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Embrioni lo fummo tutti: e allora?!?!?!?

 

di Libertango, Casarano 16/05/05

 

 

Non è un caso che il fronte antireferendario stia spendendo tanta convulsa lena nel tentativo di esaurire il dibattito sulla legge 40/2004 nella questione embrionale, marginalizzando il tema delle libertà dell’individuo, come se esse fossero in radice o in subordine alla tutela dell’embrione: nel tacere del problema vero, evocandone uno che ne sarebbe il nodo, v'è la loro unica speranza di vincere la partita. Si comprende bene, dunque, per quale motivo tutte o gran parte delle argomentazioni di quel fronte tendano a riproporci l'assunto, peraltro indimostrabile e perciò sorretto da ragioni tuzioristiche, che trova forma nell’equazione “embrione = persona”. L’invito, pressante fino all’ingiunzione, è quello di discutere solo di embrioni, da ex embrioni. Eppure, così come licenziata dal Parlamento italiano, la legge che essi intendono difendere dall’insulto emendativo non dichiara inammissibile tout court la manipolazione della persona al suo stadio di ovocellula fecondata.

Con una logica che anche ad una più candida lettura si rivela come il pasticciato compromesso tra intransigenza della dottrina cattolica sui temi bioetici e l’impaccio nel recepirla intera da parte del legislatore che intendeva farsene ispirare, la 40/2004 pone solo pesanti e tragicomici limiti al contra naturam, come per un bilanciamento punitivo all'umana ubris: colà non si può fare a meno di prendere atto che il desiderio di avere un figlio sia cosa umana, secolarizzatissima, e che con l’uso della tecnica sia lecito aggirare (sia chiaro: contra naturam) le patologie che lo frustrano. Per i sostenitori dell’indissolubilità dell’atto unitivo a quello procreativo (e che, coerentemente ad essa, infatti, sostengono in altro contesto l’immoralità di pillola e preservativo) ve n’è di che continuare a dolersi del fatto che il mondo vada vieppiù degenerando. Col difendere la legge 40/2004, per costoro, come per coloro che vi si affiancano gregari, si realizza il paradosso di difendere un principio che la legge stessa non difende, sicché all’equazione “embrione = persona” è di regola che tutt’essi insieme appongano un asterisco che a ogni pie’ pagina recita “questa legge è un male minore”. Ciò nonostante, la difesa della legge è spacciata per difesa dell’embrione, e perciò della persona: sono bravissimi coi paradossi.

 
Su questo paradosso è stata decisa già da lungo tempo la tattica della chiamata all’intangibilità del principio ed è su essa che si tenta di reclutare sia le posizioni più moderate e articolate in seno al mondo cattolico, sia quelle in seno ad una eterogenea platea di non credenti che sui temi bioetica sono propensi a trovare bislacche soluzioni del vecchio Deus sive natura, alla bisogna di ogni lettura etica del legislativo.

Poi, paradosso nel paradosso, la chiamata all’impegno è sull’applicazione del metodo cinico e opportunistico dell’opzione astensionistica: l’intenzione, neanche tanto occulta, anzi in taluni casi sbandierata come mandato salvifico, è quella di trasformare un momento di vita democratica in un contarsi che debba risolversi nel non contarsi. Se non fosse preoccupante, sarebbe ridicolo.

 
Lo stile è sfoderato dalla fondina di certa vecchia scuola, salda nella certezza che speranza e diritto siano parole vuote, che l’uomo sia intimamente cattivo e che la scienza sia mossa da un demone fesso e autodistruttivo. Fossimo in grado di risolverci a credere, con essi, che la dignità umana sia riducibile al Dna nel nucleo di una cellula, che la misura della speranza sia metafisica e che il diritto debba raccogliere suggestioni etiche prestate da un qualsivoglia superiore ed immutabile magistero morale, forse potremmo anche cedere, e continuare a discutere sulle teorie dell’infusione dell’anima, di qua patristici, di là scolastici. Ma non ne siamo in grado, per noi coi referendum del

 

 

12 e del 13 giugno è in gioco la libertà di ricerca scientifica e il diritto dell’individuo all’autodeterminazione: è una battaglia liberale, non un concione filosofico, sicché rabbrividiamo a sentirci dire che su questioni bioetiche non si dovrebbe votare e che comunque la legge non dovrebbe permettere a ciascuno di decidere per sé stesso, ma farsi voce di principe illuminato per tutti.

Dovrebbe essere impegno comune di tutte le forze a favore dei referendum svelare il paradosso piuttosto che cadervi dentro e suonare l'allarme per questa tentazione antidemocratica.

Così com’è - ripetiamo - la legge 40/2004 rimane una mostruosità, sia per le eminentissime Congregazioni che mischiano fede e sperma, sia per quegli atei devoti (ad esse in solido per capriccio d’avventura estetica) che nella ispirata difesa della insostituibilità del coito al fine riproduttivo s’intravvedono paladini delle ”care, vecchie e buone cose” minacciate dalle suggestioni di certa dozzinale fantascienza. Sull’asse che salda, di qua, un’ortodossia che non è di Scrittura ma - si badi bene - di magistero e, di là, l’adagio che recita “chi lascia la via vecchia per prender quella nuova...” con bizzarre declinazioni tra il visionario e il dandy, stanno - chi in buona, chi in mala fede - apprendisti camerlenghi che non hanno avuto ordinazione, setacciatori di consensi in oratorio e - incredibile visu - qualche ex popperiano. Difendono tutti la legge 40/2004 perché “male minore”. Su di essa vorrebbero lo scontro etico e la guerra culturale. Non ci stiamo. Non più. Se hanno argomenti seri riguardo al fatto che per avere un figlio o curarsi di sclerosi laterale amiotrofica si debba tra qualche anno andare in Inghilterra, come un tempo fu per abortire senza morire sul marmo d’una mammana, li espongano. Ma non venissero più dirci che un tempo ciascuno di noi fu un embrione, saremo sordi da quell’orecchio: ciascuno di noi, oggi, si troverebbe nelle condizioni di esserlo stato anche se la fecondazione assistita fosse stata liberamente scelta e liberamente messa in atto dai nostri genitori. Saremmo - referendari ed antiferendari - né più né meno uomini di quanto siamo adesso.

 

Tra art.7 e 8 della Costituzione”

 

Il sentimento religioso è un bene giuridico. Finché il cattolicesimo fu ritenuto “religione dello Stato”, in virtù dei Patti Lateranensi, stretti tra Fascismo e Chiesa nel 1929 e in vigore per oltre mezzo secolo, la legislazione italiana si è fatta carico della tutela del sentimento religioso con un occhio di riguardo nel caso questa fattispecie fosse cattolica: nel caso di vilipendio ai danni di un ministro di culto, per esempio, la pena era maggiore per l’insolenza arrecata a un prete che non per la stessissima a un imam o a un bonzo.

Con l’art. 7 della Costituzione del 1947, la religione cattolica rimase di fatto “religione dello Stato”, ma l’art.8 (“tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge”) aprì la strada a ciò che col Protocollo addizionale all’accordo del 18 dicembre 1984 tra Stato italiano e Santa Sede divenne principio di pari dignità tra tutti i culti: “Si considera non più in vigore il principio […] della religione cattolica come sola religione dello Stato italiano”. Sul principio di“equidistanza e imparzialità verso tutte le religioni” (sentenze n. 203 del 1989, n. 259 del 1990 e n.195 del 1993) la Corte Costituzionale dichiarò via via illegittimi gli articoli al titolo IV, capo I, del libro II del Codice penale (“Dei delitti contro la religione dello Stato e i culti annessi”), relativi al “Vilipendio della religione dello Stato” (art.402 – sent. n.508 del 2000), alle “Offese alla religione dello Stato mediante vilipendio di cose” (art.404 – sent. n.329 del 1997), al “Turbamento di funzioni religiose del culto cattolico” (art.405 – sent.n.327 del 2002).  

Con una recente sentenza della Corte Costituzionale, la n.168 del 29 aprile 2005, viene dichiarato illegittimo anche l’art.403 (“Offese alla religione dello Stato mediante vilipendio di persone”), in quanto “norma […] connotata dalla «inammissibile discriminazione» sanzionatoria tra la religione cattolica e le altre confessioni religiose ripetutamente dichiarata costituzionalmente illegittima da questa Corte”, così vigente l’art.406 (“Delitti contro i culti ammessi nello Stato”, cioè tutti gli altri culti oltre quello cattolico): recita la specifica comparativa di una “pena […] diminuita”.

 Oggi, di fatto, per l’insolenza a un prete, un imam o un bonzo, per la blasfemia contro Cristo, Maometto o Buddha, le pene sono simili. Può lamentarsene solo chi abbia un forte deficit di sensibilità democratica o chi, in qualche modo e per qualche ragione (certo non d’argomentazione teologica), giudicasse legittima, quando vigente, la prerogativa cattolica in forma di privilegio.

 

Mille e mille, piccoli e grandi, i benefici di cui ancora la Chiesa gode in regime di privilegio e dunque in dispregio di una fattuale “equidistanza ed imparzialità verso tutte le religioni”:  lo scontento dovrà essere scontentato ancora.
D’intanto si dà finalmente una qualche sostanza all’art.8 della Carta Costituzionale e le passate risoluzioni della Consulta trovano risonanza nel disegno di legge su Libertà religiosa e culti ammessi (XIV Legislatura, resoconto della I Commissione permanente di Affari costituzionali, della Presidenza del Consiglio e Interni del 25 febbraio 2003) che all’art.1 recita che
la Repubblica […] riconosce la libertà di coscienza e di religione, quale diritto fondamentale della persona, garantita a tutti in conformità alla Costituzione [per il detto principio di “equidistanza ed imparzialità verso tutte le religioni”], alle convenzioni internazionali sui diritti inviolabili dell’uomo ed ai principi del diritto internazionale generalmente riconosciuto in materia” (art.1). Si potrebbe credere acquisita la coscienza laica dello Stato, se la furia degli emendamenti già non tempestassero l’art.2: questo potrebbe allora reciterare che “la libertà di coscienza e di religione comprende il diritto di professare liberamente la propria fede religiosa o credenza, in qualsiasi forma individuale o associata, di diffonderla e farne propaganda, di osservare i riti e di esercitare il culto in privato o in pubblico”; e soprattutto che ”comprende inoltre il diritto di mutare religione o credenza o di non averne alcuna”……….