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INTERVISTA AL PRESIDENTE DEL GRUPPO FILANTO

di Enzo Schiavano, dal Quotidiano del 27/10/02

“Se Della Valle ritiene di fare investimenti nel Sud credo che sia positivo, anche dal punto di vista sociale. In questa terra c’è intelligenza, volontà e cultura del lavoro. Noi salentini abbiamo sempre accolto con favore i forestieri”. Il benvenuto a “Mister Tod’s” nel distretto leccese della scarpa arriva da una voce autorevole: Antonio Sergio-Filograna, da circa un anno presidente del Consiglio di Amministrazione della “Filanto spa”, la più grande industria calzaturiera dell’Italia meridionale.

Presidente, l’alta qualità del prodotto è la strategia vincente. Quando la sua azienda imboccherà questa strada?

“L’abbiamo già fatto. E’ stato quasi scontato cambiare strategia e lanciare e sviluppare prodotti diversi rispetto al passato. Il costo della nostra manodopera è troppo alto rispetto a quella dei paesi asiatici. Con questi paesi non si può più competere. Si deve tener presente che la Cina, uno dei produttori più forti della scarpa di bassa qualità, tra qualche anno, credo nel 2006, entrerà nel Wto e quindi non sarà più soggetta a contingentazioni nelle esportazioni. La nostra arma più importante è quindi quella di puntare su cose che quei paesi non sono ancora in grado di fare. Il prezzo basso non è più un’arma vincente. Da diverso tempo stiamo puntando su aspetti che riguardano la tecnologia, il design, la ricerca dei componenti. Abbiamo iniziato questo processo per rendere il prodotto qualitativamente migliore. E’ il mercato che ci obbliga a percorrere questa strada”.

Nonostante il taglio di mille posti di lavoro, rimane ancora alto il numero di dipendenti (circa 1500). Questo equilibrio può durare?

“Sono tanti, ma potrebbe reggere. Per come è il mercato attualmente, però, è difficile mantenere grossi numeri sulla manodopera. Voglio sottolineare che in Italia, tranne Filanto e Adelchi, non esistono aziende che hanno un numero così alto di dipendenti. Le braccia non si usano più in Italia, ma in altri paesi. Qui da noi oggi si deve usare il cervello”.

Il gruppo Adelchi ha proclamato lo stato di crisi. Ci sono analogie con la situazione che avete affrontato tre anni fa?

“L’origine delle difficoltà sono comuni, ma le situazioni sono differenti. Noi all’inizio dichiarammo che c’erano mille dipendenti in esubero e, grazie ad un piano di ristrutturazione, siamo riusciti a collocarli in altre attività dopo un periodo di cassa integrazione. Pure Adelchi ha dichiarato che mille persone sono in eccesso, ma per questi dipendenti ha chiesto il licenziamento diretto. Quindi, la situazione è più drammatica. Il caso Adelchi, a livello locale, vale quanto quello della Fiat”.

Conferma le indiscrezioni di una trasformazione a breve dell’ex opificio “Panfil” in un grande residence turistico?

“E’ vero che a Patù stiamo smobilitando, ma non perché dobbiamo realizzare progetti in altri settori economici. Vogliamo soltanto stare più vicini. Alcune imprese si stanno trasferendo a Casarano, altre si stanno spostando in altri comuni. Al momento è l’unico motivo. Ai villaggi turistici ci penseremo in estate”.


 

 
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