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Di Eugenio Memmi

Casarano, 05/06/2007

 

Non ce la faccio più!

Che schifo di vita!

Sono l’uomo/donna più sfortunato/a del mondo!!!

Quante volte l’abbiamo detto o ascoltate queste parole?!!! Tante, forse troppe! Se si usa un’affermazione troppo spesso e se soprattutto ciò che affermiamo non è sostenuta da una giusta motivazione rischiamo di essere banali, immaturi. Le parole hanno un profondo valore e usarle impropriamente è quanto di più sciocco si possa fare.

“Sparare cazzate, sentenze fulminee, giudizi affrettati, parole offensive,” denota probabilmente una scarsa capacità di riflessione su ciò che diciamo, accecati forse dall’istinto a cui non abbiamo saputo inserire “un regolatore di giri”, che l’esperienza del nostro vivere ci dovrebbe naturalmente portare a crearci. Crescere in armonia, e quindi, avere un giusto spirito critico verso se stessi e verso gli altri, a volte dipende da diversi fattori, non è una cosa che è automatica, tuttavia questo non ci autorizza ad essere eccessivamente critici o insoddisfatti verso tutto e tutti, non è possibile, non è normale, se ci capita troppo spesso  di provare queste sensazioni senza grossi motivi, forse è il caso di chiedere aiuto.

Comunque, questa introduzione l’ho fatta per tutti quelli che credono di essere le persone più sfortunate del mondo e forse sono solo persone che non sanno apprezzare quello che hanno, perciò prima di dire che siete sfortunati, ascoltate quanto ho da dirvi.

Questa mattina, ho incontrato una persona che ho iniziato a conoscere meglio in questo ultimo anno, ha avuto lo scorso anno serissimi problemi di salute, infatti è stata costretta a cambiare mansione di lavoro per questi problemi di salute che ha avuto e che ormai convivono con lei e non la lasceranno più.

Tempo fa mi parlò di questa sua situazione e da allora ho iniziato a guardarla diversamente,ogni volta che l’incontro cerco per quello che posso di apprezzare maggiormente la gioia della sua presenza. Oggi, causa una sigaretta, ci siamo fermati un attimo a parlare, mi dice che si sente molto giù e che non ce la fa più; ed inizia a parlare.

Mi dice che lei era orfana di madre già ad un anno ed era cresciuta in un rigido istituto di suore senza mai una carezza, un gesto di affetto senza mai che nessuno si preoccupasse di come stava.

Crescendo, negli anni, comprende che gli piace andare a scuola ma le suore non la possono farla studiare perchè non hanno risorse economiche a sufficienza. Quando compie 19 anni si presenta suo padre, forse per il rimorso di aver abbandonato sua figlia, comunque accetta di buon grado questa persona a lei quasi sconosciuta, ma comunque sempre un padre, c’era comunque da ricostruire un rapporto fra di loro, quando questo sembrava si stesse realizzando, suo padre muore.

Si sposa, e mentre cresce i suoi piccoli va a scuola per realizzare un suo piccolo desiderio riuscendo a diplomarsi.

Oggi, mentre mi parlava, mi dice che gli mancano tanto le carezze di sua madre, quelle che non ha avuto e che la fanno sentire ancora tanto sola dopo tanti anni.

L’ho abbracciata, gli ho dato un grosso bacio, l’ho fatto con tutto il cuore, non so se a lei questo è servito a qualcosa, ma credo l’abbia resa felice, per quell’attimo.

Davanti ad una storia così, credo che tanti nostri “apparenti” grossi problemi acquistino una dimensione ed una importanza molto diversa, non credete?

A proposito, invece, di quelli che si lamentano sempre delle condizioni di lavoro in cui si trovano, vi racconto brevemente l’esperienza di una altro mio conoscente.

Infelicemente sposato, con figli, con una madre anziana da accudire piena di acciacchi, lavora nell’indotto del calzaturiero in quelle aziende in cui oggi avere uno straccio di occupazione è quasi un sogno ma giocoforza invischiati in una gara di sopravvivenza che lo costringe a non potersi assentare dal lavoro per curare un grave problema che lo accompagna da circa quattro anni, perché sa benissimo che non ha la possibilità di ammalarsi per più di qualche giorno perché sarebbe cacciato via a calci in culo e sostituito all’istante da una marea di operai in cassaintegrazione. Così si barcamena ogni giorno per non mancare sul posto di lavoro, pur fra atroci sofferenze e rinunce.

Ditelo ai tutti quelli fortunati che questo problema non ce l’hanno ma continuano a lamentarsi….

 

 

 

 

 

2 GIUGNO

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02/05/07 Via Mattei, cimitero, piazza Tamigi. Tre segnalazioni. Di Eugenio Memmi

 

 

29/04/07 Raccolta differenziata: virtuosi si nasce o si diventa? Di Eugenio Memmi

 

 

 

30/03/07 La panchina dimenticata

 

 

 

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