per poi essere, appunto, importate in Italia (in questo caso nel Salento) e rivendute sui mercati con il marchio Made in Italy. Infatti, basta che una sola fase della produzione venga effettuata in Italia per ottenere il marchio Made in Italy. Attualmente è all'analisi della commissione attività produttive del Governo una legge (relatore il tarantino Ludovico Vico) per il Full made in Italy. Un disegno di legge, manco a dirlo, fortemente ostacolato dagli imprenditori.

 

Significativo è il dato relativo all'Etiopia: fino al 2005 da questo Paese non veniva importata in provincia di Lecce nemmeno una suola. Poi Adelchi ha iniziato a delocalizzare la sua produzione in questo Paese, cosi nel 2005 le importazìoni sono state pari a 471mila curo e nel 2006 sono cresciute a 2milioni 233mila curo.

 

 

Ma i numeri che più debbono fare riflettere sono quelli relativi alle esportazioni. Il primo dato che salta agli occhi e che rispetto al 2001 (349 milioni e 656niila curo) nel 2006 le esportazioni si sono praticamente dimezzate (173 milioni e 113mila curo). Le nostre scarpe si vendono di meno? Non solo, le nostre scarpe spiegano gli addetti - si vendono anche ad un prezzo minore. Infine confrontando il dato delle importazioni (da leggere come quantità prodotta all'estero), che rimane invariato, con quello delle esportazioni (che è precipitato rispetto al 2001) si capisce come le scarpe prodotte nel Salento siano praticamente ridotte a poco più del 10%, perché le scarpe importate (quindi prodotte fuori) dal 2005 coincidono con quelle esportate.          

 

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