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LETTERA ALL'AMICO ANDREA FRESCO

di Luca Isernia, Casarano 29/07/04

dbarletta@email.it

 

Caro Andrea,

ho letto con molto interesse le tue riflessioni sul sito “TuttoCasarano”, però,  non riesco a pensare che tante fervide energie e appassionata voglia di politica (cosa pregevole in un clima di disimpegno - o d’ignavia? – qual è quello che viviamo), si esauriscano in dibattiti che poco hanno a che vedere con le cose concrete di questo nostro paese; dibattiti alimentati, in specie, dalle opinioni seguite a quel tuo intervento.

   Sai che da qualche anno non vivo più stabilmente a Casarano. Ma devo confessarti, con rammarico, che ogni volta che torno a casa trovo il nostro paese sempre più squallido, più brutto e di ciò, ripeto, provo un grande dolore. Ritrovo una città senz’anima, senza identità, disordinata, caotica, sporca, indisciplinata. Colgo un senso di malessere e di disagio che, credimi, è nelle cose non meno che nei pensieri, nella mentalità degli abitanti e nell’essere stesso di questo luogo, risucchiato da una crisi da cui non si vede uscita. Quando dico crisi, intendo non solo quell’economica, che nella volontà di monopolizzare e appiattire l’intero apparato industriale sul settore calzaturiero ha segnato la sua (prevedibile) fine, ma alludo soprattutto ad una crisi di valori, quelli di cui parli e che condivido.

   Scarsa o nulla la vita culturale, tranne qualche manifestazione a senso unico e reiterata con ossessione maniacale, con una cittadinanza impreparata ad accoglierla. Lo sport, sempre visto e mai praticato, è delegato alla buona volontà di uomini che caparbiamente - e privatamente - portano avanti la loro donchisciottesca battaglia. Un turismo che langue perché privo di reali attrattive e di strutture ricettive decorose e che è tutto imperniato su raffazzonate operazioni di marketing (si dice così ora, vero?). Esse, attraverso l’olografia di qualche tramonto tra gli ulivi e di un pittoresco scorcio di centro storico, astutamente colto, nascondono la verità d’un’architettura e d’un arredo urbano in piena decadenza, in uno stato d’avanzato degrado. Su una di quelle guide turistiche che prolificano tra giugno e settembre qui da noi, leggo che a Casarano è consigliabile la visita al palazzo De Judicibus o a quello dei D’Aquino: palazzo De Judicibus? Palazzo D’Aquino? Ma per vedere cosa? Gli interni dove cresce rigogliosa una vegetazione da Borneo e perennemente sprangati da portoni fradici e marci? O le facciate deturpate dai vandali e semi diroccate, sulle quale si colgono evidenti e vergognosi i segni del tempo e dell’incuria… e dei chiodi conficcati a forza di brutali colpi di martello per appendere le luci multicolori dell’annuale presepio cittadino?  

   Fare una passeggiata per Casarano, con l’anima del turista, è impresa assai ardua. Auto parcheggiate ovunque, in seconda, terza fila, senza rispetto e senza remore per gli scivoli per i portatori di handicap o per i parcheggi loro riservati. Centauri su motociclette di ogni cilindrata che sfrecciano ad alta velocità, ovviamente senza casco (questo sconosciuto!), come nei peggiori quartieri periferici di qualche ipertrofica metropoli. Tutto introno il caos: automobilisti che insistono con caparbietà (o con voluttà?) sui clacson per non so quale esitazione di un automobilista all’incrocio di una via o perché non in grado di effettuare una partenza da “formula 1” al segnale verde d’un semaforo. Per non parlare dell’impresa di attraversa la strada su sbiadite e inservibile strisce pedonali o il  solo concedersi un giro in bicicletta…

   Ed allora, caro amico, non lasciarti trascinare in oziose, anòdine discussioni. Noi che siamo sfuggiti alla stagione della violenza e della contrapposizione ‘muro contro muro’ della generazione che ci ha preceduto. Che siamo scampati all’abominevole ondata d’orrore di quel periodo in cui gli antagonisti politici si fronteggiavano a colpi di spranghe, di agguati, di molotov, di gambizzazioni, di demonizzazioni feroci e di sentenze di morte, comminate da non so bene quale autorità “del popolo”; infine, noi che siamo nati in questa remota provincia d’Europa, dove le cose ci giungono già svilite e attenuate del loro valore, finiamolo di dire ‘di sinistra’ o ‘di destra’ o ‘di centro’. Finiamola di ricorrere ancora e sempre a categoria che qui, ove tutti hanno i nonni con i piedi ben sprofondati nella terra, non hanno che un senso vago e indefinito: ‘proletari’, ‘borghesi’, ‘padroni’. Finiamola. Parliamo di strutture ricreative e di giardinetti pubblici in ogni quartiere. Di risanamento urbano. Di strade asfaltate e di campagne che non siano discariche a cielo aperto. Di centri di aggregazione culturale e sociale, di teatri, di cinema, di biblioteche di quartiere, di pinacoteche ove far esporre gratuitamente i nostri giovani artisti. Parliamo di centro ascolto per gli emarginati, di doposcuola gratuito per i non abbienti, che, altrimenti, sarebbero condannati all’evasione scolastica. Discutiamo di piste ciclabili e pedonali, di piccolo artigianato, di centro storico vivo e vivibile, di scuole decorose e attrezzate, di palestre, di piscine comunali, di crescita urbana armoniosa e sostenibile, di aiuole curate e fiorite, di parcheggi scambiatori ai quattro punti cardinali della città, con bus-navetta per il centro. Parliamo di rispetto per i disabili e di abbattimento delle barriere architettoniche: qualche giorno fa, presso gli uffici postali di Piazza Umberto I, sul parcheggio per i disabili era collocata una gazzella dei carabinieri. Si, dei carabinieri. Parliamo di come far nascere un’opinione pubblica intelligente, critica e vigile tra i cittadini, unica garanzia dal pericolo, sempre in agguato, di una gestione clientelare e personalistica della città. Parliamo di questo, caro Andrea, con la passione e l’energia che all’inizio ti riconoscevo, insieme alla tua sensibilità umana e alla curiosità intellettuale. Ma parliamone, facciamone parlare, senza esclusioni e pregiudizi e senza, soprattutto, la sicumera di chi crede di avere la verità in tasca o essere ideologicamente - e aprioristicamente - dalla parte dei giusti, dalla parte buona. Un caro saluto. 

Luca Isernia