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Se imparassimo a domandarci "perchè?"


di Eugenio Memmi,

 

Casarano 27/07//2006

 



 

C’era un saggio nonnino, che rivolgendosi alla sua cara nipotina, cercando di tramandare ciò che la vita gli aveva insegnato, le diceva spesso:“ricordati di chiederti sempre il perché delle cose, non dare giudizi affrettati senza prima avere chiesto “perché”, se vuoi vivere da persona equilibrata, in armonia con il mondo che ti circonda”. Questo breve suggerimento, credo sia molto interessante e valga la pena mettere in atto nella nostra vita perché potrebbe aiutare tutti noi a vivere meglio e a stabilire migliori relazioni interpersonali.

Proviamo a pensare quante volte la gente trascurando questo “consiglio” si lascia andare a istintive e svelte considerazioni che molto spesso non fanno altro che danni. Pensiamo nel mondo del lavoro, quando il nostro capo invece di chiedere un semplice perché, si lascia andare a urlacce tribali, affronti gratuiti, senza una giusta causa che come una bolla di sapone si dissolve appena raggiunge un attimo di quiete cerebrale e quindi chiede “il perchè “, ricevendo spesso risposte esaustive che non meritavano alcun appunto. Questi atteggiamenti, se ripetuti, minano il rapporto di fiducia e di stima fra i dipendenti ed il proprio superiore, che viene “sopportato” e non crea favorevoli ambienti dove chi lavora è stimolato a dare il meglio di se.

Anche fra marito e moglie tale consiglio sarebbe utile che fosse presente, ma talvolta manca, proviamo in questo caso a capire quale possa essere la causa di ciò.

 

Molte donne rincorrono amori impossibili: uomini che non le vogliono, che amano un'altra o che non hanno tempo per i sentimenti perche' presi dalla carriera... belli e dannati, irraggiungibili, come i personaggi famosi, gli attori, i cantanti. E s'innamorano sempre solo di questo tipo di maschi, perche' si portano dietro ancora i problemi dell'infanzia, i conflitti con un padre assente, prevaricatore e spesso violento, dal quale non hanno avuto attenzione e affetto. Cercano quel padre negli uomini che incontrano, sperando in un riscatto. Ma il riscatto non arrivera' mai! Perche' e' proprio amando uomini che sanno di non poter avere, che si sentono al sicuro, al riparo dalle responsabilita'. E' un eterno conflitto. "Ti cerco e mendico il tuo amore, la tua attenzione. Ti desidero, perche' non mi vuoi, sapendo che la situazione non cambiera'... e mento a me stessa... pèrche' se tu fossi disponibile e ricambiassi il mio affetto, io dovrei vivere finalmente un rapporto adulto. E questo, mi fa' paura..." Diceva Oscar Wilde " Molte donne, ventiquattro ore dopo il matrimonio, sono vedove del marito che avevano immaginato." (...) I testi di psicologia sono pieni di esempi...

 

Se dobbiamo imparare a chiedere “perché?”, allo stesso modo siamo tenuti a rispondere con sincerità, senza tergiversare andando direttamente al dunque. L’importanza di rispondere ad un “perché?” postoci è fondamentale, perché le nostre parole possono chiarire una questione, che può essere di poco conto ma anche di grande importanza, l’onestà ed il coraggio di dire ciò che sappiamo o sentiamo può aiutare tutti oppure a scavare solchi d'incomprensione sempre più profondi.

Perché? Lo dovrebbero chiederselo anche i figli, “perché mamma o papà mi ha detto questo? Perché non mi compra le scarpe Nikè? Perché non possiamo andare in vacanza? I figli molto spesso sembra che vivano come ospiti in casa, vanno, vengono, e non hanno un vero dialogo con i genitori, ma tale colpa ce l’hanno anche i genitori, che molto spesso credono che assolvere ai propri doveri di madre o di padre sia principalmente, non far mancare da mangiare, come se una persona fosse solo stomaco, trascurando la mente, l’anima ed il cuore dei propri cari. La nostra “fame” principale è quella di sentirci amati, tutti abbiamo bisogno di sentire questo amore, ne abbiamo bisogno come abbiamo bisogno di bere, e di mangiare. Ma quanti di noi si preoccupano di far arrivare questo amore alle persone che abbiamo vicino? A volte si vuole bene ad una persona, ma non riusciamo a far arrivare questo nostro sentimento al destinatario, vittime delle nostre insicurezze, delle nostre indecisioni, figlie di cattive eredità che mal ci consigliano e di cui  non siamo riusciti a liberarci.

Concludo riprendendo quanto scritto ieri su questo sito da Alberto Nutricati, riportando quanto detto domenica sera nell’incontro-dibattito tenutosi a conclusione delle manifestazioni nel 1° anniversario della morte di Paola e Daniela Bastianutti:

«La vita – ribadisce il padre domenicano - è un grande dono che la Provvidenza ci dà. L’unico modo che abbiamo per guadagnare immediatamente la felicità è la purificazione del cuore, al di fuori di ciò c’è solo l’illusione della felicità. La felicità non è qualcosa di psicofisico, ma di noetico, secondo la distinzione operata da Platone tra corpo, mente e spirito. Dipende solo da noi superare i limiti psicofisici e raggiungere un livello più alto, attraverso il quale sperimentare la felicità già in questa vita».

Per far ciò, però, occorre ritornare alla quintessenza della religione attraverso l’autocoscienza (conosci te stesso), l’autocatarsi (purifica te stesso) e l’autorealizzazione (realizza te stesso). «E’ questa la sola strada che abbiamo – conclude padre Elenjimittam – per raggiungere la beatitudine nella piena contemplazione della realtà».

L’induista Swami Parameshananda, monaco di Bharat, si è invece soffermato sulla divinità presente in ogni creatura: «Noi siamo espressione del divino, se non riusciamo a vedere Dio in ogni creatura, non potremo vederlo né in una chiesa, né in un tempio, né in nessun altro posto. Se riusciamo ad eliminare tutto ciò che è superfluo, allora potremo percepire la presenza di Dio. Mettiamo da parte tutti i problemi, l’odio, la gelosia, la rabbia e siamo ciò che siamo: pace, pace, pace».

Credo che a prescindere dal fatto se uno sia o non sia credente, queste due asserzioni possano essere utili a tutti noi.

Vi saluto e vi auguro “Buona vita a tutti”

 

 

Fonte: www.reginadicuori.com  

 

 

28/07/06 Caro Eugenio, Tutto il mio apprezzamento per le riflessioni che ci offri dandoti atto di un sempre costante impegno nel tentativo di risvegliare la parte buona che ognuno di noi possiede ma (chi più, chi meno) spesso tende a depositarsi sul fondo a vantaggio di espressioni più superficiali.

 

Mi permetto solo di affiancare un concetto distinto ma, secondo me, fortemente concomitante al domandarci “il perché”: domandarci “cui prodest” (a chi giova).

 

Spesso nei rapporti interpersonali i comportamenti, le affermazioni e in genere tutte le espressioni di posizione non sono mai fini a se stesse ma sempre accompagnate da un rapporto causa-effetto. È proprio il concetto del “perché”: realizzo una “causa“ perché voglio sortire un”effetto”. Capire il “perché” ci fa vedere la porta, ma capire “a chi giova” ci dà la chiave. Capire il “perché” ci fa generare la domanda, capire “a chi giova” ci fa generare la risposta. A questo punto il rapporto lo possiamo completare: causa-effetto-finalità.

 

Se “il nostro capo si lascia andare a urlaccie tribali, affronti gratuiti, senza una giusta causa”, questa causa (più o meno giusta) ha un “perché” e una “finalità”. Il suo comportamento è una reazione al nostro che, a sua volta, ha una causa, un perché e una finalità. Vince tra i due chi è il più maturo a farsi le domande e darsi delle risposte prima di giungere a conclusioni affrettate e superficiali.

 

È mia opinione, tuttavia, che la questione si fa più delicata se la relazione interessa anziché due singoli, un singolo e una platea, come ad esempio un politico e i potenziali elettori oppure un mass-media e i suoi ascoltatori. Il concetto di causa-effetto-finalità si amplifica e dilata fino a distorcersi, ed ecco che la finalità diventa l’altare su cui sacrificare tutto il resto. Una notizia, un’affermazione, un concetto si diffonde (spesso manipolato) non per ciò che è ma per il fine che può fare raggiungere. Ma questo è un argomento complesso ed esteso.

 

Saluti.

Aldo Roberto Panico

inkshop@virgilio.it 

 

Perché? … Per chi?

 

Caro Eugenio, intanto … buona vita anche a te!

Chiedersi il perché delle cose è proprio dell’uomo. Fin da bambino, appena l’intelligenza glielo consente, ogni essere umano comincia a chiedersi un sacco di perché. Man mano che cresce, diventa sempre più esigente, e le risposte di un tempo non bastano più. Arriva il momento in cui (come dice il signor Aldo) si chiede anche “a chi giova”, fino al punto che il “perché” diventa piuttosto un “per chi”.

Queste domande sono il sale della vita, sono ciò che non ti fa tirar via le giornate, i rapporti, le amicizie.

Purtroppo la società in cui viviamo sembra non gradire la presenza di persone così, uomini e donne che difficilmente si riescono ad ingannare, a governare secondo gli interessi di pochi potenti.

 

“E tutto cospira a tacere di noi,

un po’ come si tace

un’onta, forse, un po’ come si tace

una speranza ineffabile”.

 

R.M. Rilke

 

Sono d’accordo con te Eugenio, il riuscire a mantenere la semplicità del cuore (la vera fonte di quelle domande) aiuterebbe la convivenza con le altre persone, facendoci vivere meglio.

Mi permetto di aggiungere che questo vale anche quando la risposta ai perché sembra non essere chiara, o addirittura mancare del tutto. In questi casi rimane comunque il “per chi”. Anzi, diventa ancora più pressante, e la Grazia di avere la fede, non è la discriminante per queste domande.

 

“Uno sconosciuto è il mio amico, uno che io non conosco.

Uno sconosciuto lontano lontano.

Per lui il mio cuore è colmo di nostalgia.

Perché egli non è presso di me.

Perché egli forse non esiste affatto?

Chi sei tu che colmi il mio cuore della tua assenza?

Che colmi tutta la terra della tua assenza?”

 

P. Lagerkvist

 

Scusa se ho volato un po’ troppo in alto, ma mi sono fatto influenzare dal titolo del Meeting di Rimini di quest’anno (20-26 agosto):

 

“La ragione è esigenza di infinito

e culmina nel sospiro e nel presentimento

che questo infinito si manifesti”

 

Chiedersi il perché, vuol dire cercare la ragione delle cose. Questo non può fermarsi alla superficie. L’esempio che facevi tu nell’ambito del lavoro, rende l’idea, e questo vale anche per tutto ciò che ci raccontano radio e TV (Moggi, servizi segreti, Israele, ecc.)

Quando la ragione dei “perché” non si prolunga fino a diventare anche quella dei “per chi”, l’uomo e la società rischiano di impazzire, cosi come diceva Chesterton: Pazzo non è colui che perde la ragione, ma chi perde tutto il resto e gli rimane solo la ragione.

 

Argnani Paolo

 

 

 

 

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