TuttoCasarano

Lo spazio web a disposizione dei cittadini

Home page La vita Politica Lo sport Cultura Informazioni turistiche In città la nostra E - mail
19 AGOSTO 1954 / 19 AGOSTO 2004
SONO PASSATI 50 ANNI DALLA MORTE DI 

Alcide DE GASPERI fomdatore della DEMOCRAZIA CRISTIANA

 di Francesco De Vita, Casarano 19/08/04

francescode.vita@libero.it

 

Francesco De Vita nella ricorrenza dei 50 anni dalla morte, offre a chiunque ne fosse interessato, il risultato di una ricerca, quale doveroso e rispettorso ricordo per un italiano ritenuto padre dell'attuale democrazia.
 
 

.
UN TRENTINO

PRESTATO ALL’ITALIA
De Gasperi
la voce di De Gasperi

(in un discorso del 1946 alla vigilia del referendum
Monarchia o Repubblica? )
 

segue poi "DE GASPERI e LA DEMOCRAZIA CRISTIANA

Con molte buone probabilità Alcide De Gasperi è stato l’unico vero uomo di stato del cinquantennio democristiano di cui ha rappresentato il periodo migliore e più efficiente.

De Gasperi nacque nel 1881 a Pieve Tesino, nel Trentino quando questo apparteneva ancora all’Impero austro-ungarico anche se era un territorio di lingua italiana.


La vera terra d'origine della sua famiglia era Sardagna, che è sì un sobborgo di Trento ma è posto sulle falde orientali del Monte Bondone a 569 metri. Si dice che il nonno Luigi, oltre che svolgere il lavoro di guardia forestale, arrotondasse il magro stipendio scendendo quotidianamente a Trento e risalendo a Sardagna per portarvi il pane non essendoci allora in paese un forno. Suo figlio Amedeo appena grandicello, scese anche lui a Trento, per andare a sudare come spalatore di ghiaia; grandi lavori fatti a quel tempo per arginare l'Adige e dargli il nuovo corso fuori città, per mettere fine alle frequenti piene che provocavano spesso disastrose alluvioni.
Mentre caricava e scaricava ghiaia, Amedeo aveva fatto domanda di entrare nel corpo della gendarmeria; e si racconta che quando gli fu recapitata la notizia che era stato ammesso al corpo, buttò all'aria ogni cosa e corse a casa su a Sardagna a dare la bella notizia.

Fatto il corso, divenuto gerdarme, fu inviato a Predazzo, dove conobbe la sua futura moglie, Maria Morandini. Trentenne lui, ventunenne lei si sposarono nel 1880, quando fu promosso a capoposto della gendarmeria nel Tesino. I due si stabilirono a Pieve Tesino, un paese di 1600 anime distribuite in un piccolo centro e in quattordici masi.
A Pieve nacque alle ore 4 del 3 aprile 1881 il loro primogenito: ALCIDE.
L'anno dopo nasceva Mario, con un destino molto diverso dal fratello; si fece infatti prete ma morì a soli 24 anni il 18 gennaio 1906 per un'infezione di difterite contratta assistendo un giovanetto.

Dopo due anni a Pieve Tesino, Amedeo fu nominato capoposto a Grigno. Scese così più a valle, e qui vi rimase fino al 1891. La quasi intera fanciullezza, Alcide la vive in questo paese che è alla confluenza di due valli, posta su quella grande arteria che unisce Bassano del Grappa a Trento (la Valsugana).

Per il bambino, figlio del gendarme, sono anni difficili con i propri coetanei, che sono diffidenti quanto i loro genitori. Questo provoca isolamento, e le poche volte che Alcide s'incontra con loro, non è certo socievole, e non per nulla gli affibbiano il nome di "polenta fredda". O per questo, o perchè è gracilino, o perchè in questo isolamento ha un IO più intimo, non partecipa al chiasso dei suoi coetanei, ma è più attento a riflettere sugli stessi e sulla realtà che lo circonda.
A 11 anni compiuti la sua famiglia lascia Grigno e si trasferisce a Civezzano; un piccolo paese in alto su Trento in posizione pittoresca, ma vicinissimo alla città (6 km), quindi al ragazzo si aprirono orizzonti più ampi. A Civezzano Alcide vi rimase dieci anni, fino al 1901, quando il padre andò in pensione.

Quando vi era giunto nel 1891, Alcide aveva già frequentato a Grigno tre classi di scuola elementare, altri due li fece a Civezzano. A fine '92 per intraprendere gli studi medi e superiori si iscrisse al Collegio vescovile di Trento. Allora non era facile entrarvi, soprattutto per chi veniva dalla provincia. Per quelli di città era invece più semplice, o perchè erano benestanti o perchè avevano le conoscenze giuste, mentre per gli altri - per i "foresti" come dicono a Trento- vi era una sola possibilità: ed era la decisione del maestro o del parroco del paese che conoscevano da vicino i ragazzi; il primo, era lui a fare una selezione e decidere l'indirizzo degli studi se nell'aspirante intravedeva autentica intelligenza; il secondo se vedeva nei giovani i "germi vocazionali".

Alcide, fin da quando era a Grigno, e poi a Civezzano, con quel suo carattere un po' chiuso, ma fermo e sicuro negli obiettivi da raggiungere, perfino con una certa dose di testartaggine, ebbe accanto due parroci attenti nell'osservare la formazione e lo sviluppo intellettuale del ragazzo; ed entrambi ritennero di trovare una sostanziale religiosità, che gli studi nel seminario avrebbero trasformato in un buon prete.
E furono loro due a indirizzare al collegio vescovile prima Alcide e due anni dopo anche il fratello Mario.
Ma se il più giovane fratello proseguì la strada fino alla consacrazione sacerdotale, Alcide non sentendosi portato al sacerdozio ritenne che la sua missione fosse invece nel mondo e per il mondo, nell'ambito della politica attiva. Più che dedicarsi ai parrocchiani voleva dedicarsi al popolo; più che essere presente nelle sacrestie essere presente nelle piazze.
Quest'altra "vocazione" l'ebbe subito. A 16 anni, dopo la licenza ginnasiale, lasciò il collegio vescovile.

Quando era in carcere nel 1927, scrivendo alla moglie, ribadì questa "vocazione": "...Ci sono molti che nella politica fanno solo una piccola escursione, come dilettanti, ed altri che la considerano e tale è per loro, come un accessorio di secondarissima importanza. Ma per me, fin da ragazzo, era la mia carriera, la mia missione"...
(da "Lettera dalla prigione" 6 agosto 1927).

Appunto a 16 anni si iscrisse al liceo di via S. Trinità. Seguitando ad abitare a Civezzano; per tre anni (dal 1887 al 1890) "scarpinò" come suo nonno quand'era a Sardagna, la mattina dal paese alla città e alla sera dalla città al paese. Sette chilometri all'andata e sette al ritorno.
Allora il liceo era frequentato soprattutto da una società borghese, i giovani di quell'ambiente erano principalmente il meglio della gioventù liberale, massonica, socialista. Nelle stesse aule sette anni prima sedeva il futuro acerrimo nemico di De Gasperi: Cesare Battisti.
Va bene la vocazione, ma quando il ragazzo entrò in quell'ambiente, lui figlio di un gendarme austriaco ed ex allievo di un collegio vescovile dovette subire un forte trauma esistenziale.

Fin dalla prima elementare, come era in uso e d'obbligo a quel tempo, i bambini prima di iniziare la giornata dovevano assistere alla S. Messa, e al collegio vescovile anche quotidianamente comunicarsi. Al liceo invece era d'obbligo solo a Pasqua. Poi nel resto dell'anno si assisteva dentro o fuori le aule, sui banchi o nelle strade, a un costante scontro fra quelli di estrazione cattolica anche se non proprio bigotti, e quelli di estrazione anticlericale; uno scontro non sempre dialetticamente serio, ma spesso era solo un atteggiamento per partito preso, una irritante ostentata goliardica dissacrazione delle cose religiose.

Alcide che già a Grigno a dieci anni abbiamo visto poco espansivo, più intento a osservare che non a partecipare, anche in questo ambiente cercò di badare all'essenziale, maturò la necessità di ascoltare ma poi anche di distinguere tra forma e sostanza, quindi approfondire, per costruire innanzitutto se stesso ma anche per poter comprendere gli altri. De Gasperi infatti non fu mai un abile parlatore, anche se certi suoi discorsi sono entrati nella storia della nuova Italia uscita da una guerra disastrosa.
La facile demagogia del resto male si accorda con una sano metodo critico. E in quegli anni dove la tradizione trentina, cioè italiana, male si conciliava con quella austriaca, anche se non c'erano ancora grosse tensioni sociali, era necessario possedere un metodo scrupoloso d'indagine.

Per il giovane ragazzo non era facile vivere in quel liceo. Anche perchè accanto al liceo Prati di via Santa Trinità, esisteva quello tedesco di via San Marco. E se gli studenti di quest'ultimo guardavano male quel figlio di gendarme austriaco frequentare quello italiano, a sua volta quello italiano lo accoglieva con qualche riserva o se lui non era conforme al (spesso demagogico) pensiero lo accusavano di "austricantismo" (da questo momento in poi sarà sempre così; senza conoscere i suoi avversari denigratori l'uomo, senza conoscere la sua vita, nè l'italianità di De Gasperi. A Parigi parlò da Italiano e non da Austriaco! Lui apparteneva a una Civiltà Trentina, per nulla appariscente, forse chiusa, come è chiusa la sua terra dalle montagne).
(vedi qui: IL TRATTATO DI PARIGI e il DISCORSO )

Qualcuno dei suoi avversari ha osservato che la preparazione culturale di Alcide De Gasperi era stata piuttosto provincialotta, non foss'altro perchè legata alla cultura cattolica trentina (la terra dei principi Vescovi, la città del Concilio). Ci sembra un'analisi questa sì provincialotta.

Forse è con la sola cultura che si diventa grandi statisti? La figlia Maria Romana, che fu poi la biografa del padre, dice di aver visto in casa fin da bimbetta un libro del domenicano Sertillanges con questa frase: "Libri ve ne sono dappertutto e pochi sono veramente necessari. La solitudine invece arricchisce di stimoli e contatti spirituali...Meglio una solitudine appassionata, in cui ogni raggio di sole produce una doratura d'autunno...La solitudine vivifica, l'isolamento isterilisce...".
Anni dopo, nel "tempo del deserto" (1926-1928) impostogli dal fascismo, De Gasperi scriverà una frase molto simile che rispecchia perfettamente il suo carattere " prendetevi il diritto di non frequentare qualcuno, il cui contatto non vi sia utile... Tutte le grandi opere sono nate del deserto".

Uscito dal liceo nel '90, passa agli studi universitari; si iscrive alla facoltà di lettere e filosofia, fa il primo anno ad Innsbruck, continua negli studi a Vienna. Per quanto abituato alla solitudine, lontano da casa provò anche lui l'angoscia della nostalgia. Dirà il suo padrone di casa a Vienna "Era il più riservato dei miei ospiti". Il giovane Alcide, si crea il suo "deserto" anche nella godereccia Vienna.

Prima a Innsbruck poi nella capitale austriaca, De Gasperi approfondisce la sua cultura cristiano-sociale. Erano gli anni sofferti delle proposte democratiche di Murri, Toniolo, Don Sturzo, che stavano in Italia in quel periodo scandalizzando, Papa, Chiesa e gli intransigenti conservatori. Un po' meno nell'episcopato austriaco molto legato a quello trentino, piuttosto autonomo rispetto a Roma.
Con i viaggi tra Innbruck, Vienna, Trento, non solo approfondiva nell'ambiente accademico la sua cultura, ma maturava ancora di più la sua vocazione politica.
A Trento fin dal suo secondo anno di università, era già divenuto l'anima dell'ambiente studentesco, diventa presidente degli universitari cattolici, e alla sua prima presenza nella vita pubblica lancia un appello all'impegno culturale, alla prospettiva d'azione sociale, in una forma decisamente polemica. Ecco, a 21 anni, cosa indirizzava lo studente Alcide De Gasperi ai suoi colleghi studenti dell'AUCT (Ass. Univ. Catt, Trentini):

«A quei signorini universitari che se ne stanno anche durante gli anni dello slancio e dell'altruismo epicureamente lontani dal popolo e s'avvezzano per tempo al caffè, donde c'è la borghesia parassitaria, vorrei ripetere oggi questa parola. Anche in questo riguardo, il periodo universitario è fatale; o si esce democratici o aristocratici già fatti.
"O che da giovani ci si avvezza a ridurre il mondo ai giornali che si leggono e ai membri della propria classe, e allora il giovane, divenuto dottore, avvocato, non discenderà tra le grandi masse popolari, come fratello ai fratelli, ma come rappresentante di quella borghesia che si attirò nei tempi nostri tanti odi e maledizioni; o che si vede già da giovani oltre la barriera borghese venire una moltitudine di gente che vuole passare e si comprende la giustezza della tendenza e allora si stende al di là la mano; vi fate a loro compagno e considerate tutta la vita come una faticosa erta, su cui dovete salire, voi e il popolo, a una meta comune... Questo spirito democratico che ci anima, non è, o signori, una concessione alle tendenze di oggi, ma frutto di quel cristianesimo compreso socialmente, praticato dentro e fuori dell'uomo in tutta la vita pubblica...».

Finiti gli studi, quando tornò a Trento, il 21 luglio 1905, dopo appena due mesi dalla laurea, è nominato direttore de "La Voce Cattolica", su designazione del vescovo che conosce bene questo ex seminarista. Prima, questo giornale a larga diffusione, la direzione era affidata a un monsignore (Guido de Gentili), cioè a una direzione tipicamente ecclesiastica e questo cambiamento di affidarlo a un laico, voleva dire che c'era una precisa volontà di distinzione dell'azione politica dall'azione religiosa.

De Gasperi stesso, nell'assumere la direzione, presentandosi, questa volontà la espresse subito:
«Conviene distinguere fra azione e movimento sociale e movimento puramente politico. Il primo è opera delle società operaie cattoliche, dei circoli di lettura, e di tutte le associazioni consimili; il secondo si manifesta nelle adunanze espressamente politiche e nelle agitazioni elettorali». «...Al primo si mantenga il titolo di cattolico e di democratico cristiano ed esso valga a ravvivare le organizzazioni cattolico sociali, le quali restano la base indispensabile per l'educazione delle coscienze e l'infusione dei principi sociali cristiani nelle masse popolari».
(In «La Voce cattolica» - 13 dicembre 1905):

Fu ancora più chiara la distinzione di compiti operativi e di finalità, quando tre mesi dopo "La voce cattolica", cambia nome e diventa "Il Trentino", e contemporaneamente Alcide De Gasperi fonda il "Partito Popolare Trentino".
Il giornale e il Partito scriverà sul foglio al suo esordio "...mirano a ricostruire l'unità del Trentino, sulla triplice base della religione, dello spirito nazionale, della democrazia".... "Il Trentino propugnerà energicamente la difesa nazionale della nostra terra italiana e l'elevazione nazionale del popolo nostro" (Ib. 17 marzo 1906)

A questo punto, a 25 anni non ancora compiuti, Alcide De Gasperi diventa una punta di diamante del mondo politico trentino.
Nel 1909 è eletto al Comune di Trento, nel 1911 entra nel Parlamento di Vienna, nel 1914 nella Dieta provinciale di Innsbruck.
Nella vita politica austriaca il giovane De Gasperi inizia a muovere i primi passi dei suoi dieci anni ruggenti di quella che fu una lunga e fortunata carriera politica.
Nel Parlamento viennese entrò in rappresentanza dell’intera comunità italiana trentina più che di una specifica parte politica: comincia fin da allora non solo come un rappresentante di partito, ma di un’intera comunità statutaria, cioè di una realtà politica o geo-politica più ampia di quella rappresentata dal partito di appartenenza senza mai, però, dimenticarsi i valori e i principi del movimento politico di appartenenza. Cattolico sì, ma cattolico-laico maturo, e perciò geloso della sua libertà.
Si comincia qui a delineare la figura di De Gasperi più come uomo di Stato che uomo di parte e di partito, e tale caratteristica verrà mantenuta da De Gasperi anche quando, nel II dopoguerra, sarà alla guida del governo italiano.

I dieci anni di Trento furono ruggenti ma anche di fortissime polemiche con i suoi avversari. Fra questi Cesare Battisti, il più attivo del socialismo trentino che dirigeva il "Popolo"; e in questo stesso giornale per un breve periodo scrisse Benito Mussolini. De Gasperi rimproverava gli insulti che lanciava il suo collega; ma Mussolini con i suoi spietati articoli a sua volta lo attaccava, lo definiva "pennivendolo" "uomo senza coraggio" "un tedesco che parla italiano, protetto dal forcaiolo, cattolico, feudale impero austriaco e quindi un servo di Francesco Giuseppe"
, un "austriacante".

.
Questa accusa - che continueranno a rivolgergli i suoi avversari in tante occasioni - di essere un "austriacante", lui che si sentiva visceralmente legato alla italica civiltà lo ritenne un insulto che lo amareggiò per tutta la vita.

Leggiamo di Marco Goio, nella bellissima e dettagliatissima biografia su De Gasperi (la migliore - ma anche rara - come documentazione sullo statista - Reverdito Editore, 1974) queste poche righe, che tiene conto di un incontrovertibile dato di fatto:

"Se parlare di austriacantismo significava accettare la realtà statale, per portare avanti un discorso di intransigente difesa dei legittimi interessi nazionali dei trentini, Alcide De Gasperi fu un austriacante, perchè la sua struttura mentale e la sua formazione, estremamente realistiche e pratiche, non gli permettevano di vedere soluzione al problema del Trentino al di fuori delle strutture statali in cui era costretta a vivere la sua gente, corroborate da un trattato internazionale (La Triplice) che, pur discusso, sarebbe stato rinnovato qualche anno dopo" (1912).
Già il 7 maggio 1909 infatti egli scriveva su «Il Trentino»:

«La Triplice non fu mai, nemmeno per brevissimo tempo, popolare in Italia... fu una necessità di stato, non sentimento di popolo... Il proposito della diplomazia di rinnovare il patto, che dopo ventisei anni di resistenza non entrò ancora nella coscienza di un popolo, non incontrerà certamente molta opposizione in Austria, dove si è avvezzi a lasciare che la politica estera se la sbrighi quel qualunque Aehrenthal (il nome non conta) che si trova in poltrona. In Italia invece si farà del chiasso, ma si finirà con il lasciare anche qui che s'accomodi il Governo. Due sistemi diversi, dei quali non sappiamo quale sia il migliore, e nemmeno quale il buono».

E nella stessa pagina a proposito delle spese militari che la Triplice avrebbe richiesto all'Italia c'è un passo che dice della trentina concretezza di De Gasperi: quella sincera concretezza che permetterà all'Italia di uscire non sconfitta da una guerra perduta.

«I rapporti internazionali -scrive- non si annodano nè si mutano con la facilità, con la quale si possono scrivere alcune sciocchezze su di un giornale. Noi saremo curiosi di sapere, per dirne una, perchè mai l'unione con gli imperi centrali abbia causato all'Italia quelle eccessive spese militari, che non vi sarebbero state in caso contrario. State un po' a vedere che, se ora l'Italia spende per essere forte, in ogni eventualità, specialmente contro l'Austria (e non abbiamo noi sentito che tutte le, discussioni si fanno per la difesa del confine orientale e per il possesso dell'Adriatico?), quando con questa fosse in stato di tensione o di ostilità, potrebbe rimanere tranquilla nella quieta sicurezza di non essere molestata. Forse affidandosi a nuovi alleati? Ma è cosa risaputa che l'Italia, e così qualunque altra nazione, sarà accettata in un'altra combinazione europea solo a patto di essere militarmente forte. I sentimentalismi hanno fatto il loro tempo».

"Parole forti, parole decise. Anche quando risuoneranno nel 1949 nei suoi comizi sulle piazze, e nelle aule di Montecitorio, nella lunga estenuante discussione sul Patto atlantico e sulle sue conseguenze, quando da «servo dell'Austria» sarà accusato d'essere «venduto agli americani».

Quando qualcuno farà imparzialmente la storia di quel burrascoso periodo parlamentare, non potrà non avvertire la distonia tra chi parlava per il bene del Paese e chi sfruttava l'emotività delle piazze, con accuse che non hanno nessun senso nè logico, nè storico, perchè la piazza da chiunque manovrata non conosce ne logica, nè storia"
.
(Marco Goio, Alcine De Gasperi, Reverdito Editore, 1974)

Per un demagogico gioco politico, un assertore convinto d'una strategia di pace viene deformato come un guerrafondaio senza scrupoli. Guerrafondaio lui? Ma nemmeno per sogno! Tre mesi prima - il 20 febbraio 1909 De Gasperi sempre sul suo giornale, aveva scritto, ammonito e profetizzato:

«Una parte della stampa annunzia con invidiabile disinvoltura l'imminenza della guerra. È da sperare che si tratti di minacce per rinvigorire gli argomenti diplomatici... Si faccia o non si faccia, è però caratteristico con quanta leggerezza certa stampa guerrafondaia parli di un avvenimento che, comunque finisca, sarà un nuovo flagello per la società intera ed una sventura per i contendenti.
Le vittime di Marte, lo strazio delle famiglie, la perdita, per la civiltà e per il progresso di uno Stato, di tante energie giovanili, non sembrano gran cosa per chi presume di rappresentare gli interessi collettivi, il cosidetto onore nazionale, o la boria di una classe sociale. A costoro dovrebbero però giovare almeno il riflesso che una guerra è pur sempre un'enorme perdita economica..."
Ma sembra triste destino della società umana; salire faticosamente con sforzi concentrici la scala del progresso sociale, dell'elevazione economica, proclamare in mille concioni le benedizioni della pace, finché, venuto meno l'orrore dei disastri guerreschi e aumentata per i benefizi della concordia la superbia umana, questa cagiona la catastrofe, la quale rende nulla tanta ascesa compiuta. Gli antichi spiegavano quest'umana vicenda con le gelosie e con le beghe dell'Olimpo, noi sostituiremo agli dei il feroce speculatore di borsa, il politico banquerotteur, il guascone per atavismo, il servo di Marte per mestiere".

Prima, durante e dopo la guerra, vi erano alcuni che seguivano la strada dell'intransigenza nazionalistica; altri quella dell'accondiscendenza filoaustriacante; altri ancora quella del quietismo, altri della rivoluzione. Ma De Gasperi, pur nella sua veemente polemica verbale, perchè insofferente alle falsità e agli insulti, fu un costante e paziente mediatore.
L'"austriacante" De Gasperi, si fece perfino arrestare nei tumulti, quando Innsbruck rifiutò di aprire una sezione italiana in quella università. E quando l'Austria - sollecitata- era quasi disponibile di aprirne una nel Trentino, le contraddizioni ideologiche fra Rovereto (con la nomina di liberale) e Trento (con la nomina di clericale) ebbero il sopravvento e alla fine l'Austria ad entrambe non concesse nulla. L'università la concesse a Trieste.

Finita la spaventosa guerra, dopo il passaggio del trentino e dell’Alto Adige all’Italia, l’uomo politico trentino continua l’attività politica nel Partito Italiano Popolare di don Luigi Sturzo.
Diventa, in breve tempo, il presidente del partito e si pone nella condizione di poter succedere a Sturzo qualora questi voglia, oppure, come poi in realtà avverrà, sia costretto ad abbandonare la vita politica italiana.
Toccò a De Gasperi nel '22 a nome de Partito Popolare, dare il voto di assenso del suo gruppo al Governo Mussolini. Nel farlo era sincero, espresse la speranza e la fiducia, la volontà d'azione e la certezza di comprensione, ebbe una patetica fiducia nell'ordine costituito. Ma fu deluso dai più, dentro anche il suo partito, quando venne da loro la miserabile incapacità di reazione alla violenza.

Rispondendo il 17 novembre al famoso discorso di insediamento fatto da Mussolini, che parlava del Parlamento come "d'un'aula sorda e grigia" da fare "bivacco per i nostri manipoli" De Gasperi sui banchi rispose tra l'altro: "A noi non fa impressione la frase detta dal Presidente del Consiglio, di una Camera passibile di scioglimento fra due giorni o fra due anni...Fra due giorni o fra due anni, il Gruppo Popolare sarà pronto alla sua civile battaglia".
Purtroppo di anni non ne passarono 2 ma 22, perchè furono in pochi a non scendere a patti con il potere mussoliniano. Mentre, prima Don Sturzo, poi lo stesso De Gasperi dopo l’omicidio Matteotti, l’opposizione dei due al regime ed al suo Duce fu ferma e risoluta anche se coincise col ritiro dalla vita politica attiva di entrambi a seguito dello scioglimento del Partito per sfuggire alle persecuzioni del fascismo.
De Gasperi fu una dei pochi leader popolari a non accettare accordi col regime benché fosse stato all'inizio favorevole alla partecipazione dei popolari al primo gabinetto Mussolini; quindi dovette defilarsi, senza essere però un trasfuga, ritirandosi a Borgo, nella casa della moglie. Ma iniziò ugualmente la persecuzione.
Il già citato Goio -nella citata biografia- scrive e fa questa considerazione "Se la persecuzione di avversri politici è comprensibile. Meno comprensibile è che, mandato allo sbaraglio da un mondo cattolico, in una linea cattolica, la sua disfatta politica fu permessa e passivamente accettata dal mondo cattolico; e non solo nel 1924". (vedi il '29 del Concordato, e vedi quando ricreò la DC nel 1943-1953).

Nella sua caparbia opposizione, fu prima isolato, poi lo si escluse dal Parlamento. Nel 1926 minacciato, volontariamente si ritirò ("con indicibile strazio" scrisse nel congedarsi ) dalla direzione del suo "Nuovo Trentino". Il 6 novembre con un accusa e un processo farsa, fu poi trascinato dinanzi al direttorio fascista di Vienna, che per poco non si tradusse in tragedia
Il giorno dopo a Trento - stampato da una squadraccia fascista - uscì un numero fasullo del "Nuovo Trentino" con un vistoso ritratto del Duce e la notizia della conquista fascista del Trentino; contemporaneamente veniva distrutta la tipografia del giornale.

Passata la paura, quella notte in cella a Vienna, dove sentì sulla pelle la violenza fisica, poi braccato in ogni suo movimento, eludendo la sorveglianza fu arrestato con la moglie a Firenze, sotto l'accusa di tentato espatrio e immediatamente trasferito a Roma e rinchiuso dietro le sbarre di una cella a Regina Coeli. Una settimana di carcere alle moglie alle Mantellate, e due mesi di prigione per lui dall'11 marzo 1927 al giugno di quell'anno; poi la condanna a quattro anni, tramutati in appello a due anni e sei mesi. La detenzione, la mortificazione dell'orgoglio, moralmente e fisicamente, lo ridussero a uno straccio, e fu necessario trasferirlo in clinica sotto sorveglianza, fino al luglio del 1928, quando gli fu concesso il domicilio coatto in Roma. Limitato della libertà, abbandonato da tanti ex amici, si cercò un lavoro ("per non essere di peso ai miei"), che trovò presso la biblioteca vaticana, con accanto la solidarietà di mons. Montini, il futuro papa Paolo VI.
Poi dalla finestra l'11 febbraio 1929, assistette alla fiumana di cattolici e italiani a giubilare in piazza S. Pietro per l'avvenuta firma dei Patti Lateranensi.
Lui che non era certo un conciliatorista, fece un commento a caldo scrivendo una lunghissima lettera a mons. Simone Weber; "ed è una pagina fondamentale nella storia della parola degasperiana, perchè tutta umana, talvolta ironica, ma tutta anche analisi acuta della situazione, in una prospettiva che dal presente, ripercorre il passato e precorre l'avvenire, dall'individuale della persona allarga l'orizzonte alla storia" (M. Goio, op. citata).

Una frase, anche se l'abbiamo già citata in altre pagine, vale la pena riportarla; De Gasperi è polemico ma ha una coscienza vigile:
"I cocchi dei trionfatori passano schizzando fango sui travolti che stentano a salvarsi sugli angoli della via".... e più avanti: "A palazzo Colonna, riaprendo i famosi battenti, qualcuno crederà di riaprire le porte di secoli in cui s'intrecciarono lo scettro e il pastorale. Ma la realtà del XX secolo non tarderà a farsi sentire, le grandi masse ricompariranno dietro allo scenario". (A. De Gasperi, Lettere sul Concordato, Morcelliana Brescia 1970, pag. 59).
Un mese dopo si svolgeva il plebiscito, e Mussolini fece il pieno di voti con l'appoggio dei clericali. De Gasperi si era sbagliato ma in difetto: due anni dopo con quella vittoria psicologica sul mondo cattolico, riprendeva il volto dell'anticlericalismo, per spazzare via le associazioni cattoliche, specie giovanili. L'amarezza al di là del Tevere, fu molta, ma di De Gasperi non si sentì più parlare, tanto silenzio per oltre dieci anni intorno a lui; all'interno delle mura leonine per non compromettersi, all'esterno per piaggeria verso il "regime".

Nella notte tra il 24 ed il 25 luglio 1943 il Gran Consiglio del Fascismo vota a maggioranza l’ordine del giorno Grandi che sollecita il Re a porre fine all’esperienza mussoliniana: Vittorio Emanuele III, con un insolito atto di fermezza, depone Mussolini ed affida l’incarico di governo al Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio il quale rimarrà al potere per 45 giorni.

I revants (“fantasmi che ritornano”) Vittorio Emanuele Orlando, Ivanoe Bonomi e Randolfo Pacciardi suggeriscono al nuovo capo del governo ed al sovrano il nome di De Gasperi come ministro del nascituro gabinetto, ma il primo governo Badoglio sarà esclusivamente tecnico e non vi saranno rappresentanti di nessuna parte politica, né della destra, né del centro, né della sinistra.

La situazione politica si complica per gli errori, le ambiguità e le incapacità del Re e del suo governo; dal Nord Italia soffia impetuoso quello che due protagonisti quali Pietro Nenni e Leo Valiani chiamarono “il vento del nord”, figlio diretto dell’impeto della guerra partigiana e sintomo della voglia e della volontà di riscatto delle masse lavoratrici e dei settori più avanzati della borghesia, della richiesta di libertà e di giustizia sociale.

Né Badoglio né tantomeno i Savoia, che si coprirono di atti di codardia ed infamia come la fuga a Brindisi, riuscirono ad interpretare tali novità: la situazione ristagnava e correva di volgere al peggio.

Solo il ritorno dall’Unione Sovietica di Ercole Ercoli, o Mario Correnti che dir si voglia, ossia del leader comunista Palmiro Togliatti, segnarono una svolta ed un parziale superamento delle difficoltà: le sinistre, con qualche malumore degli stessi comunisti italiani, dei socialisti e degli azionisti ed il netto rifiuto dei repubblicani, accettano di accantonare la questione istituzionale (cioè la scelta tra monarchia e repubblica) rinviandola a dopo il conflitto impegnandosi al massimo per la liberazione del suolo patrio dall’invasore nazista e dal suo complice fascista: fu la “svolta di Salerno” da cui nacque un ampio fronte di resistenza nazionale che andava dai comunisti ai militari monarchici badogliani, dai socialisti ai liberali includendo il neonato partito cattolico, la Democrazia Cristiana, che De Gasperi ha fondato a Milano già nell'ottobre 1942.
( vedi la pagina dedicata )

Si formò, così, il secondo governo Badoglio in cui sono rappresentati tutti capi dell’antifascismo da Togliatti a Croce, da Nenni allo stesso De Gasperi.

Dopo i quarantacinque giorni di governo del Maresciallo si formò un governo guidato da un “politico”, Ivanoe Bonomi, leader della socialriformista Democrazia del Lavoro, erede del vecchio Partito Socialista Riformista Italiano fondato nel 1912 dallo stesso Bonomi.
Dopo la liberazione la guida dell’esecutivo passò nelle mani dell’azionista Ferruccio Parri, il popolare “Maurizio” della Resistenza di cui era stato leader e che era stato liberato dagli uomini di Silvio Trentin.

Dal 10 dicembre al 1° luglio 1946 si ha il primo governo De Gasperi al quale partecipano tutti i sei partiti antifascisti: De Gasperi è anche ministro degli esteri e ministro di un Africa che non esiste più.

La destra democristiana ed i liberali provocarono ben presto la caduta del governo Parri ritenuto troppo spostato a sinistra e troppo legato al movimento partigiano, De Gasperi affermò che la Democrazia Cristiana non voleva affatto né un ritorno al passato né, tantomeno, una svolta autoritaria.

Ciò fu determinante per la conquista della Presidenza del Consiglio dei Ministri da parte del leader democristiano. Benché la formula di governo continuasse ad essere di unità nazionale, l’assegnazione della guida dell’esecutivo ad un esponente del centro segnò una svolta moderata nella vita politica de Paese.

Sono nell'ultima fase i mesi e le settimane più cruciali delle trattative diplomatiche, e del referendum istituzionale, che segnerà il passaggio dalla monarchia alla repubblica.

Il 2 giugno del 1946 l’Italia va alle urne ed il corpo elettorale è chiamato a scegliere la forma di governo ed ad esprimere preferenze politiche e partitiche per la composizione dell’Assemblea Costituente il cui compito sarà il redigere la nuova Costituzione.
De Gasperi si esprime, in privato (lo ha ricordato la figlia Maria Romana) per la repubblica, ma la DC (Pacelliana e Geddiana) lascia libertà di voto a causa delle forti lacerazioni interne tra un elettorato progressista ed uno conservatore; è il primo sintomo dell’ambiguità della DC: sarà così per tutta la prima fase della storia repubblicana.

Alle elezioni vince la Repubblica e la DC ottiene la maggioranza relativa dei voti.
Riunita il 25 giugno 1946 inizia i lavori l'Assemblea Costituente, che elegge capo provvisorio dello Stato, Enrico De Nicola.
Il ruolo svolto in maniera autorevole, imparziale e fruttuoso, dal primo Presidente dell’Assemblea, il comunista Umberto Terraccini, venne riconosciuto anche dai banchi del governo centrista degasperiano.

Il 1° luglio De Gasperi rassegna le dimissioni ma il giorno dopo è riconfermato presidente del Consiglio; forma il 3 luglio 1946 ed entra in carica il 15 il suo secondo governo, nel quale De Gasperi ha anche l'incarico di ministro degli interni e a interim quello degli esteri: lo compongono 8 DC, 4 PCI, 3 PSI, 2 PR, e 1 indipendente.

Nel gennaio 1947 si ha una prima crisi di governo: De Gasperi forma il 2 febbraio 1947 il suo terzo ministero con 7 DC, 3 PCI, 3 PSI, e 2 indipendenti.
A provocare questa crisi fu la scissione dei socialisti avvenuta il 9 gennaio al XXV congresso di Roma; quando Saragat annunciò la scissione fondando il PSLI. Il 20 febbraio De Gasperi prendendo lo spunto di questa scissione aveva presentato le dimissioni.

Il governo dura poco, il 31 maggio dello stesso anno, De Gasperi dopo le dimissioni del 13, è costretto a formare il quarto ministero: questa volta ne sono esclusi i comunisti e i socialisti e, anche i liberali. Questo governo nasce con 11 DC e 6 indipendenti (pur rimanendo alla vicepresidenza del Consiglio i socialisti con Saragat e il repubblicano Pacciardi). Il ministro degli esteri va al Conte Sforza (indipendente).
Sarà questo governo che giunge alle elezioni del 18 aprile 1948 e si dimetterà per fare posto ai partiti laici di centro.

De Gasperi vede riconfermata la sua linea politica dal corpo elettorale che nelle elezioni assegna alla Democrazia Cristiana la maggioranza assoluta dei seggi al Parlamento con il 48% dei voti.
Iniziava il predominio bianco sulla scena politica italiana che si trasformerà in un cinquantennio di potere incontrastato anche se legittimato dal responso delle urne.

De Gasperi forma il 23 maggio 1948, il suo quinto governo; con 11 democristiani, 3 socialisti, 2 liberali, 2 repubblicani, 2 indipendenti.
Nonostante le belle apparenze, e nonostante De Gasperi fosse molto soddisfatto di aver realizzato un forte centro che non rappresentava una componente sola dello schieramento politico, le forti critiche non mancarono dentro quello stesso partito che altri credevano di avere tutto in pugno (Gedda e Pio XII).
Infatti le accuse vennnero proprio dall'integralismo cattolico, che avrebbe voluto sfruttare a senso unico il risultato delle elezioni del 18 aprile.
Le tensioni tra le due parti raggiunse il massimo nell’estate del 1948 a seguito dell’attentato subito da Togliatti da parte del giovane fascista Antonio Pallante, ma l’intelligenza dei leader di governo e di sinistra impedì il peggio: l’Italia era stanca di guerra ed odio, voleva pace, sviluppo e benessere per tutti.
Questo quinto governo di De Gasperi durerà in carica fino al 14 gennaio 1950.


In tutti questi governi De Gasperi rappresentò, come aveva già fatto nei CLN, la DC ed in qualità di Ministro degli Esteri condusse le trattative di pace tenutesi il 10 febbraio a Parigi, in cui l’Italia compariva sul banco degli imputati.

Quando partì per andare a Parigi conoscendo già le condizioni imposte all'Italia, De Gasperi era alquanto amareggiato.
Alla partenza del 7 AGOSTO con la delegazione (assieme a Saragat, Corbino e Bonomi) imbarcandosi sull'SM.75, a un redattore dell'Ansa che gli chiedeva qualcosa circa le prospettive del viaggio, De Gasperi non era molto ottimista: "Non so nemmeno se parto come imputato. Direi che la mia posizione è per quattro quinti quella di imputato come responsabile di una guerra che non ho fatto e che il popolo non ha voluto, per un quinto quella di cobelligerante. La figura di cobelligerante è riconosciuta nel preambolo del Trattato come principio, ma nel testo si tiene invece conto dei quattro quinti, rappresentati dalla guerra perduta e non del quinto costituito dalla nuova guerra che abbiamo combattuto a fianco degli ALLEATI. Tutto lo sforzo che bisogna fare mira a ricordare agli ALLEATI che li abbiamo chiamati così perchè li abbiamo creduti tali"  (comun. Ansa ore 10.25)

Poi De Gasperi a Parigi quando (dopo tre giorni di anticamera) prese la parola alle ore 16 del 10 AGOSTO dinnanzi ai rappresentanti dei 21 stati vincitori: la sua fu la parola di un vinto che però si sentiva e si poteva sentire vincitore, un italiano che parlava per il popolo suo, con una tale altezza morale, da farsi d'accusato ad accusatore, da umiliato a maestro di coloro che umiliato volevano in lui un intero popolo di alta civiltà.

Tenne un memorabile discorso: così nel preambolo: "Prendo la parola in questo consesso mondiale e sento che tutto tranne la vs. cortesia è contro di me: è soprattutto la mia qualifica di ex nemico, che mi fa considerare come imputato, l'essere arrivato qui dopo che i più influenti di voi hanno già formulato le loro conclusioni in una lunga e faticosa elaborazione.
Non corro io il rischio di apparire come uno spirito angusto e perturbatore, che si fa partavoce di egoismi nazionali e interessi unilaterali? Signori, è vero, ho il dovere innanzi alla coscienza del mio paese e per difendere la vitalità del mio popolo di parlare come italiano" .
Riuscì a miscelare ragion di stato e sentimenti personali riuscendo, così, anche ad instaurare ottimi e duraturi rapporti personali con i maggiori esponenti democristiani, moderati e conservatori europei; tali rapporti si riveleranno essenziali nella costitutiva della futura comunità europea.

Il discorso di Parigi
lo riportiamo quasi interamente in questa pagina


Bisogna leggere il discorso al completo. Il tono è forte e sicuro, come di chi ha molto meditato e sa di poter parlare nella piena conoscenza dei problemi che tratta. Nè vuole soluzioni che possono apparire troppo poco chiare, e tantomeno intrighi.
"Quel discorso segnò la svolta politica dell'Italia, che s'avviava ad essere elemento fondamentale dell'equilibrio mondiale, con l'appoggio delle potenze occidentali, con l'ostilità delle potenze orientali, comunque già pienamente inserita nel gioco della politica europea dei successivi anni: anni di guerra fredda, non lo si dimentichi, perchè altro è ragionare di politica internazionale negli anni della pacifica coesistenza e magari della collaborazione tra le superpotenze, altro intervenire con obiettività nel bel mezzo della «guerra fredda».
(Manlio Goio, Alcide De Gasperi, Reverdito, Tn, 1974)

La situazione politica mondiale fin dal 1947 era cominciata ad essere critica a seguito delle tensioni tra le due superpotenze, gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica: cominciava infatti a calare la “cortina di ferro”.

Nella primavera del '47 il Presidente del Consiglio si era recato negli Stati Uniti e aveva accettato la “dottrina Truman”: come abbiamo già visto sopra, fuori i socialisti-comunisti di Nenni e Togliatti dal suo quarto governo, adesione al modello occidentale statunitense in politica estera ed acquisizione del modello di sviluppo capitalista e liberista, tutto ciò in cambio di aiuti economici ed alimentari.

Tornando alle elezioni del 18 aprile, data oggi celebrata ed osannata oltre misura, da un lato fu la vittoria di ideali di libertà contro il pericolo sovietico, ma dall’altro segnò il blocco dello sviluppo della democrazia italiana e l’inizio di una serie di discriminazioni verso i militanti dei partiti democratici e di sinistra: l’Italia avrebbe potuto svilupparsi ed affrontare i propri problemi e le proprie contraddizioni in un clima di maggiore concordia ed in maniera più proficua se si fosse continuata l’unità nazionale.
Però, nonostante la fine dell’unità antifascista, il 27 dicembre 1947 l’Assemblea Costituente aveva approvato la nuova Costituzione repubblicana (entrata in vigore il 1° gennaio 1948) frutto dell’incontro tra la cultura della sinistra, il pensiero cattolico popolare e la tradizione liberaldemocratica.
La nuova Italia repubblicana era strutturata sul modello liberaldemocratico anglosassone classico in cui la cultura dei grandi partiti di massa, cattolici e marxisti, inserirono forti elementi di politica sociale che, in alcuni casi, sono rimasti inattuati per tutto il primo cinquantennio repubblicano.

Il 12 gennaio 1950 De Gasperi presentò le dimissioni, a seguito delle dimissioni nel novembre dell'anno precedente dei ministri socialdemocratici. Formò e guidò il suo sesto governo (13 democristiani, 3 socialdemocratici di Saragat, 3 repubblicani,) il giorno 27 dello stesso mese fino al luglio 1951, quando si aprì il 16 una nuova crisi di governo. De Gasperi rassegnò le dimissioni e il 26 formò il suo settimo governo, (in crisi i socialdemocratici) con una formula bipartita, 14 ministri DC, 3 ministri PRI.

Fino allle elezioni del 1953 questo governo attua una politica di risanamento e di sviluppo che, pur dando ottimi e lusinghieri risultati, vide escluse le masse operaie e lavoratrici su cui si riversarono massimamente i costi della già citata politica economica e sociale: furono quelli che Italo Calvino chiamava gli anni della “grande bonaccia”.

Nell'aprile del 1953 il cattolico ed antifascista De Gasperi, avrebbe potuto defilarsi, come facevano nella storia d'Italia, alcuni uomini politici, che non si esponevano nei momenti drammatici, ma preferivano attendere. Invece De Gasperi, si prese ugualmente il gran fardello, ma nello stesso tempo seppe dire di no al Vaticano ed all’anziano don Sturzo opponendosi all’apertura a destra per le amministrative romane ("operazione Sturzo"). Il Vaticano non glielo perdonò mai ed il pontefice Pio XII non ricevette lo statista in occasione del trentesimo anniversario del suo matrimonio.
De Gasperi seppe accettare, affrontare e sopportare l’umiliazione con la dignità propria di un vero galantuomo.

Per tutto il '53 in Italia, e alla Camera ci furono discussioni, polemiche e disordini per il varo della riforma elettorale, definita dalla sinistra "legge truffa".
De Gasperi perdette anche il self-control, quando dai banchi del Senato si tornò all'accusa di "austriacantesimo", urlando che era ora di finirla con queste insinuazioni, accuse, calunnie, che erano dette e sfruttate solo per propaganda elettorale "Io ho agito da uomo d'onore che ha lavorato tutta la vita per la difesa di Trento e Trieste".
La legge divenne definitiva il 31 marzo 1953 al Senato dopo una seduta ininterrotta di 77 ore e 50 minuti, e dove non mancarono incidenti, tafferugli, schiaffi e ferimenti di ministri.
Le elezioni si fecero il 7 giugno e la legge non scattò per quarantamila voti appena.

La carriera politica degasperiana finisce proprio con queste elezioni che videro bocciata la “legge truffa” che, nelle intenzioni dei suoi ideatori doveva contribuire al mantenimento della stabilità del quadro politico nazionale, invece secondo i suoi critici nella migliore delle ipotesi era un modo per camuffare le contraddizioni presenti nella maggioranza e più specificatamente in seno al partito di maggioranza relativa, oppure, nella peggiore delle ipotesi era uno strumento antidemocratico che ricordava la “legge Acerbo” del ventennio fascista.

De Gasperi dopo il nuovo risultato delle urne, con il suo settimo governo si dimise. Ma il 7 luglio ebbe il reincarico per formare il nuovo governo. Il 21 luglio si presentò in Parlamento con un governo tutto di democristiani. Il 28 si presentò alla Camera per la fiducia, che non gli fu concessa. Voti contrari 282 (PCI, PSI, PNM, MSI), a favore 263 (DC), astenuti 37 (PSDI, PLI, PRI).
Se notiamo i partiti del no e degli astenuti, notiamo la "riconoscenza" degli uomini, l'abbandono dei suoi vecchi alleati. Ma anche dentro la DC, non si riuscì a trovare un accordo al suo interno, e faticò a dare una chiara indicazione

Come già accennato nel successivo capitolo (De Gasperi fonda la DC) l'incarico dopo un infruttuso tentativo di Piccioni -che non iniziò neppure il mandato- fu affidato al quasi anonimo Giuseppe Pella, che costituì il governo e ottenne al SEnato la fiducia il 22 agosto ( 140 si, 86 no) e il 24 agosto alla Camera (315 si, 215 no, 44 astenuti.

De Gasperi che da Pella si aspettava almeno un ministero, quello degli Esteri, non ebbe invece nemmeno un incarico, fu messo da parte. Poi a settembre al consiglio della Dc gli diedero un contentino: lo nominarono segretario generale del partito, ma nemmeno all'unanimità, infatti, 49 schede erano per il sì, 22 erano schede bianche.
De Gasperi se ne tornò al partito cercando di creare al suo interno l'unità.
A Napoli, nel giugno del 1954, De Gasperi interviene al suo ultimo congresso. Riafferma l'impegno democratico e popolare della DC e il più scrupoloso rispetto di tutte le libertà. Parla ancora una volta da grande statista. Ma il 19 agosto muore improvvisamente a Sella Valsugana.

---------------------
Opera principale della politica degasperiana fu la politica estera e la creazione dell’embrione della futura Unione Europea: fu l’illuminazione dell’idea europeista vista come grande opportunità per gli italiani e l’Italia per superare le proprie difficoltà.

L’Europa ha avuto in Alcide De Gasperi uno dei suoi Padri più nobili e più illustri.

La morte rapì alla vita lo statista trentino appena un anno dopo l’abbandono della guida del governo privando l’Italia di una guida illuminata e lungimirante che aveva saputo superare la contrapposizione di origine risorgimentale tra laici e cattolici e la cui vocazione politica unitaria era rimasta imbrigliata nella rete della guerra fredda ed era stata soffocata dai tentacoli asfissianti della piovra anticomunista.

A più di cinquant’anni dalla morte il partito di De Gasperi non esiste più; ciò lungi dall’essere una sconfitta del leader cattolico è la migliore conferma del fatto che le sue opere e la sua opera prima di appartenere a questa o quell’altra forza politica appartiene a tutto il Paese e, anzi, a tutta la nuova Europa democratica ed unitaria.

Fu un anticomunista viscerale, un miope politico, un integralista cattolico, come diranno i suoi avversari?
La vera ansia di De Gasperi - in quei tristi tempi resi difficili dall'ondata di materialismo dominante- era soltanto il terrore che l'uomo sia conquistato da una visione utilitaristica, economicistica, egoistica della vita, chiusa al puro progresso materiale e dimentichi la sua matrice spirituale, intellettuale, religiosa.

"Se tutto si riducesse alla lotta politica, ad un episodio per la coquista del potere, che si inserisce nella realtà e nella produzione della vita intellettuale, morale ed economica non sarebbe un grande disastro. Ma il disastro avviene quando l'avversario è veramente qualche cosa di portato all'idolatria della materia; dove non è lo spirito quello che decide; dove le forze attive sono quelle che si manifestano attraverso le trasformazioni della materia".
------------------------------

"De Gasperi, non è stato solo un grande italiano,
ma un uomo europeo di alta coscienza e come tale entrerà nella storia del mondo"


Questo alto riconoscimento gli viene dall'ex cancelliere della Germania Federale LUDWIG ERHARD con questo documento di cui forniamo la traduzione:

"Dopo la guerra è stata una vera benedizione per l'Italia l'aver potuto affidare la politica dello Stato a una persona di tanto valore quanto Alcide Degasperi, che già avevo avuto modo di conoscere e che con il Presidente della Repubblica Luigi Einaudi rappresentò un binomio felice per il futuro del Paese.
I miei molteplici incontri con Degasperi rimangono nella memoria per la serietà spirituale e morale d'un uomo al quale devo ancora oggi tanta gratitudine.
Degasperi, in realtà, non è stato solo un grande italiano, ma un uomo europeo di alta coscienza e come tale entrerà nella storia del mondo.
Egli non fu mai un abile parlatore, ma proprio per questo la sua parola fu convincente, perché rivelava la purezza d'un animo che portava avanti valori e ideali.
Nel pensare a lui mi rimane ancor oggi il rincrescimento che si sia perduto troppo presto un uomo tanto grande.
LUDWIG ERHARD - Bonn, settembre 1974.
 

Francomputer

Bibliografia
* Atti e documenti della Democrazia Cristiana, Ed. 5 Lune 1967
* Manlio Goio, Alcide De Gasperi, Reverdito, 1974
* Storia d'Italia, DeAgostini, 1991

--------------------------

DE GASPERI, e i COMPAGNI DI STRADA
TOGLIATTI, NENNI, LA MALFA: 

QUATTRO PADRI PER LA DEMOCRAZIA ITALIANA

Alcide De Gasperi, democristiano, Palmiro Togliatti, comunista, Pietro Nenni, socialista e Ugo La Malfa, repubblicano, furono gli artefici dell'affermazione della democrazia nell'Italia repubblicana del Secondo dopoguerra.
Nel triennio 1945-'48 si posero le basi per la costruzione della democrazia in Italia. La guerra di Liberazione partigiana contro i nazifascisti aveva ridato agli italiani la libertà dopo oltre un ventennio di tirannide fascista e, per la prima volta nella loro storia, era stata conquistata la democrazia.
 
Quattro uomini politici, che non esitiamo a definire statisti, hanno avuto il merito, seppur da posizioni politiche spesso conflittuali fra loro, di avere lottato ed agito per raggiungere questo prezioso risultato di cui hanno beneficiato intere generazioni di italiani.

Il democristiano Alcide De Gasperi fu Presidente del Consiglio dal 1946 al 1953 e porta il merito di avere reinserito l'Italia nel salotto buono della diplomazia internazionale. Guidò, prima da Ministro degli Esteri e poi da Capo del Governo, le trattative diplomatiche con le nazioni vincitrici. La stima internazionale del nostro Paese era ai minimi livelli. L'Italia era ritenuta un Paese inaffidabile, colpevole di due tradimenti in meno di mezzo secolo ai danni dei propri alleati (gli Austro-Ungarici nel 1915 ed i Tedeschi nel 1943). La dittatura fascista aveva fatto sì che il Premier sentisse nei confronti dei partner internazionali " tutto è contro di me, tranne la vostra personale simpatia."
Non ebbe grandi intuizioni di politica, ma seppe, guidato da La Malfa e dai laici liberaldemocratiici, sposare e sostenere la scelta europeista e atlantica. Rimase però un grande statista, cresciuto nella culla dello stato amministrativo austriaco, attento prima all'interesse della nazione che a quella del suo partito. Seppe ricostruire uno stato in un paese che, tra il 1943 e il 1945, aveva visto messa a rischio la propria stessa unità territoriale.

Il comunista PALMIRO TOGLIATTI, segretario del Pci dagli anni '30 al 1964, ebbe il grande merito di aver inserito la sinistra italiana e i comunisti in particolare, nel solco della tradizione e della storia nazionale. Dalla svolta di Salerno in poi, il Pci raccolse la bandiera della tradizione unitaria democratica risorgimentale. L'unità d'azione con le altre forze della sinistra e con i moderati democratici (Dc e Pli), fu alla base della lotta di liberazione nazionale che permise agli italiani di riscattare il proprio onore nazionale e riconquistare la propria libertà da protagonisti. Il merito del Pci e del suo leader fu quello di aver portato a termine il processo di nazionalizzazione delle masse iniziato dal liberale Giovanni Giolitti all'inizio del XX secolo. La classe operaia che il Partito Comunista rappresentava, acquisì una coscienza nazionale. Non si sentì più un corpo estraneo rispetto allo stato borghese, ma finì per essere il principale pilastro della nuova democrazia che difese in tutti i momenti più grigi (terrorismo anni '70, crisi della cosiddetta Prima repubblica anni '90) della vita della giovane e fragile democrazia italiana. L'azione pedagogica del Pci produsse un forte acculturamento delle masse da esso influenzate. A livello di amministrazioni locali il Pci raccolse l'eredità del socialismo riformista, creando, nelle "Regioni rosse", dei veri e propri modelli socio-economici.

Il socialista PIETRO NENNI traghettò il proprio partito (il più piccolo dei grandi o il più grande dei piccoli?) dall'esperienza del frontismo del patto d'unità d'azione con i comunisti alla collaborazione governativa con la Dc nei gabinetti di centro-sinistra. Il Partito di Nenni aveva perso a vantaggio del Pci l'egemonia e la guida della classe operaia, ma fu sempre un punto fermo nella difesa e nella crescita del processo di maturazione democratica italiana. Dopo i fatti d'Ungheria del 1956 e spaventato dal tentativo di svolta autoritaria rappresentato dal governo Tambroni (1959, governo che si reggeva sui voti determinati del Msi), lavorò alla realizzazione della nuova maggioranza di centro-sinistra con la Dc di Fanfani e Moro. I governi che ne seguirono attuarono un cauto, ma incisivo riformismo che tramontò ben presto sotto il ricatto del "rumor di sciabole" del Piano Solo (luglio 1964). Il Psi pagò il prezzo politicamente più alto della crisi del centro-sinistra, ma Nenni rimase fedele alla propria vocazione antifascista.
Sempre a difesa della democrazia, sempre a difesa dei lavoratori. Proprio come in Spagna nel 1936, a fianco dei repubblicani contro la falange franchista.

UGO LA MALFA fu il simbolo del pensiero laico democratico europeo in un paese clericale e borbonico come l'Italia. Una sorta di Cassandra sempre incline al pessimismo e un grillo parlante pronto a denunciare i ritardi e gli errori del nostro Paese. Voleva introdurre in Italia alcuni principi della liberaldemocrazia anglosassone. Fu sostenitore di un democrazia economica di tipo scandinavo, non monopolista, ma competitiva ed al tempo stesso.... solidale.

Convinto della necessità di coinvolgere anche le sinistre nel processo di governo del Paese, dialogò prima con il Psi di Nenni e poi in in seguito con il Pci di Berlinguer. Pur partendo da una posizione di grande minoranza seppe imporre ai governi ed al Paese la scelta europeista. Una scelta felice e proficua che, dopo oltre mezzo secolo, è ampiamente condivisa da tutte le forze democratiche e che ha permesso all'Italia di essere una delle protagoniste dell'attuale processo di unificazione economica e politica dell'Europa comunitaria.

Il pensiero e l'azione di questi statisti hanno assicurato all'Italia benessere e sviluppo, anche se tra contraddizioni e ritardi. Perché ciò avvenisse sono stati necessari le lotte, il lavoro, gli sforzi ed i sacrifici (spesso anche quello supremo della vita) di molti uomini e di molte donne. Intere generazioni, indipendentemente dalla propria personale posizione politica, si sono adoperate affinché i propri figli vivessero meglio di come erano vissute loro.
A noi tocca il compito di non disperdere la memoria ed il contributi di questo importante e duro lavoro. Anzi, nostro dovere è quello di proseguire lungo questa strada che già tanti risultati ha dato. 
 

di Luca Molinari e Francomputer

 

DE GASPERI FONDA LA DEMOCRAZIA CRISTIANA > >


< < pagina precedente - biografia di De Gasperi

1942 . NASCE LA DEMOCRAZIA CRISTIANA

Nell'estate del 1942, alcuni esponenti del Movimento Guelfo (Falck, Malvestiti, Clerici ecc.), si recarono a Borgo Valsugana per coordinare con Alcide De Gasperi una azione comune per la creazione di un nuovo partito che fosse la risultanza dell'antico Partito Popolare e del nuovo Movimento Guelfo. Si raggiunse così una intesa comune, e pochi mesi dopo, nell'ottobre 1942, a Milano in un convegno clandestino svoltosi nell'abitazione dell'industriale Falk, fu fondato il partito Democrazia Cristiana.

Oltre che a Alcide De Gasperi, parteciparono tra gli altri Pietro Malvestiti, Achille Grandi, Giovanni Gronchi, Edoardo Clerici, Stefano Jacini, don Primo Mazzolari, Gioacchino Malavasi. Aderirono quasi subito molti dirigenti cattolici, come Giuseppe Dossetti, Amintore Fanfani, Giuseppe Lazzati, Mario Bendiscioli, Giorgio La Pira. E al suo rientro dall'esilio Don Sturzo.

Alcide De Gasperi era stato l'ultimo segretario politico del Partito Popolare nel periodo tra il 20 maggio 1924 ed il 14 dicembre 1925.

Nel 1919 quand'era nato il PPI, DON STURZO il fondatore già nel novembre del 1918, aveva esposto un progetto politico di un partito cattolico, democratico, non confessionale. In alternativa a quello del dirigente cattolico lombardo Stefano Cavazzoni che proponeva la fondazione di un partito alle dipendenze dell'Azione Cattolica. Non era cosa nuova il progetto del prete di Caltagirone: già il 3 settembre 1900 Don Sturzo e Mussi avevano fondato un partito, ma erano sorti contrasti tra cattolici modernisti e i cattolici timorati e legati alle alte gerarchie Vaticane. (vi rimandiamo a questo periodo).

Come don Sturzo anche ROMOLO MURRI
il
prete marchigiano - interpretando in senso radicale la Rerum Novarum- teorizzava una possibile convergenza tra dottrina sociale della Chiesa e movimento socialista e tra spirito religioso e istanza democratica. Ma apparve clamorosa la posizione assunta dal suo movimento contro la politica repressiva attuata dal governo, posizione che segnò una prima frattura con l'atteggiamento ufficiale della Chiesa, improntato allora ad un assoluto "interclassismo".
Questo perché sia Murri che Don Sturzo,
attaccando gli intransigenti conservatori sostenevano che i cattolici si dovevano impegnare concretamente nella difesa delle libertà fondamentali e dei ceti popolari "anche appoggiando alcune battaglie dell'estrema sinistra".

Murri appoggiando anche alcune battaglie dell'estrema sinistra puntò alla costituzione di un partito politico autonomo. Ciò avveniva nei primi del '900, proprio mentre il Vaticano assumeva posizioni sempre più caute nel campo della politica sociale; perciò esso non esitò ad intervenire direttamente. Nel 1901 papa LEONE XIII emanò l'enciclica Graves de Communi, con la quale vietava di attribuire qualsiasi carattere politico alla "democrazia cristiana"; nel 1904 venne sciolta l'Opera dei congressi, il cui direttore GIOVANNI GRISOLI  condivideva le posizioni di Murri. Nel 1907 quest'ultimo, che nel frattempo aveva fondato la Lega Democratica Nazionale, venne sospeso a divinis, punizione inflitta ai sacerdoti indisciplinati nei confronti della gerarchia ecclesiastica. Poi nel 1909, dopo la sua elezione a deputato con l'appoggio radicale e socialista, fu addirittura scomunicato.
Questa risposta delle massime gerarchie ecclesiastiche al movimento modernista fu di estrema chiusura. Con il decreto Lamentabili, che condannava 65 posizioni chiave del movimento e con l'enciclica Pascendi dominici grecis di Papa PIO X, entrambi del 1907, il modernismo fu condannato in blocco e definito "compendio di tutte le eresie", senza alcuna attenzione alle differenziazioni interne, che pur erano emerse.

Murri finì insomma la sua carriera mentre il prete di Caltagirone, rinuncerà ad attuare praticamente l'idea di un partito (il PPI) come l'aveva concepito, ritenendo (con l'antimodernista Pio X sul soglio, fino al 1914 - vedi sua enciclica
"Sugli errori del modernismo") i tempi prematuri.

Don Sturzo torna però alla ribalta (era salito sul soglio Benedetto XV) nel 1915, quando viene nominato segretario dell'Azione Cattolica; attende qualche anno poi nel 1918-1919, ritorna al suo progetto. Il Vaticano - con la definitiva abolizione del
non expedit in occasione delle elezioni del novembre 1919, sciogliendo l'Unione Elettorale Cattolica, prese la decisione con l'appoggio della giunta direttiva dell'Azione Cattolica di sancire il riconoscimento pontificio del Partito Popolare di don Sturzo.
Don Sturzo, seguendo la sua originale linea- non si fa scudo di una comoda croce (e nemmeno usa il "cristiano"), infatti afferma la necessità di non voler caratterizzare la nuova formazione politica in base alla scelta religiosa dei suoi aderenti. E aggiunse -al 1° congresso del PPI a Bologna nel giugno 1919- "E' superfluo dire perchè NON ci siamo chiamati "partito cattolico": i due termini sono antitetici; il cattolicesimo è religione, è universalità; il partito è politica, è divisione. Fin dall'inizio abbiamo escluso che la nostra insegna politica fosse la religione, e abbiamo voluto chiaramente metterci sul terreno specifico di un partito, che ha per oggetto diretto la vita pubblica della nazione".
Insomma Don Sturzo riteneva che la Chiesa come istituzione dovesse tenersi libera e distante dalle questioni politiche.
Questa linea aconfessionale prevalse sull'altra mozione presentata al Congresso, dal direttore della rivista "Vita e pensiero" Agostino Gemelli, secondo il quale il partito doveva dichiarare esplicitamente l'impostazione cristiana del suo programma, pur confermando la scelta dell'autonomia dell'autorità ecclesiastica.


Ciò che nel 1921 fece cambiare indirizzo al PPI, e in seguito a scomparire dalla scena politica, fu il nuovo clima politico creato dal rafforzamento del fascismo, favorito in questa ascesa anche dal caotico "biennio rosso". Quando don Sturzo al III congresso del PPI a Venezia si pronunciò a favore di un'eventuale collaborazione con i socialisti e i democratici in funzione antifascista, iniziarono le prime spaccature all'interno del partito. Mussolini che aveva preso il potere, aveva formato un governo sì con l'aiuto dei Popolari ma con una corrente di destra del PPI, che non era insofferente al fascismo come lo era invece quella di don Sturzo, che al IV congresso di Torino del '23, si presentò con la
formula "né opposizione, né collaborazione". Ma se alcuni della sua corrente volevano uscire dal governo e fare opposizione, altri (la minoritaria corrente di destra del PPI) intendevano rimanere al governo e collaborare col fascismo.

Mussolini con quella formula non ci sta, e per queste ambiguità espressa a Torino, manda a dire a don Sturzo che vuole chiarimenti "chiari, precisi, inequivocabili". Intanto forte di quella corrente minoritaria, Mussolini furbescamente fa sapere a tutta Italia che ha dalla sua parte il partito cattolico, e che la sua antipatia è solo diretta verso "quel sinistro prete". Un messaggio che è indirizzato e arriva molto chiaro anche oltre il Tevere, attenti ai prossimi sviluppi di un partito che sta contrastando l'ascesa in Italia del Comunismo, nato dopo la scissione dai socialisti avvenuta a Livorno nel 1921.

Mentre Don Sturzo è in quella situazione, Mussolini il 19 maggio incontra Alcide De Gasperi, e il trentino (tanto odiato da M. quand'era a Trento) non oppone rifiuto a priori ai progetti mussoliniani, compresa la riforma elettorale. Fu il colpo di grazia che mise alle corde e isolò del tutto Don Sturzo, che prima dovette dimettersi da segretario, e l'anno dopo (invitato!!!) a prendere la via dell'esilio ("per non creare problemi alle autorità ecclesiastica"). Rimarrà a Londra in esilio per ventidue anni.

Il 20 maggio 1924 Alcide De Gasperi è nominato segretario del Partito Popolare. Ma si è appena insediato, quando il 30 dello stesso mese avviene la scomparsa di Matteotti; si teme il peggio; poche settimane dopo c'è l'Aventino, e quando viene rinvenuto il cadavere di Matteotti il fascismo e quasi sull'orlo della disfatta.
A quel punto l'opposizione di De Gasperi al fascismo e a Mussolini diventa ferma decisa e risoluta anche se (con un Mussolini uscito poi indenne dalla bufera) coincise col suo ritiro dalla vita politica attiva a seguito dello scioglimento del Partito, e si rifugiò nelle biblioteche vaticane per sfuggire alle persecuzioni del fascismo.

De Gasperi inizia a uscire dalle mura leonine -come accennato all'inizio- nel 1942, quando lo ritroviamo a Milano a fondare in ottobre il nuovo partito cattolico e a presentare un primo schema programmatico della Democrazia Cristiana che verrà diffuso clandestinamente in tutta Italia con la firma di "Demofilo" (pseudonimo di De Gasperi) nel periodo della dominazione nazifascista.
Era un primo schema programmatico dove si affermava::
"Non è questo il momento di lanciare programmi di parte, il che sarebbe impari al carattere di quest'ora solenne che reclama l'unità di tutti gli italiani".

Si accennava tuttavia a un programma ufficioso, mentre quello ufficiale sempre a firma "Demofilo" lo pubblicò clandestinamente prima "Il Popolo" , poi uscì un opuscolo intitolato "La parola ai democratici cristiani" che iniziava con questa nota dello stesso De Gasperi:

"L'ossatura di questo proclama si trovava già nel nostro primo documento, che venne compilato ancora durante il regime fascista in feconde discussioni, con la valida cooperazione di alcuni amici di provata competenza tecnica e che immediatamente dopo il colpo di Stato, venne edito sotto il titolo « Idee ricostruttive della Democrazia Cristiana». Della introduzione, invece, di questo secondo documento, della nuova formulazione e dei capitoli aggiunti è responsabile Demofilo, al quale non fu sempre possibile di consultare tutti i precedenti collaboratori. Il presente testo venne scritto alla fine di ottobre, pubblicato la prima volta su Il Popolo del 2 novembre 1943 ed esce ora, gennaio 1944, con lievi aggiunte e modificazioni».
(Atti e documenti della D.C. 1943-1967 - Nov '67, Prefaz. Mariano Rumor, Ed. 5 Lune, Roma)

L'intero testo del programma, composto da 25 pagine video,
per la sua lunghezza è presente solo nel CD-ROM
(i possessori cliccano QUI)

Per la scelta di una linea da dare al partito, De Gasperi come contenuti si ispira a Murri (anche se — secondo don Lorenzo Bedeschi (Cfr. L. Bedeschi, Murri, Sturzo, De Gasperi. Ricostruzione storica ed epistolario (1898-1906), cit., p. 111.) tacerà l’influenza di don Romolo Murri, sostituendo la figura dello scomodo sacerdote marchigiano come punto di riferimento con quella, ineccepibile dal punto di vista dell’ortodossia, di Giuseppe Toniolo, nei confronti del quale, peraltro, aveva avuto qualche parola di critica (ib. p. 114) e si ispira a don Sturzo (più volte cita le tradizioni del PPI, gli indirizzi e i concetti sociali - del resto proprio De Gasperi aveva fondato a Trento un Partito Popolare), mentre, come nome da dare al partito guarda ancora a Murri del 1900 e a Toniolo (quest'ultimo allora più ossequente verso l'autorità ecclesiastica), e, oltre che prendere il partito il nome di Democrazia Cristiana (fu proprio Toniolo a coniare questo nome e Murri a usarlo nel suo partito), il simbolo diventa proprio uno scudo con la croce; che non era però -come abbiamo visto- di certo nella tradizione di don Sturzo, che tuttavia aderì pure lui alla DC degasperiana dopo essere rientrato dal ventennale confino. Mentre il rientro di Murri a quella data non era ancora avvenuto.

La curia romana pur mostrandosi un po' sospettosa, Monsignor Tardini in un memorandum a Myron Taylor, nel dicembre del 1943, indica in De Gasperi il candidato più gradito alla Santa Sede per la guida di un nuovo governo (
E. Di Nolfo, Vaticano e Stato Uniti 1939-1952. Dalle carte di Myron Taylor, Milano 1978, pp. 60 e 279)
Tuttavia la Curia è sospettosa, perchè il partito di De Gasperi è nato dall'unione fra gli esponenti milanesi del Movimento Guelfo d'azione e da un manipolo di ex dirigenti del vecchio Partito Popolare, compreso proprio don Sturzo, capace di combinare nuovi pasticci (come quelli di Torino 1923) magari rilanciando il suo slogan di "uomini liberi e forti" del 1919.


Il sospetto della Curia era forse motivato; ricordiamo che durante il Concordato, con la vittoria clerico-fascista sulle membra del cattolicesimo democratico, De Gasperi - che non era di certo fra i conciliatoristi- era stato caustico con i suoi vecchi amici, "I cocchi dei trionfatori passano schizzando fango sui travolti che stentano a salvarsi sugli angoli della via" (
A. De Gasperi, Lettere sul Concordato, Brescia 1970, pag. 59) Era amareggiato, indignato e dissentiva
pure con Civiltà Cattolica: "Da tempo si stanno trascurando i precetti della dignità. L'educazione clericale insegna a stare in ginocchio ma dovrebbe apprendere anche a stare in piedi. Così adesso sono contenti i clerico-papalini e sono contenti i fascisti. Per Mussolini é un trionfo!".

La Curia abbiamo detto era sospettosa, perchè sempre Civiltà Cattolica mentre De Gasperi creava il suo partito, non escludeva che "tra i cattolici potessero sorgere più partiti lecitamenti discordanti". Non sbagliava Civiltà Cattolica, e la Curia aveva le sue ragioni per essere sospettosa. Infatti oltre quel partito di Guelfi e di ex del PP, era nato un movimento cristiano-sociale guidato da Gerardo Bruni (
vedi AA.VV. "Gerardo Bruni e i cristiano-sociali tra fascismo e repubblica, a cura di Parisella, Roma 1984), e si era formato addirittura un gruppo di "cattolici-comunisti" guidati da Franco Rodano e Adriano Ossicini, che più prudentemente poi chiamarono "sinistra-cristiana", ma che non servì per calmare le apprensioni al di là del Tevere. Anzi quel "sinistra" era proprio un presagio sinistro.

Dobbiamo a questo punto tornare all'inizio 1944, quando a Bari in un congresso si riunirono i comitati di liberazione (questi fatti più dettagliati li abbiamo riportati nel singolo anno 1944). Le cronache ci dicono che fu eletta una giunta permanente, composta da un rappresentante per ogni partito, per mettere in pratica la risoluzione del congresso; che era quella di proporre l'abicazione del Re e il rinvio della scelta istituzionale. Ma l'aria che tirava (con le nuove relazioni Russia-Badoglio) era quella di una eventuale partecipazione a un governo Badoglio (che poi avanzò Togliatti al suo rientro in Italia alla fine di marzo, sconcertando i comunisti italiani e lasciando sbigottiti gli anglo-americani).
Non sappiamo nè da Badoglio, nè dai comunisti cosa accadde. Lo possiamo solo immaginare quando andiamo a leggere una dichiarazione della Democrazia Cristiana del 26 gennaio
(il documento è riportato in "Atti e documenti della Democrazia Cristiana 1943-1967", presentati da Mariano Rumor, edizione 5 lune, 1967). Ecco cosa riportava la dichiarazione
"In riferimento alla dichiarazione del Partito Comunista pubblicata sul Risorgimento del 25 gennaio la Democrazia Cristiana precisa che, fra le condizioni per una eventuale partecipazione al Governo Badoglio, vi era quella della collaborazione con tutti i Partiti rappresentati nei Comitati di LIberazione, e non già con i soli Partiti Comunisti e Socialisti". ("Non già con i
soli partiti Comunisti e Socialisti" - Chi stava tramando? quel "non già con i soli" è inequivocabile)

Il 27-29 gennaio sempre a Bari la DC tenne un congresso, parallelo a quello dei C.d.L.N. Probabilmente si discusse molto. Poi alla chiusura del Congresso dei Comitati , l'O.d.G. dello stesso Comitato costituiva la Giunta Esecutiva Permanente, alla quale furono chiamati i rappresentanti designati dai partiti componenti i Comitati, onde predisporre le condizioni necessarie per il raggiungimento degli scopi discussi.
In fondo al documento vi era la firma di sei partiti: Michele Di Pietro per il PLI, , Paolo Tedeschi per il PCI, Luigi Sansone per il PSI, Adolfo Omodeo per il P.d'A., Andrea Gallo per Democrazia del Lavoro, e infine Angelico Venuti per la DC (dunque c'era anche la DC, e spariva il "
soli")
Indubbiamente le poche righe in corsivo sopra, per quanto la Santa Sede sospettosa, fecero accelerare il riconoscimento ufficiale della Democrazia Cristiana di De Gasperi; e sul suo partito la Chiesa spinse i propri credenti.
Ma poi quasi subito, Pio XII iniziò a giocare le sue proprie carte con l'uomo giusto a portata di mano, lo zelante LUIGI GEDDA. Frenetico e abile oganizzatore, lui (che ha già quarto di secolo di militanza nella AC - e che dopo il 25 luglio, caduto Mussolini e il Fascismo, offrì subito la propria collaborazione a Badoglio e gli chiese di porre uomini dell’Azione cattolica alla testa delle organizzazioni giovanili, assistenziali e culturali in precedenza guidate dai fascisti.) ogni cosa che tocca (professioni, categorie, ex associazioni, ex sindacati ecc.) la trasforma in una "Unione...x o y.... cattolici", i medici, gli insegnanti, gli operai, i contadini, gli addetti allo spettacolo, quelli addetti alla radio, allo sport. Con gli ex balilla rimette in piedi gli scout, con questi forma gli
eserciti della fede che mobilita in adunate oceaniche al canto dell'inno della Giac "...Siamo arditi della fede, / siamo araldi della Croce, / a un tuo cenno, alla tua voce, / un esercito ha l’altar».; ed infine crea il suo capolavoro: i COMITATI CIVICI, un formidabile strumento capace di mobilitare i cattolici e gli italiani anche non cattolici (le mogli, le figlie, le sorelle, le madri dei comunisti, che in chiesa ci andavano) con un’efficace martellante propaganda, in grado di opporsi al Partito Comunista Italiano.

"Fermare il Fronte Popolare di Togliatti che guardava a est e contava sull'ingresso dei carri armati di Tito e Stalin in Italia dopo la vittoria del Fronte Popolare. C'era il reale rischio che sorgesse una confederazione comunista ed atea da Leningrado a Madrid, dove gli sconfitti dal generale Franco avrebbero potuto essere stimolati alla rivincita. Le sorti non solo dell'Italia, ma dell'Europa intera, erano in gioco."
(Politica del Fronte Popolare, raccontati dal Prof. Gedda nel suo ultimo libro: "18 aprile 1948 - memorie inedite dell'artefice della sconfitta del Fronte Popolare" - Ed. Mondadori – Le Scie - Aprile 1998 - Capitolo XVI)

Gedda si muove con disinvoltura e ha grandi capacità organizzative; domina le masse cattoliche, le riunisce, le guida e le muove quando vuole lui e dove vuole lui (suscitando qualche preoccupazione in De Gasperi). Si affida ai 300.000 attivisti dei 18.000 Comitati Civici che ha creato e scatena una propaganda capillare attraverso 282 Diocesi, 25.647 Parrocchie, 66.351 Chiese, 3.172 Case Religiose Maschili, 16.248 Case Religiose Femminili, 4.456 Istituti di Assistenza e di Beneficenza con 232.571 assistiti, e 249.042 ecclesiastici, fra cui 71.072 preti, 27.107 religiosi professi e 150.843 professe. Diventano tutti ambasciatori di una direttiva esplicita ben chiara. "Demonizzare il Comunismo e i suoi rappresentanti".
Affiancate in una altrettanta penetrazione nell'ambito del nucleo familiare, ci sono tutte quelle associazioni giovanili, professionali, sportive, o di lavoratori e coltivatori, che prima (ancora dall'Opera dei Congressi con Rumor-padre tra i fondatori) o durante il fascismo (sciolte poi da Mussolini) si presentano nel dopoguerra con altri nomi.
Sono tutte associazioni usate per rinfocolare con ogni mezzo "la paura del comunismo" che é presentato come l'"impero del male", "una sventura per l'Italia qualora si insinuasse nella vita civile italiana questo cancro", "una disgrazia incalcolabile", "un salto dentro un abisso dove non esiste Dio".

Pio XII è stato esplicito: già nel discorso natalizio del 22 dicembre 1946, il suo messaggio lo termina con una invocazione che sembra una dichiarazione di guerra; che continuerà ad essere nei successivi anni ripetuto, alla radio, e nelle piazze e nelle chiese di ogni villaggio:"O con Cristo o contro Cristo".
Gedda incontra continuamente il Papa (64 udienze) e mobilita enormi masse di giovani, forma gli "eserciti della fede" con uno slogan " questa fede che abbiamo radicata in noi é fino al punto di dare per essa se necessario il sangue" . Gedda infatti giustifica questa lotta appellandosi agli antichi martiri della Chiesa contro "i senza Dio".

Già al voto del referendum Repubblica-Monarchia, De Gasperi si era espresso, in privato (lo ha ricordato la figlia Maria Romana) per la Repubblica, ma la DC clericale lascia libertà di voto a causa delle forti lacerazioni interne tra un elettorato progressista (di sinistra) ed uno conservatore (di destra); è il primo sintomo dell’ambiguità della cosiddetta "Balena Bianca": e sarà così per tutta la prima fase della storia repubblicana.
(del resto, poi, nel 51, Pio XII
con Gedda era stato chiaro: "....consiglia di non attaccare le destre perché non diventino a loro volta anticlericali". (vedi più avanti)

Alcuni storici hanno scritto che i "Comitati Civici trasformarono il terrorismo psicologico in merce corrente della lotta politica"; così pure "La voce di Dio"
, cioè padre Lombardi nelle piazze d'Italia, o con il suo "microfono di Dio" alla Radio, che "con le sue roventi orazioni evocava scenari apocalittici per mettere in guardia gli ascoltatori contro le infamie del comunismo" (S. Lanaro, Storia dell'Italia Repubblicana, pag. 96, Marsilio, 1992).

Legittimo invece secondo Giuseppe Vedovato: "Vi fu chi mise in dubbio la legittimità dell'azione dei Comitati Civici, come se fosse un'ingerenza delle gerarchie vaticane nella vita dello Stato repubblicano, e chi scrive avrebbe dimostrato, da deputato, nei primi mesi del 1958, allorché venne discussa una mozione comunista in questo senso (presentata da Togliatti, Gullo, Pajetta) l'infondatezza giuridica e politica dell'accusa. I Comitati civici erano costituiti da cittadini italiani legittimati ad agire liberamente come tutti gli altri, che avevano scelto di lottare per l’"anticomunismo di massa” alle elezioni, ma non si fermavano a questo, perché svolgevano una continua presenza tra le classi più permeabili alla propaganda dei comunisti".
(Giuseppe Vedovato dalla rivista “30 giorni”, anno XIX (2001) n° 10 (ottobre), pag. 92-94).
Quella sopra è un distinguo, ma ricordiamo che a causa dei Patti lateranensi (riconfermati nella nuova Costituzione) all'Azione cattolica era vietato fare politica per un partito. E l'azione dei C.C. era una vera e propria propaganda politica.

Ogni vescovo, ogni prete, ogni curato anche nei più piccoli paesi (dove non esistevano gruppi di azione cattolica) già "crociato della fede", si trasforma in virtuale "crociato politico" con i Comitati Civici; diventa insomma uno zelante propagantista politico della DC.
Ecco perchè da più parti fu detto che era una ingerenza della Chiesa nelle vicende politiche. Lo capì e lo disse perfino il cattolico liberale don Luigi Sturzo: "La Dc è diventata debitrice dell'Azione Cattolica".
La vittoria ci fu, ed era forse indispensabile per l'Italia, ma mostrò e perpetuò una arretratezza politica del Paese: la dipendenza del cattolicesimo politico dalle gerarchie. E quando queste diventarono poco influenti, la prima vittima fu proprio Luigi Gedda.
Prima colpo nel 1952, quando appoggiò una operazione di una alleanza tra Dc e destre per il Comune di Roma - operazione che fu fatta fallire (parole di Sturzo del 1959) "dai comunistelli di sagrestia, da sinistri delusi, da impiegati nelle cento aziende di Mattei, dagli scrittori del Giorno".

"Il secondo colpo per Gedda fu quello fatale. Morto Pio XII nel 1958, con l'elezione di Giovanni XXIII, Gedda conobbe una progressiva eclissi. Il suo giudizio sulle scelte e sui toni di papa Roncalli non era entusiasta. Finirono i tempi della mobilitazione. De Gasperi era morto già da quattro anni, e l'Italia era profondamente cambiata, era all'inizio del "miracolo economico". I produttori dovevano vendere, e i media diedero a loro un apporto non indifferente per far cadere tanti tabù degli italiani "timorati di Dio".
Infatti, il nuovo corso di Giovanni XXIII fu di apertura alle sinistre. Fanfani si diede da fare e nel 1963, crea il primo governo di centrosinistra presieduto da Moro. Gedda, che ricorda un passato tradizionalista, a quel punto deve essere messo da parte. I presidenti dell'Ac debbono essere uomini del "nuovo corso" pragmatico della DC. La metamorfosi delle associazioni cattoliche in "compagne di strada" dei comunisti non tarderà molto: Acli, Scout, Ac, scelgono il "primato dei poveri" e la "redenzione degli umili".

Nascono in questi anni le due tendenze del mondo cattolico: quella ufficiale dell'Ac, aperta e forse sfondata a sinistra, come mostra il trionfo del modello dossettiano ("il bolscevico bianco") del cattocomunismo, nato e allevato proprio in Ac; e quella del buon senso della maggioranza dei fedeli, indotta a continuare a votare DC "turandosi il naso" solo per la paura di quel comunismo, che non subito ma (aiutato da tangentopoli e dallo sfascio della DC) solo nel 1996 andò al governo insieme con gran parte dei dirigenti dell'Ac.
(sintesi di un articolo di Gianfranco Morra da "Libero" del 28 settembre 2000).

"Terzo colpo e altra sconfitta, quando Gedda fu richiamato in servizio nel 1972 al referendum per l'abolizione del divorzio. Toccò a Gedda, al vecchio combattente organizzarlo e... perderlo. Ormai non lottava più solo contro il vecchio nemico rosso, ma contro una parte non piccola della sua Ac, che aveva assunto una posizione favorevole al mantenimento del divorzio ("cattolici del no"), primo passo per collocare i suoi esponenti nelle liste elettorali del Pci.
Fu la sua ultima sconfitta. E fu la sua ultima testimonianza di coerenza e di dignità. Perchè in questi ultimi impegni, più propriamente etico-religiosi, erano ben più importanti e validi di quello che profuse per far vincere la Dc nel 1948". (Ib.)

"Nel 1948, Pio XII e Gedda conquistarono democraticamente il potere in Italia. Ma la Dc, che da quelle elezioni emerse come forza incontrastata, non gliene fu grata. Se ci fu un uomo odiato da molti democristiani fu appunto Luigi Gedda. Si temette infatti che egli, capo reale del popolo cattolico italiano, potesse usare questa forza per insidiare il principio del partito democratico cristiano. Gli fu ostile De Gasperi, gli furono ostili la sinistra democristiana di Dossetti e Fanfani. Ma soprattutto, è il caso più singolare, egli ebbe ostili parti rilevanti dell'Azione cattolica: gli universitari cattolici, i laureati cattolici, tutta la rete che faceva capo a monsignor Giovanni Battista Montini, che pure era sostenitore dell'appoggio della chiesa alla Dc, ma che voleva che fosse il partito, e non l'Azione cattolica, a ereditare la forza politica conquistata attraverso le elezioni"...."Gedda dovette subire l'ostilità interna all'Azione cattolica, fino al punto che la stessa Giac, con Carlo Carretto, lo abbandonò e abbandonò il Papa negli anni Cinquanta contribuendo così all'isolamento di Luigi Gedda. Il suo tempo era finito"...... " Di lui neanche la chiesa cattolica conserva un ricordo, non credo che egli sarà adeguatamente commemorato e la democrazia italiana non accetta di annoverare i Comitati civici di Gedda tra i suoi fondatori, appunto per la sua cultura laica".
(articolo di Gianni Baget Bozzo da "Il Giornale" del 28 settembre 2000, commemorando Gedda)

Torniamo proprio al 1948, e a De Gasperi. Fin dall'inizio di questa mobilitazione cattolica, il clerico-moderato De Gasperi inizia ad avere aspri dissidi con Pio XII; non respinge il contributo di queste campagne elettorali, di tipo sanfediste, ma nemmeno vuole "uno smantellamento delle poche autonomie del laicato sopravvissute sotto Pio XI e un'attenzione spasmodica, multiforme, martellante, quasi ossessiva per i mezzi di comunicazione di massa" (ib. pag. 96), su cui Gedda e Pio XII hanno concentrato i loro sforzi e ne hanno fatto una direttrice di attacco.

E se De Gasperi non ha fiducia in Pio XII, Pacelli non ha fiducia nei partiti, anche se uno è ben saldo in mano a un cattolico e si chiama "Democrazia Cristiana". De Gasperi temendo di perdere lo scontro con le agguerrite legioni di Togliatti ( una possente macchina organizzativa - 2 milioni di iscritti, 36mila cellule, una galassia di sindacati, strutture organizzative, che ha aggregato
attorno a sé altri partiti della sinistra, che organizza scioperi di massa, manifestazioni di piazza, quindi capace di assestare una spallata definitiva per gettare l'Italia verso Est. ) espresse alcune preoccupazioni; ma gli dissero al di là del Tevere, che non si doveva preoccupare "per l'elettorato ci penserà Gedda con le sue "Crociate del Grande Ritorno". Pio XII insomma non crede nella DC come "partito cristiano" e le sue speranze di una vittoria sono riposte solo nei Comitati Civici. Questi dovrebbero risvegliare nel popolo il sentimento cristiano per renderlo capace di condizionare le vicende politiche.
Fino a quando questa collaborazione fu possibile la Democrazia Cristiana rimase piuttosto compatta, poi venne la moda di considerare
l'assurda esistenza di una sinistra e di una destra all'interno del medesimo partito, la partitocrazia, il trasformismo e il crollo di ciò che la direttiva di Pio XII, Primate d'Italia, aveva creato. (l'assurdo sarà poi una realtà nel '94)

Infatti, accadrà, iniziando dal 1953-54, che non saranno più i Comitati civici a condizionare la DC, ma sarà la potente DC "partitocratica" a fagocitarli.
Di quelle elezioni del '48, Gedda sembrò, uno dei vincitori, ma il vero vincitore fu De Gasperi, e con lui i cattolici liberali, anche se i due non furono certo i maggiori protagonisti della vittoria elettorale della Democrazia cristiana (la testimonianza di Andreotti in questo senso è esplicita).
Non dimentichiamo le aspre requisitorie in USA, con Truman e la sua "dottrina", pronta ad intervenire ovunque, quindi anche in Italia, per sostenere la libera democrazia; infine Marshall (20 marzo 1948 - a un mese dalle elezioni del 18 aprile) minacciò di far cessare gli aiuti economici all'Italia nel caso di una vittoria elettorale di comunisti e socialisti.
Ma a parte gli aiuti, economici e alimentari "....l'immaginario collettivo della popolazione era rivolto al mito americano, mentre i due maggiori partiti della sinistra, facevano critiche a questo mito, talune giuste, ma non avevano da contrapporre idee sul modello da realizzare, e del resto la preferenza per il liberismo era diffusa anche tra i pochi economisti italiani che pur si riconoscevano nei programmi della sinistra".
(Tranfaglia, La storia, l'Età contemporanea, 5 vol. pag 88, Garzanti).
"D'altra parte, Secchia, allora capo dell'organizzazione comunista, non nascondeva critiche alla posizione di Togliatti prevalente nel partito che pareva condannare i comunisti, in assenza di una scelta rivoluzionaria peraltro problematica per ragioni internazionali ma anche interne"
(Ib. pag 89).

Prima ci fu la rottura dei governi di unità nazionale, poi alla coalizione centrista, e alla Dc in primo luogo si presentarono problemi politici di una certa gravità. Nel 1952 la Dc iniziò a perdere voti al Sud, ma anche al Nord i cattolici perdevano consensi a favore dei partiti della sinistra.
Le scomuniche che arrivarono dalla Santa Sede nei riguardi dei militanti comunisti, estese ai simpatizzanti socialisti, invece di allargare il suffragio ai democristiani, inasprirono i rapporti. Situazioni tese nelle fabbriche del nord, situazioni critiche nelle campagne del Sud.
Di fronte al pericolo di aprire la strada a una maggioranza della sinistra o a una situazione di ingovernabilità (nonostante l'apporto dei liberali, dei repubblicani, dei socialdemocratici) De Gasperi si trovò di fronte a forti pressioni della gerarchia ecclesiastica che lo invitavano ad aprire alle forze di destra.

Ma l' "Esperimento Sturzo" fallì clamorosamente.

"Nell’Operazione Sturzo, il Papa avrebbe voluto la costituzione di un’unica lista per le elezioni comunali romane fra tutti i partiti anticomunisti, e incaricò don Luigi Sturzo di condurre appunto l’operazione. Il Papa l'ideatore, Gedda come al solito l'organizzatore; pronto a mobilitare le sue legioni, e a far piovere dal cielo (milioni di manifestini dagli aerei) i "messaggi della fede".

"Ma Papa Pio XII e Gedda, che nel frattempo era diventato Presidente generale dell’ACI, dovettero subire il rifiuto di tutti i Presidenti dei rami dell’ACI, e cioè
"[...] Carretto (Giac), Badaloni (Maestri Cattolici), Miceli (Gioventù Femminile) e Carmela Rossi (Donne Cattoliche), come pure la Fuci e i Laureati Cattolici; e questo perché l’operazione Sturzo coinvolgeva l’elettorato di destra. Soltanto Maltarello, presidente degli Uomini di Ac, si dichiarò favorevole" . 
"Gedda trova il Papa "molto triste" che "[...] osserva che l’Azione Cattolica collabora non con la Chiesa ma con la Democrazia Cristiana" , che gli parla di "amare scoperte" , arrivando ad affermare che "l’Azione Cattolica, per la quale sono stati fatti tanti sacrifici, non è più nostra" .
"In questo periodo matura il "ribaltamento" del pensiero di Carlo Carretto — che il 17 ottobre 1952 rassegna le dimissioni — la cui trasformazione si deve soprattutto "[...] all’influenza degli uomini della Democrazia Cristiana che lavoravano per un’intesa con i comunisti, e in particolare a Giuseppe Dossetti" .

( L. Gedda, "18 aprile 1948". Memorie inedite dell’artefice della sconfitta del Fronte Popolare).

Dunque il pericolo rimaneva ed era imminente ( davanti c'erano le elezioni politiche del 7 giugno 1953). Verosimilmente ci furono pressione delle gerarchie ecclesiastiche, quando De Gasperi propose quel disegno di legge elettorale che l'opposizione battezzò "legge truffa". O forse sottovalutò il vasto movimento di opinione contrario e i dubbi sorti anche all'interno dei partiti di governo.
La legge (che ricordava un po' la legge Acerbo del '23, che fu il preludio alla dittatura di Mussolini - e don Sturzo cadde proprio perchè si era opposto a questa legge) introduceva per i partiti "apparentati" che conseguissero il 50,1 per cento dei voti un premio di maggioranza da far conquistare due terzi dei seggi.
Ma alle elezioni, per una manciata di voti (57.000) la legge non scattò.
Ad Alcide De Gasperi si diede la responsabilità di questa sconfitta, che infatti segnò la fine della sua lunga carriera (un anno prima della morte) e segnò il tramonto di quella coalizione di centro che resse l'Italia nella prima legislatura della repubblica.
Molti affermano che il cattolico ed antifascista De Gasperi fu proprio lui a dire di no al Vaticano ed all'anziano don Sturzo opponendosi all'apertura a destra.
Il Vaticano non glielo perdonò mai ed il pontefice Pio XII non ricevette lo statista in occasione del trentesimo anniversario del suo matrimonio.
In effetti aria di fronda verso la DC c'era, visto che Gedda scriverà poi nelle sue "Memorie inedite" (Mondadori, Milano 1998) "
"Gli chiedo (a Pio XII) se dobbiamo continuare ad appoggiare la Dc con i Comitati Civici ed Egli approva questo orientamento, ma consiglia di non attaccare le destre perché non diventino a loro volta anticlericali".

E sappiamo che da quel momento, attraverso una lunga e difficoltosa transizione, la DC il maggior partito italiano, si muove, tra oscillazioni e incertezze, passi avanti e ritorni all'indietro, o verso l'incontro con una parte della sinistra ritenendo indifferibile una stagione nuova, di moderato riformismo. E più avanti, scomparso De Gasperi, concorreranno a determinare la direzione di quel processo prima di tutto fattori internazionali (destalinizzazione intrapresa da Kruscev), poi interni (ascesa di Papa Giovanni XXIII che si dedicarà più ai compiti evangelici e pastorali piuttosto che a quelli ideologici).

Nella DC degasperiana, molti nuovi emergenti personaggi iniziano ad occuparsi solo di se stessi, alcuni iniziano perfino a identificarsi con le stesse strutture della democrazia. Don Sturzo la battezza subito "partitocrazia". E criticando, criticando, diventa perfino un "rompiscatole"; ma sono critiche che dopo essere disceso nella tomba e a distanza di anni sono critiche di una grande modernità, o meglio sono delle profezie (vedi). E non aveva ancora visto nulla; lui infatti morì nel 1959.

Se nel '23 Mussolini lo aveva emarginato perchè lo temeva, nel '45 dopo il suo rientro, per le sue idee lo avevano preso per matto, un "rompiscatole", un "catto-comunista".
Persino La Pira giunse a dire che "tornando dall'esilio, Don Sturzo era rincretinito", solo perchè il prete ribelle - nel tentativo di creare in Italia una società
cristiana e socialista, seguitò a fare nei suoi ultimi anni una durissima critica allo statalismo, al demagogico populismo, a bacchettare i politici in cerca del potere per il potere.

E con Don Sturzo, "matto" era anche Dossetti (altro accusato di essere un "prete bolscevico") pure lui se non proprio emarginato, auto-emarginatosi perchè sdegnato: famosa la sua frase a un latifondista che si lamentava degli scioperi; "... ma chi spinge i braccianti a scioperare? I comunisti, o voi altri, col vostro sporco egoismo, col vostro desiderio di fare sempre più soldi sulla pelle degli altri?"


La DC in quel periodo è divisa in tre tronconi: con un centro destra moderato (ma immobile perchè sa di essere poco amato); con una sinistra che come i comunisti e socialisti bada alle istanze di giustizia sociale; ed infine un altro gruppo sempre di sinistra che però è impegnato essenzialmente a rovesciare i rapporti di forza interni al partito e a porre termine a quella che loro chiamano "dittatura degasperiana". Questa insofferenza verso il potere assoluto dell'uomo trentino era già emersa alla fine del 1948, quando a Pesaro Fernando Tambroni sbottò: "La Dc è in dominio e dittatura di 25 persone che si valgono dei richiami alla disciplina di partito per impedire manifestazioni di critica alle loro direttive".
Ma poi anche a Trento il 9 agosto del 1951 (De Gasperi dopo le dimissioni dal governo era riuscito a superare la crisi e il 26 luglio aveva formato il suo VII ministero), in un articolo
(allora era direttore dell'Adige) si fece sentire l'insofferenza di FLAMINIO PICCOLI . Evidentemente risentendo del clima particolare del momento, lui denunciava una certa "preoccupazione, perché aspettative profonde della cattolicità non trovavano un'adeguata risposta nel mondo politico"; e denunciava che "la Dc stava per scendere a soluzioni provvisorie di determinati problemi politici, economici, amministrativi, alla stregue di un consueto buon senso comune e nell'equilibrio del buon amministratore".
E continuava: " Nel concreto non è possibile che la DC sia semplicemente l'erede di un "buon ordine" liberale e di un "andantino sociale giolittiano", perché in questo caso tradirebbe il suo nome e il suo mandato e allontanerebbe da essa quelle folle che sono attratte proprio dalla suggestione cristiana". Era insomma un attacco al suo illustre concittadino, allora al vertice del partito e al governo sette volte.

De Gasperi gli rispose indirettamente, con tatto diplomatico. Due mentalità diverse, con due esperienze molto diverse, si scontravano. Piccoli legato al reale immediato, e che obbediva alle idee e ai principi; De Gasèeri legato a una universalistica visione delle cose, per la quale si poteva, anzi si doveva, sacrificare il contingente.
Ma poi venne il fallimento di Roma e quello della legge elettorale; entrambe le due cose inflissero una mazzata al prestigio personale di De Gasperi. Qualcuno brindò alla sua disgrazia. E pur avendo vinte le elezioni, De Gasperi non riuscì a ottenere la fiducia al suo VIII governo (un monocolore democristiano) per l'abbandono dei suoi vecchi alleati (263 si, 282 no, 37 astenuti).

Era il 28 luglio 1953. La DC non riuscì a trovare un accordo al suo interno, e faticò a dare una chiara indicazione; fece poi il nome del quasi anonimo Giuseppe Pella, un biellese garbato ma di doti non eccelse.
Pella forma il suo governo che ottiene una fiducia con 315 si, 215 no, 44 astenuti. Ma dopo quattro mesi è già alle corde (non prima di aver fatto un colpo di testa risolvendo un problema più grande di lui; male interpretando un discorso di Tito spedì sei divisioni alla frontiera orientale - facendo tenere il fiato sospeso a molti italiani e ovviamente alla politica internazionale).

De Gasperi che in quel suo governo si aspettava almeno un ministero, quello degli Esteri, da Pella (!?) non ebbe invece nemmeno un incarico, fu messo da parte. Poi a settembre al consiglio della Dc gli diedero un contentino: lo nominarono segretario generale del partito, ma nemmeno all'unanimità, infatti, 49 schede erano per il sì, 22 erano schede bianche.
La stessa sorte più tardi toccherà a Fanfani, poi a Rumor, per finire con Moro (senti il discorso- una carica che conta nulla ) pochi mesi prima della sua eliminazione fisica.

A Napoli, nel giugno del 1954, De Gasperi interviene al suo ultimo congresso. Riafferma l'impegno democratico e popolare della DC e il più scrupoloso rispetto di tutte le libertà. Parla ancora una volta da grande statista. Ma il 19 agosto muore improvvisamente a Sella Valsugana.

E la DC che ha fondato e che ha lasciato? Un vero "puzzle". Di correnti, di uomini, di pacchetti di tessere di questo o quell'altro, che rappresentano non le qualità del personaggio ma il potere che ha nel suo feudo.
E per andare a Roma a fare governi o il ministro, da quel momento conteranno più le tessere che le qualità di politico.
Come se le procura le tessere? Sono gli anni dove il rampante di turno, nelle province contadine, visita personalmente seminari, monache, curati, associazioni, amministrazioni comunali, per ottenere voti e tessere. Alcuni delfini, spesso solo bortaborse ma ambiziosi quanto il loro "padrino", invadono perfino il territorio del proprio benefattore, e sono loro a fare incetta di voti distribuendo i propri "santini" o elargendo benefici di ogni sorta con le amministrazioni comunali, gli enti locali o le varie associazioni.
Quanto a ideologie delle varie correnti, altro puzzle. Pochi si espongono, spesso i furbi fanno di nascosto delle incredibili alleanze. Ai voti dei vari consigli e congressi, le schede bianche spesso sono le anonime protagoniste di quei convegni. E altri convegni alcuni li fanno nei chiusi monasteri, per far congiure, singolari alleanze, o per esautorare il collega divenuto scomodo perchè troppo potente.

Poi, nel '92, a tangentopoli, si arriverà alla resa dei conti. La DC va allo sfascio con "Mani Pulite".
Tante dichiarazioni di innocenza sulle dazioni ambientali. La più singolare "perchè lo facevano tutti" e che loro lavoravano per il bene del Paese, per il mantenimento di quella politica che promuove il pluralismo e la libera espressione (le allegre "Partecipazioni Statali" e "l'assistenzialismo" che aprivano le voragini nei conti pubblici erano anche quelle "per il bene del Paese" !!)

Alcuni esponenti di spicco provocheranno (nello "spettacolo" offerto dalle Tv) nei cittadini (e anche nei vecchi leader storici del partito) un senso di disprezzo e di vergogna.
Cossiga in lacrime ruppe il silenzio e dal suo auto-esilio si lanciò in un'esternazione terrificante: "DC da lapidare. I dirigenti Dc? la gente li prenderà a sassate per la strada. Io non li ho buttati giù dalle scale, ma la gente non avrà i miei scrupoli."
(Da Il Secolo XIX, del 1° maggio).
La DC insomma si avviò allo sfascio. E toccò al mite Martinazzoli mettere non una ma due volte il sigillo di chiusura ad un lungo capitolo della storia politica italiana; a mettere la pietra tombale su un grande partito.

MINO MARTINAZZOLI (segretario della DC dall'ottobre '92) aveva preso a gennaio '94 atto della scissione dentro il suo partito. Se n'erano andati i neocentristi, fra cui CASINI, MASTELLA, FUMAGALLI, ONOFRIO e altri. Avevano creato il CCD intenzionati a convergere verso quelle alleanze che Berlusconi a inizio '94 stava mettendo insieme con il nuovissimo schieramento di centro-destra. Martinazzoli dalle rimanenti ceneri della DC aveva tenuto a battesimo il nuovo partito Partito Popolare e si era tornati dunque alle radici, al partito di Don Sturzo con un programma ambizioso. "Un rinnovamento politico e morale" disse mentre sugli schermi casalinghi erano ancora recenti le immagini "immorali".
Gli altri - quelli che lo lasciarono e fondarono il Ccd- si affrettarono a dire che semmai erano loro ad ispirarsi a Don Sturzo e non Martinazzoli. A chi credere non era facile.

A quel punto anche chi aveva studiato Scienze Politiche non aveva (da una parte e anche dall'altra) capito più nulla, perchè qui non si trattava solo più di piccole sfumature di "correnti", ma si parlava di un netto bipolarismo: di destra e di sinistra con gli ex democristiani un po' da una parte e un po' dall'altra. E se non capivano loro con una laurea in tasca e dopo aver fatto della Politica una professione, figuriamoci il comune elettore.

Che una piccola parte della DC potesse allearsi con la destra, questa era una ipotesi che si poteva benissimo prendere in considerazione, ma che poi metà DC emigrasse in una alleanza - se pure elettorale - con dentro i comunisti, questo da molti era ritenuta una vera e propria eresia. Dopo quasi mezzo secolo di feroce anticomunismo e con le minacce dai pulpiti con le scomuniche, questa inversione di marcia la gente normale mica poteva capirla. Sfuggiva a tutte le logiche passate e presenti.

I vecchi leader, quelli ancora in circolazione, con varie giustificazioni e motivazioni fecero nella propaganda elettorale dei veri e propri esercizi ginnici, dove predominanti c'erano le capriole, con i doppi e i tripli salti mortali, pur di ritagliarsi uno spazio politico nelle nuove formazioni e nei nuovi movimenti che nascevano in ogni angolo del Paese (311 furono i simboli alle elezioni politiche del marzo 1994); alcuni con una ideologia ben precisa (nonostante tutto conservata ad oltranza, legata alle idee e non ai singoli uomini) altri usando sotterfugi per confondere l'elettorato, e altri ancora solo per salvaguardare i propri interessi. Un monsignore a Vicenza, rivolto alle tante "sirene incantatrici" ex democristiane , sul giornale locale fu molto lapidario "....almeno abbiate il pudore di fare silenzio, e lasciateci piangere dalla vergogna in pace". Quanta amarezza deve aver provato quel prete e tanti altri preti!

MARTINAZZOLI durò poco come segretario; poco più di due mesi, 70 giorni. Quanto agli altri non è che espressero idee, la maggior parte furono solo "utilizzati" dal nuovo alleato che di Dottrine Politiche non sapeva proprio cosa farsene, lui voleva solo voti; possibilmente di coloro che ultimamente erano nella totale confusione. Ed erano tanti. A un sondaggio, a due settimane dalle elezioni, 2 su 3 italiani non sapeva ancora per chi votare. E non era facile scegliere. I partiti storici o non storici con dentro ancora qualche rimasuglio di decennali ideologie, alcuni noti loro rappresentanti, dalla sera alla mattina entravano o uscivano dai più incredibili schieramenti. Non era sicuro nemmeno l'elettore dopo aver votato ed essere uscito dalla cabina di aver aver fatto una scelta precisa. Chi infatti scelse ad esempio Tremonti per opporsi al voto di Berlusconi, ritrovò la settimana dopo il suo candidato proprio con Berlusconi. Chi senza ombre di dubbio aveva scelto l'irruente tribuno Bossi, e aveva votato Lega, si ritrovò proprio a fianco di quello che il loro stesso leader poche settimane prima aveva indicato essere un "forcaiolo fascista".

Il 27 marzo 1994, vittoria di Berlusconi, il PPI ha dunque subìto una dura sconfitta. La ex DC con lo storico simbolo ha ottenuto solo 33 seggi alla Camera e 27 seggi al Senato. Se riandiamo alle ultime elezioni del '92 con la DC ancora intera se ne contavano rispettivamente 206 e 107. Dunque una "strage" di deputati, una lunga interminabile fila di "trombati". Martinazzoli deluso, ma anche contestato (come se fosse lui il responsabile del crollo della DC), si dimette: "Lascio la politica, torno a fare l'avvocato a Brescia".
Sparita la DC, spariva anche il PPI.

Oltre Cossiga, a commentare la biasimevole uscita di scena della storica DC, troviamo proprio uno di quei fondatori, ancora in vita, AMINTORE FANFANI. Il vecchio leader, anche lui uno dei più grandi protagonisti della vita politica italiana di mezzo secolo; affermerà amareggiato: "La nostra colpa é quella di avere allevato troppi uomini mediocri". De Gasperi amareggiato lo aveva già capito nel 1953! Lui del resto era più uomo di Stato che uomo di parte e di partito.

Si stava dunque alle elezioni assistendo in Italia al declino del voto ideologico. Roma - "La ricerca del Censis mostra il declino del voto ideologico: la stragrande maggioranza degli elettori preferisce definirsi ricorrendo alle categorie: di destra (16,16), di centro (13,9), di sinistra (19,6), moderato (10,2), progressista (12,6). Soltanto il 4,4 per cento si definisce comunista e soltanto l'un per cento fascista". (Comun. Ansa).

Con queste modeste cifre, non deve far meraviglia che ognuno tentava di tirare per la giacca gli elettori di queste categorie dentro il suo partito .
Qualcuno aveva avuto il buon gusto di defilarsi, ma altri tornarono alla ribalta con le facce di bronzo. Spaccature, divorzi e "unioni" anche incestuosi non si contarono nelle varie segreterie; nel partito democristiano le separazioni, i divorzi, e i nuovi matrimoni furono i più insoliti. Gruppi che si spostavano a destra e altri che emigravano a sinistra, parroci che parlavano bene della Lega e preti che pur con tanta amarezza si buttavano nelle braccia dei verdi o dei comunisti. Perfino le monache "tinsero" di rosso le loro coscienze. Clamoroso fu lo spoglio di un seggio in una città Veneta (Vicenza) dove la presenza di suore di un grande istituto era il 90% degli elettori del seggio; i comunisti in quel seggio presero il 60%.
Il vecchio slogan del '48 "Dio in cabina ti vede, Stalin no" quel giorno non funzionò.

Se qualcuno aveva ancora dei dubbi nel 1903, nel 1919, nel 1922, e nel secondo dopoguerra, che dentro i cattolici si celasse un elettorato di destra e di sinistra, con il maremoto in atto, dal mare dell'ambiguità emersero in superficie e alla luce del sole queste due realtà.
Il Paese aveva solo più due colori: il ROSSO e il NERO.
 

FINE