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Lettera aperta ad Eugenio Memmi

di Antonio Memmi, Casarano 02/08/2005

    antoniomemmi@libero.it  

 

Carissimo Eugenio, ho letto il tuo articolo del 25 luglio su questo sito e, onestamente, sono rimasto colpito dalla superficialità con la quale hai affrontato il problema della situazione internazionale.

È ovvio che ad una prima occhiata, superficiale appunto, tutto il mondo appaia come tu lo hai descritto, e forse l’equivalenza ritiro immediato dall’Iraq = cessazione degli atti di terrorismo è  l’equivalenza nella quale sperano proprio i terroristi.

Tu candidamente dici che i musulmani di tutto il mondo ci vedono come un paese invasore; ne hai riscontri certi? Io, quando in TV vedo le dichiarazioni dei musulmani (o meglio li chiamerei arabi) ma quelli veri, ascolto sempre attestati di stima per quello che l’occidente “invasore” stà facendo in quelle zone; è ovvio che se la stessa domanda fosse rivolta agli esponenti integralisti, la risposta sarebbe nettamente differente.

Tu certamente hai studiato la storia ed allora ricorderai che anche in Italia qualche decennio fa gli americani ci “occuparono” ed anche allora le frange più estremistiche ITALIANE più vicine ad Hitler   hanno combattuto contro gli alleati più o meno con le stesse tecniche.

Che Italia sarebbe stata se avessero dato ascolto a loro?

 Sono abbastanza disilluso per non ammettere che dietro l’imput iniziale non ci sia stato il petrolio, ma vedo anche un Iraq che ha voglia di rinascere, vedo donne, senza quel velo che copre anche la dignità, che hanno ricominciato a studiare nelle scuole, vedo un affluenza alle urne superiore al 60% (che in un Paese del genere è una percentuale stratosferica) ma soprattutto ascolto testimonianze dirette di chi ha visto negli occhi di quelle popolazioni gratitudine per quanto “gli invasori” stanno facendo lì.

Caro Eugenio, sono contento di alimentare su questo sito focolai di sana discussione, capisco l’onda emotiva che ha colpito tutti noi casaranesi (e non solo) in questi giorni, ma non possiamo lasciare che chi semina morte senza alcun rispetto nemmeno per la propria vita, possa avere la meglio; è una questione di rispetto anche e soprattutto per coloro che hanno pagato il più alto dei prezzi e non ha alcuna importanza di che colore avessero la loro pelle o quale Dio pregassero ogni mattina.

A dire la verità c’è qualcuno che mi fa veramente paura; colui che per mere ragioni demagogico-elettorali dice: “se mi voterete, vi prometto che andremo via da lì” facendo le stesse considerazioni superficiali che hai fatto tu caro Eugenio; ma lui è imperdonabile, perché lui le ha calcolate.

 

 

 

Caro Antonio, ti rispondo come ho in parte risposto ad un altro lettore;  se le tue considerazioni o le mie, sono giuste o sbagliate, lo sapremo fra non molto, e quale prezzo ci sarà da pagare e quali ripercussioni scateneranno.

Io ammiro molto il pensiero di un uomo scomparso lo scorso secolo, Gandhi. Quel minuscolo, GRANDE UOMO, riuscì senza spargere sangue, tranne il suo, ad ottenere l’indipendenza dell’India dall’Inghilterra con la forza della disobbedienza civile e la non violenza. Tradotto in politichese attuale, credo che tutti gli sforzi diplomatici  dovrebbero convergere verso quelle scelte che evitano il ricorso alla forza. Continuando a percorrere la strada intrapresa mi sembra di capire che ci siano poche speranze di spezzare  la spirale di violenza e di morte innescata. Innescata ma da chi? Almeno in Iraq.  Credo che il dialogo sia l’unica strada da percorrere se vogliamo evitare altre morti innocenti sviluppando un’azione politica “sincera”  tesa a risolvere ed appianare i diversi contrasti che sono causa dell'odio oggi presente.

Ma questa è utopia?  Spero di no!

Questo significa che ognuno deve assumersi la parte di responsabilità che gli appartiene e fare pubblica ammenda. Occorre ricominciare, tracciando un nuovo percorso, in cui l’occidente segue la sua strada senza guardare al mondo arabo solo come territorio ricco di petrolio da tenere sotto controllo per i propri interessi. Può darsi che la mia riflessione sia superficiale, sono solo un ottimista ammalato di una malattia chiamata “utopia”.