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LA VITA?

UN PERCORSO DI CRESCITA INTERIORE CHE HA DI CERTO UN INIZIO.

di Eugenio Memmi, Casarano 27/04/04

 

 

Fra pochi minuti il papà di una mia carissima amica, uscirà per sempre dalla sua casa per trovare dimora nel luogo dove tutti siamo destinati ad andare e a restarci per sempre. Questa mia amica insieme ai suoi cari sta vivendo sicuramente uno dei momenti più dolorosi della sua vita, esperienza vissuta anche da tanti di voi che state leggendo questa mia riflessione. Io per fortuna ancora non l’ho vissuta anche se in un certo qual modo mi preparo psicologicamente partendo da un presupposto per me positivo reputandomi fortunato poiché a quarant’anni ho ancora i miei genitori è questo per me è motivo di grande gioia ed ogni giorno che riesco a mettermi alle spalle con loro è già un traguardo raggiunto.

Con questo, mi pongo una  riflessione che voglio condividere con voi; il valore della vita.

Che cosè veramente importante nella vita, come deve essere qualitativamente la nostra vita?

Ognuno di noi in un certo senso pensa di essere il centro del mondo; se proviamo a separarci dal nostro io per osservarci con distacco, vediamo che questo mondo è fatto si da noi ma soprattutto da tante persone, uniche, che provano quello che proviamo noi, che sentono o vorrebbero quello che vogliamo noi, ma allora perché notiamo tanta insoddisfazione, tanta sofferenza interiore, perché in genere si gode delle sfortune altrui mentre raramente gioiamo per le cose belle che gli altri riescono a darci?

C’è un diffuso senso di diffidenza nei confronti del prossimo che inquina ogni rapporto, pensiamo sempre che l’altro ci voglia fregare, non ci mostriamo mai per quello che siamo e se lo facciamo questo avviene  raramente.

Un po’ lo facciamo per difenderci un po’ perché vogliamo apparire diversi da ciò che veramente siamo.

In genere siamo “buoni” con gli amici ma è difficile che riusciamo ad essere veramente noi stessi, senza maschere e senza filtri. Abbiamo paura di mostrarci per quello che siamo, perché?

Forse alcuni si portano dietro stereotipi genitoriali distorti che hanno fatto crescere i propri figli nell’incertezza e nella paura per cui queste persone non riescono a mostrarsi per ciò che veramente sono, e i loro rapporti con gli altri non riescono mai ad arrivare in profondità e toccare la bellezza di una vera amicizia, di un rapporto profondo di coppia, saranno come quelle persone che pur imparando a nuotare resteranno sempre sulla superficie, e per paura di affrontare “il nuovo” non scenderanno mai sott’acqua dove c’è veramente la vita fatta di innumerevoli sfumature colorate che danno un altro e alto senso alla vita.

E’ pur vero che la vita insegna;  e se non lo impariamo a scuola o dai consigli di chi è più grande di noi, alcune cose le dovremmo capire perché le abbiamo vissute sulla nostra pelle, e allora perchè girano tanti stronzi per il mondo?

Penso che una costante riflessione di come viviamo, di come agiamo, di ciò che ci succede intorno ci dovrebbe portare ad una crescita interiore piccola ma costante che inevitabilmente mette in discussione i nostri dubbi o le nostre certezze. Ma…. è probabile che a parità di condizioni ambientali più persone rispondano in maniera diversa proprio in virtù di quel bagaglio di esperienza vissuta per cui a esperienze di vita comune le risposte e le scelte possono essere diverse proprio perché ognuno ha il suo personale background di vita, per cui si spiega perché nascono le amicizie o gli amori oppure perché queste hanno una fine.

Forse....

28/04/04 ORE 17.00 LA FORZA DELL’AMORE

E’ vero, la perdita dei propri genitori lascia un vuoto incolmabile nella vita di un uomo, ancor più se tale perdita è prematura. Io ho vissuto tale esperienza, la vita ha strappato al mio amore i miei genitori, lasciando spazio nel mio cuore solo a solitudine, sofferenza, e rabbia. Il destino cambia gli eventi nella vita di un uomo, muta le situazioni è difficile accettarle, delle volte è necessario tanto coraggio, ma cosa siamo allora su questa terra? Vittime passive di un destino già segnato? Raramente però ci rendiamo conto che siamo circondati da ciò che è straordinario: l’amore che si trova là dove noi lo lasciamo entrare. E nell’amore che si ritrova la forza per tornare a vivere, nell’amore non esistono regole. Possiamo tentare di seguire dei manuali, di controllare il cuore, di avere una strategia di comportamento, ma sono cose del tutto inutili: è il cuore che decide e quanto decide è ciò che conta.

Tutti nella vita abbiamo sofferto per amore e abbiamo gioito per amore perché allora si ha paura di amare? Soffriamo perché pensiamo di dare più di quanto riceviamo, soffriamo perché non riusciamo a imporre le nostre regole, soffriamo perché il nostro amore non è riconosciuto. Questi sono solo alcuni esempi che frenano il desiderio di amare, ma sono sofferenze inutili, perché il seme della nostra crescita sta proprio nell’amore. Quanto più amiamo, tanto più siamo vicini all’esperienza spirituale. I veri illuminati, con il cuore colmo d’amore, vincevano tutti i preconcetti dell’epoca. Cantavano, ridevano, pregavano a voce alta, danzavano, condividevano ciò che S. Paolo ha definito la “santa follia”. Erano pieni di gioia, perché chi ama riesce a vincere il mondo, non ha paura di nulla.

Diceva il monaco Thomas Merton: “ La vita spirituale si riassume nell’amare. Non si ama perché si vuol fare il bene di qualcuno, aiutarlo, proteggerlo. Agendo in tal modo, ci comportiamo come se vedessimo il prossimo come semplice oggetto e noi stessi come esseri generosi e saggi. Ma questo non ha nulla a che vedere con l’amore. Amare significa comunicare con l’altro e scoprire in lui una particella di Dio.”

Questo mio pensiero è rivolto a tutti coloro che soffrono e a coloro che hanno paura dell’amore.

Monica B.

mobel@ciaoweb.it

 

 

29/04/04 Caro Eugenio, anche se non trovo costantemente il tempo di intervenire per dire la mia sulle tue profonde e toccanti riflessioni on line, leggo spesso ciò che scrivi e stavolta riesco a trovare un briciolo di tempo necessario per scrivere qualcosa di mio. Ho intuito perfettamente e discretamente di questo tuo status in seguito alla perdita del papà di questa grande nostra amica e non ti nascondo che anch’io sto soffrendo tanto per questo abbandono forzato,anche se non sono comunque abbastanza vicina da farle superare l’angoscia che ne consegue.

Ma vedi la morte non è un eventualità costante e permanente: è una realtà immediata a cui nessuno credo si trovi  pronto ad affrontarne serenamente il senso mentre prevale la rabbia e l’egoismo verso una così grande perdita….Eppure ,dopo avere realizzato il proprio lutto interiore a lungo - perché di esteriore c’è solo la prassi della veglia funebre, gli incartamenti e tutto ciò che concerne il funerale, comprese le lacrime incoscienti di chi si trova a combattere l’abbandono immediato, senza ragione – non resta che il vuoto pressante, che con il passare del tempo diviene malinconia  ma poi rassicurazione che la persona cara sia in pace anche lassù e ci possa proteggere anche da lì.

So che questo è un concetto banale , direi quasi da perbenismo cattolico cristiano, ma credo che valga anche per chi non riesca affatto a credere ad un Dio buono che non può far  altro che proteggerci da un posto qualunque, anche attraverso i nostri cari che non abbiamo fisicamente più accanto.

E se questo non basta a farci capire quale sia il senso della perdita, perché si possa apprezzare, come, dici tu,la vita, basti pensare a quanti di noi abbiano perduto un conoscente, un amico anche solo lontanamente, da non poter incontrare più il suo sguardo, la sua generosità ,la sua voglia di fare che spesso è il limite di molti esseri umani che ci circondano, influenzandoci.

In prima persona non posso che dire che ,ora a distanza di pochi anni, non resta altro che la mia interiore rassicurazione che la perdita - ed io ho perso persone davvero molto vicine e care ,da potermene fare tale concetto dopo molto tempo – porti a qualcosa di più grande che non sempre riusciamo a spiegarci ,  noi poveri umani in cerca sempre di qualcosa di più…

Appunto è di questo che non dovremmo preoccuparci, noi  atti solo ad accumulare denaro, ricchezze e comunque solitudini in fin dei conti.

Purtroppo nulla di tutto questo ci può far realizzare che quando si perde qualcosa di prezioso è comunque perché avremmo voluto viverlo intensamente accanto  a chi perdiamo, non riuscendoci affatto a staccarci dai beni materiali per dar posto allo spirito.

E per questo concordo con te che dovremmo pensare un po’ di più  a curare i rapporti umani, viverli intensamente accanto agli altri “senza riserve” o pregiudizi, perché magari il distacco, almeno in parte, non divenga un rimorso di quello che avremmo dovuto dare a chi era ieri ancora con noi.

Il mostrarci sinceri, altruisti e sgombri da ogni  interesse potrebbe farci intuire che la morte è solo un passaggio, ma che chi ci lascia può guidarci ugualmente da qualsiasi luogo ci osservi.

C’è un diffuso senso di diffidenza nei confronti del prossimo che inquina ogni rapporto hai ragione ma perché guardarci sempre e comunque da chi adotta lo stesso atteggiamento con noi, senza pensare che questi potrebbe farlo perché semplicemente diverso da noi…?!

Il fine della vita dovrebbe essere guardare l’Altro, e purtroppo in questo siamo tutti deficitarii: pensiamo spesso a noi stessi, ma mai in funzione dell’altro... anche nel dolore.

Quale altra occasione se non seguire un amicizia sana e sgombra da  maschere e filtri, impostici sicuramente da chi ci sta attorno, impaurito dalle vicissitudini della vita?

Quale occasione migliore per trarre insegnamento da chi non sarà più al nostro fianco fisicamente, se non il coltivare le amicizie appieno e quotidianamente per scoprire ancora i nostri sguardi trasparenti, la nostra ansia di gesti semplici, il desiderio di parole semplici?

La morte dunque dovrebbe solo insegnare che siamo "servi inutili" di tutti e non padroni dell’impossibile.

Perciò anziché commiserarci , evidenziando esclusivamente la negatività di tanti rapporti umani che sciupano la vita – forse l’ho fatto anch’io ,in parte, componendo una specie di risposta alle tue perplessità –  dovremmo rimetterci semplicemente in discussione ogni istante,sia nelle circostanze luttuose come queste in cui neppure la vicinanza ad un amico serve a farsene una ragione perchè neppure un amico può colmarci il vuoto che abbiamo dentro; sia nelle circostanze gioiose quando non ci accorgiamo neppure del sorriso di un amico e viviamo la vita freneticamente senza osservare tante piccole cose….

Diamoci da fare perché il distacco divenga con il tempo una rassicurazione che ci renda forti degli affetti che spesso per pigrizia non coltiviamo, perchè non ci si senta soli in certe circostanze...e perdoniamoci ogni tanto, come dovrei farlo anch'io in questi giorni di lacrime silenziose e tristi,  il fatto che non facciamo mai abbastanza per chi, come la nostra cara amica,sta soffrendo per un affetto violato e rapito dal destino.

Non possiamo flagellarci anche per l'incapacità di non sapere vegliare sulle angoscie di chi perde un affetto...mi auguro che la nostra amica comprenda il mio disagio di non sapere fare abbastanza per placare il suo dolore...l'amicizia è definita dal suo scopo:donarsi senza riserve,non importa con quali gratificazioni!

Perdona  il mio strano modo di reagire a tutto questo....

 

Carmen Panico

panic.c@tiscalinet.it

 

29/04/04 LA POESIA DEDICATA AL PADRE RECENTEMENTE SCOMPARSO DALLA NOSTRA CARA AMICA.

Gli uomini vanno e vengono per le strade della città

comprano cibi e giornali,

muovono a imprese diverse

hanno roseo il viso,

le labbra vivide e piene

Sollevasti il lenzuolo per guardare il suo viso

ti chinasti a baciarlo con un gesto consueto

ma era l'ultima volta.

Era il viso consueto

solo un poco più stanco.

E il vestito era quello di sempre

e le scarpe erano quelle di sempre.

E le mani erano quelle

che spezzavano il pane e versavano il vino.

Oggi ancora nel tempo che passa sollevi il lenzuolo

a guardare il suo viso, per l'ultima volta.

Se cammini per la strada nessuno ti è accanto.

Se hai paura nessuno ti prende la mano.

E non è tua la strada, non è tua la città.

Non è tua la città illuminata.

La città illuminata è degli altri,

degli uomini che vanno e vengono,

comprando cibi e giornali.

Puoi affacciarti un poco alla quieta finestra

e guardare in silenzio il giardino nel buio.

Allora,

quando piangevi,

c'era la sua voce serena,

allora,

quando ridevi,

c'era il suo riso sommesso.

Ma il cancello che alla sera si apriva

resterà chiuso per sempre;

e deserta è la tua giovinezza,

spento il fuoco,

vuota la casa.

 

Natalia Ginzburg