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Che fine ha fatto la mia Casarano?

di Francesco De Matteis, Casarano 14/11/05

   francesco.dematteis@email.it 

 

Mi rendo conto che il titolo dato all'articolo che mi accingo a scrivere non è sicuramente uno dei piu' belli per racchiudere dei pensieri che riguardano la mia citta', pero' ritengo che alcune volte è meglio essere realisti e severi con noi stessi che nascondersi dietro un dito e far finta che tutto vada bene.
Devo dire che questo è  uno sfogo personale, ma che spero colpisca le coscienze di tutti perchè stiamo perdendo la nostra citta', il suo sviluppo che per decenni è stato punto di riferimento di tutto il Salento, le fabbriche che hanno fatto la storia e hanno dato tanto alle nostre famiglie.
Casarano ha vissuto il suo picco di sviluppo quando ero piccolo, anni 80 e sono cresciuto con la consapevolezza di vivere in una citta' in salute, forte delle proprie potenzialita' e del suo continuo sviluppo.
Ho visto crescere, ma nel vero senso della parola, la zona industriale che negli anni si è notevolmente popolata di aziende fino a diventare grande centro industriale di tutto il Salento.
Adesso invece qualcosa non funziona, la macchina che per tanti anni ha portato Casarano nell'olimpo economico si è inceppata. Non si vedono miglioramenti, anzi, si nota una regressione che piano piano avanza nella totale indifferenza di tanti che fanno finta di risolvere i problemi, ma invece, non fanno altro che portare la citta' in un tunnel maledetto.
E’ pur vero che tutto questo non è solo dovuto ad una politica locale ma bensi' a dei fattori che riguardano tutta la comunita' europea; mi riferisco al pericolo cinese che è ormai un problema reale, ma mi riferisco anche al mercato dell'Est che riguarda tutto il ramo calzaturiero; difendersi economicamente da nazioni che non hanno diritti civili e che continuano a far lavorare bambini, e non solo, per un tozzo di pane, è pressocche' impossibile.
 Noi pero' ci mettiamo del nostro, in quanto  stiamo andando verso un lassismo generale che non fa altro che allontanare o meglio rimandare, in un futuro prossimo, i gravi problemi che attanagliano la nostra economia.
per affermare che Casarano sta passando un brutto periodo non c'è bisogno di essere degli economi, basta vedere la gente, la comunita' casaranese che ritengo profondamente cambiata.
Una volta Casarano era fonte continua di tanti interessi, di politica (vera politica), di cultura, di ritrovo, di sport ora invece tutto si sta affievolendo, sintomo di malessere diffuso.
mi manca tanto Casarano, la citta' nella quale sono cresciuto, che non riconosco piu' .
mi manca quell'aria di fresco che tirava un tempo, in tutti i sensi e in tutti i campi della societa' casaranese, mi manca la gioventu' piena di interessi genuini pronta a spendere il proprio tempo per migliorare la citta'.
Certamente non si possono fare miracoli pero' iniziamo, tutti insieme, nel nostro piccolo, a fare un grande sforzo per far ritornare la nostra Casarano ad essere punto di riferimento in un Salento che cresce.

 

 

 

14/11/05 Caro Francesco, manca a tutti quella Casarano serena, che produceva benessere per tante famiglie, che non conosceva la parola crisi. Purtroppo stiamo vivendo un difficilissimo periodo con tanti posti di lavoro persi con gravi ripercussioni in tante famiglie. Che fare? Piangersi addosso non serve a nulla, fare finita di nulla è peggio, come suggerisci tu, bisogna guardare in faccia la realtà ed ognuno si assuma le propria responsabilità; i politici che debbono trovare tutte le soluzioni più idonee perché si possano insediare nuove realtà produttive, ricercare finanziamenti pubblici per ristrutturare un centro storico abbandonato a se stesso da troppi anni perchè diventi bello per la nostra città e conseguentemente attrattiva turistica. Purtroppo, sotto questo aspetto, pur avendo la nostra amministrazione comunale dimostrato un certo attivismo, di risultati riscontrabili ne abbiamo pochissimi. Gli imprenditori, quei pochi che sono rimasti, spero che riescano ad essere lungimiranti e a trovare delle idee che sappiano creare posti di lavoro. Purtroppo Caro Francesco, abbiamo “perso” quasi due generazioni di diversificazione nel mondo del lavoro, perché assorbite nel calzaturiero e per tale motivo oggi ci ritroviamo con poche persone che sanno fare qualcosa di diverso che ammortizzi la crisi calzaturiera. La speranza è nei giovani, che devono cercare nuove forme di lavoro, inventarsi la propria vita fuori dall’ambiente che ci ha dato tanto ma che adesso è fermo al palo. Certo, c’è bisogno di un grande sforzo comune, di spogliarsi di ogni legaccio che tiene fermo ogni energia, è un lusso che non ci possiamo permettere; questo, i nostri politici mi sembra non lo abbiano ancora compreso, avvezzi a scendere al confronto diretto affetti da una certa permalosità.

 

Eugenio Memmi tuttocasarano@tin.it

 

 

15/11/05 Quando un paese è in difficoltà, economica, sociale, culturale, morale… non servono i partiti della competizione distruttiva. Occorrono le idee, gli sforzi, le capacità di tutti, indistintamente. Occorre avere il coraggio di levare dal cervello il tartaro della divisione ai fini del potere vano ed illuminarlo di intelligenza pura. Perché non ci vuole tanto a capire che essere unicamente di parte significa fregarsene della sorte di un territorio per i propri freddi interessi, senza vergogna alcuna. E’ solo favola o leggenda quella che potrebbero leggere, domani, i nostri figli sui libri? Quando ad un certo punto, sull’orlo del precipizio, i candidati al governo di una città, una regione, uno stato, insieme abbiamo deciso di fare un passo indietro per costruire? Cos’è che frena una cosa così buona, così giusta? Cos’è? Esiste forse nella politica dell’uomo l’unica competizione, quella distruttiva, che lo fa vivere appartato mentre il resto crolla,  pensando di aver vinto qualcosa, di aver abbattuto qualcuno?

 

Giorgio Greco   greco.giorg@tiscali.it