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A CESARE CIO’ CHE E’ DI CESARE……

di Libertango, Casarano 22/04/05

libertango2005@libero.it

 

Probabilmente molti lettori del sito, leggeranno qualche riga di questa pagina e subito dopo clikkeranno da qualche altra parte, lo so e l’ho preventivato, ma chi arriverà alla fine di questo scritto ne capirà il messaggio (qualora venisse pubblicato)…. Un bel respiro, pronti…VIA!! :

In un passo di una lettera di Carlo Magno a Papa Leone III di circa dodici secoli, fa possiamo leggere: «E’ mio vivo desiderio creare con Vostra Santità in quest'anno di grazia 796 un patto inviolabile di fede e di carità, in virtù del quale l'Apostolica Benedizione possa seguirmi ovunque e la Santa Sede Romana possa essere costantemente difesa dalla mia devozione. Spetta a me difendere con le armi in ogni luogo e con l'aiuto della Divina Provvidenza la Santa Chiesa di Cristo, combattendo contro le incursioni dei pagani e le devastazioni degli infedeli e proteggendo la diffusione della fede cattolica. A voi, Santissimo Padre, spetta invece il compito di aiutare con le Vostre preghiere il successo delle nostre armi».

Estrapolato dal contesto, il brano parrebbe una bozza di protocollo d’intesa, un’ipotesi di schema che fissi le pertinenze del potere politico e dell’autorità religiosa, con un primato di questa su quello, offerto da Carlo Magno a Leone III, e in forma di devozione assai deferente, dacché ne sarebbe venuta poi la sua incoronazione a Imperatore, per fatto pattuito. In altro modo il brano riportato parrebbe – in nuce – un manifesto fondativo dell’Occidente. Se lo è, è come per bilanciamento d’un altro manifesto fondativo dell’Occidente: la Donazione di Costantino che Lorenzo Valla dimostrò falsa (De falso credita et ementita Constatini donatione declamatio). Le cose, per quanto attiene a questa lettera di Carlo Magno al Papa, stanno in modo diverso. L’estrapolazione dal contesto ha un chiaro e forte intento di provocazione, come per un richiamo metastorico, nell’allusione al nodo Stato-Chiesa. Le cose, dunque, stanno un pochino in modo differente. E qualche breve considerazione al riguardo ritengo non sarà del tutto inutile.

La lettera di Carlo Magno a Leone III  è la risposta a una lettera di quello. Lettera che, non essendo allora ancora in uso l’odierna datazione Anno Domini, è datata ”Anno del nobile Carlo, Illustre Re dei Franchi e dei Longobardi e Patricius dei Romani”. Leone III è salito al Soglio Pontificio da pochi mesi e s’è trovato nelle mani il pasticciaccio teologico scoppiato sotto il Pontificato del suo predecessore, Adriano I, col Secondo Concilio di Nicea (787). Cos’era accaduto? In breve: s’era gettato il seme della discordia che porterà, dopo due secoli e mezzo circa, allo scisma d’Oriente. Come sempre, è nel dettaglio che il Male si compiace di sé: due termini greci contenuti nei resoconti conciliari, proskynesis e latria, furono tradoti da un chierico romano un po’ zotico con un unico termine, adoratio; fu il tanto che autorizzava un identico culto per Dio e per le sue immagini (e per “immagini” s’intenda anche Eucaristia, Croce, Scrittura, ecc., la diatriba non è di mera iconologia). Nel giro di uno o due anni questa traduzione arriva alla corte di Carlo Magno in Francia, che grida allo scandalo, e sforna i Libri Carolini (Capitulare de Imaginibus), ancora non si sa bene se ci metta mano di più Teodulfo o di più Alcuino, che vengono inviati in bozza a Roma per avere l’imprimatur da Adriano I. Il Papa capisce che, se lo fa, si apre una lacerante contesa tra Oriente e Occidente, tra franchi e greci, anche perché nei Carolini i primi ci sono andati giù di brutto contro i primi. E rimanda al mittente la bozza, glossata di confutazione punto per punto. Carlo ci rimane assai male, ma che può fare? Mica si può discutere l’autorità papale in campo teologico: archivia i Libri Carolini, ma non demorde, e dà impulso all’apertura di un altro Concilio, quello di Francoforte, del 794: "si tenne nell'assemblea una discussione riguardo al Sinodo dei Greci, che era stato convocato a Costantinopoli per decretare l'adorazione delle immagini, nel quale era stato scritto che si scagliava l'anatema contro coloro che non avessero offerto servitù o adorazione alle immagini dei Santi, così come alla Trinità deificatrice. In tutti i modi i santissimi nostri padri [...] rigettarono con disprezzo l'adorazione e la servitù, e condannarono coloro che accettavano questa dottrina" (Conc. Aevi Kar., I, II, 1, p. 165). Muore Adriano I, Leone III è fatto Papa. Trova subito ostilità nell’ambiente romano e ha bisogno di un aiuto: scrive a Carlo, metà rampogna, metà lusinga. Carlo riceve quella lettera con un certo fastidio, perché la faccenda dei Libri Carolini gli ha fatto ulteriormente maturare l’idea di una Mater Ecclesia Universalis (non necessariamente a guida papalina) che unisse ed evangelizzasse tutti i popoli della terra, va’ a capire se l’afflato fosse religioso o militare. Ma sta al gioco e risponde: pure lui, metà lusinga e metà rampogna (invita Leone III  a non avere costumi lascivi, perché così si dice in giro), ma ormai è chiaro che sono necessari l’uno all’altro, cominciano a scambiarsi favori. Il Papa chiede a Carlo di sterminargli gli Avari, gente assai eretica; Carlo chiede al Papa di convocargli un altro Concilio che anatemizzi gli Adozianistici, che poi saranno sterminati pure loro. Sul sangue comincia a saldarsi il patto che porterà nella famosa notte di Natale dell’800 all’incoronazione di Carlo a Imperatore.

Lì sì. Lì, Carlo è in ginocchio davanti a Leone III. Ma in realtà sono già da tempo l’uno utile all’altro, reciprocamente indispensabili. E dunque, mi permetterei di dire: nel maneggiare il metastorico, mai cedere alla tentazione di credere che il nodo Stato-Chiesa si risolva tutto nell’inginocchiarsi di un politico dall’adamantina fede cattolica davanti a un Papa, offrendogli servigi e riavendone una qualsiasi forma di legittimazione. Le cose sono un poco diverse: quello che salda bene i patti è il ricatto reciproco. Se non si spezza il vincolo del ricatto, continueranno per altri dodici secoli.

  

 

Perché possiamo non dirci “bruniani”.

 

 

Ciò che era scongiurabile perché troppo prevedibile è avvenuto ed ora a  chi come me  è contrario all’istituzionalizzazione e all’assolutizzazione della religione (vale a dire alla morte della fede), non resta che prenderne atto. Ciò che Joseph Ratzinger rappresenta e dice lo sappiamo da tempo e non tesseremo certamente le sue lodi, come ha fatto qualche Elefantino in compagnia di qualche vanesio ed ossequioso intellettuale. No, non spanderemo incensi né agiteremo le manine in segno di giubilo. L’elezione di un pontefice, soprattutto in un Paese come il nostro in cui dalla politica alla società forte e condizionante è l’ingerenza della Chiesa, non è cosa di poco conto. Ci riguarda tutti, cattolici e/o laici, atei, agnostici e/o religiosi più o meno liberi. E quella di Benedetto XVI è un’elezione che comporterà inevitabili ripercussioni nella nostra vita, non importa se in sintonia o no, se in concordanza o no, con la visione della gerarchia ecclesiastica. Ci attende una sfida cui non potremo e non dovremo sottrarci: da un lato, infatti, avremo la riproposta sotto nuova veste, e con maggiore vigore, dell’impianto tomista che da secoli sorregge la dogmatica cattolica e dall’altro tutto quanto verrà tacciato di eretico relativismo. E’ in questo senso che, dinanzi ad un’offensiva non tanto militante quanto militarizzata che puzza a tre miglia d’inquisizione e Sant’Uffizio, dovremo avere il coraggio di proclamarci tutti bruniani. Sì, avete capito bene, bruniani, recependo e continuando quello spirito di libertà, intesa come rigorosa fedeltà alla propria coscienza, che Giordano Bruno seppe incarnare ed esprimere sino a bruciare nel rogo in Campo de’ Fiori in quella lontana alba del 17 febbraio 1600. Ardeva, ardeva, Bruno, legato a un palo e con la mordacchia che gli immobilizzava la lingua. Le fiamme che si levavano dal suo corpo ci hanno indicato un tracciato, un percorso, una speranza di cui è dobbiamo raccogliere il testimone. “Avete più paura voi ad emanare questa sentenza che non io nel riceverla”. Così, nove giorni prima, aveva commentato la sentenza di condanna dinanzi ai suoi carnefici inquisitori. Era vero. E’ vero. Avevano ed hanno, non paura ma terrore. E’ per questo che, proprio mentre ci sarebbe bisogno di intenso dialogo e aperture, si compattano, fanno quadrato attorno ad un blocco di potere e ideologia. E fioccano le prime raffiche, le prime sospettose attenzioni nei confronti del liberalismo, delle scelte che concernono l’individuo e la sua consapevole capacità decisionale. In questo scenario, lo ripeto, non possiamo che essere bruniani e dobbiamo esserlo se amiamo la libertà, quella vera, quella che non ci fa avere pregiudizi davanti a niente ed a nessuno.