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TORTURE IN IRAK

di Antonio Rizzo, Casarano 15/05/04

 

 

Brano tratto da “Uomini e no” 1945, scritto da Elio Vittorini.

 

Il capitano aveva un frustino in mano; sottile, con un’orecchia di cuoio. Si voltò, e chiamo il ragazzo delle S.S. che teneva al guinzaglio i cani.

«Führe die Hunde her» gli disse in tedesco.

Il ragazzo biondo gli portò i due cani, Blut, e la lupa nera.

 «Gudrun» disse il capitano. «Kaptän Blut.» Si chinò su di loro a liberarli dal guinzaglio, e intanto che li liberava li accarezzò. «Gudrun» disse di nuovo. «Gudrun.» Strinse i suoi denti, carezzando i cani, fino a farseli risuonare come se rompesse noci in bocca: poi liberò i cani dalla museruola.

«Anche questi due cani» disse a Giulaj «sono miei.»

« Ma che cosa vuol fare?» Manera disse.

Coi suoi quattro compagni militi egli era sull’altro lato del cortile, il cortile era quasi buio, e da un lato all’altro si vedeva ormai poco, né si sentiva tutto quello che veniva detto.

«Avete molti cani?»  Giulaj domandò.

«Molti» disse il capitano «centinaia.»

Si avvicinò a Giulaj e gli strappo via la giacca, mise a nudo le maniche a brandelli della camicia.

« Che hai sulle braccia? » chiese.

Giulaj aveva segni rossi sulle braccia, sotto gli strappi.

« E’ stato in caserma» rispose.

« Te l’hanno fatto in caserma? » disse il capitano. Lo guardò, soggiunse: « E questi segni sul collo te li hanno fatti pure in caserma? ».

« Questo è stato in piazza« Giulaj rispose.

I due cani annusavano i piedi di Giulaj, ed egli se li mise, pur senza appoggiarsi , l’uno sull’altro. Il capitano diede ai cani la giacca di Giulaj. «Spogliati» poi gli disse.

«Come, capitano? » Giulaj disse. «Debbo spogliarmi?»

Egli era forse, arrossito; ma non si vedeva, in quell’aria scura. «Debbo spogliarmi?» disse.

Cominciò a spogliarsi e pensava che il capitano volesse vedere come lo avessero pestato in caserma. Era la sua grande serietà che lo vinceva.

«Ma perché? Fa un po’ freddo » disse.

«Già» disse il capitano.

Lentamente, Giulaj si spogliava, e il capitano prendeva i suoi stracci, li gettava ai cani.

«Strano» Manera disse. «Ma che gli vuol fare?»

«Dicono» disse il terzo « che sia un burlone.»

« E che burla vuol fargli?» Manera disse.

I cani annusavano gli indumenti; Gudrun si mise a lacerare la giacca.

« Perché» disse Giulaj «date la mia roba ai cani?»

Si chinò per togliere a Gudrun la sua giacca. «Me la strappano» disse. Ma Gudrum saltò, ringhiando, contro di lui; lo fece indetreggiare.

«Ja» gridò il capitano. «Fange ihn!»

«Che dice?» Manera disse.

Ringhiando, Gurdun, le zampe sulla giacca, ricominciò a lacerare la vecchia stoffa impregnata dell’uomo. Essa si accontentava di questo, ora.

«Fange ihn!» ordinò di nuova il capitano.

Ma la cagna Gurdun non eseguì. Lacerava rabbiosa la vecchia giacca, e anche portò via la camicia a Blut che l’annusava.

«Non ti preoccupare» disse Manera a Giulaj. «ti darà il capitano altro da vestirti.»

Tutti e cinque i militi si erano avvicinati per vedere; facevano ormai cerchio. Guardavano Giulaj, ormai seminudo, e avevano voglia di ridere, guardavano i cani, Blut come annusava, Gurdum come lacerava; e già ridevano.

«Ho!» disse il Primo.

«Ho! Ho!» disse il Terzo

Stava dove il capitano lo aveva lasciato, e continuamente si passava le mani sul petto, sull’addome, sulle spalle, e l’un piede o l’altro sull’opposta gamba, fin dove poteva arrivare.

Faceva ridere, e i militi ridevano. Non troppo, ma ridevano.

 «Ho! Ho!» ridevano.

E, al guinzaglio, i due cani, l’uno lacerava pur sempre giacca e camicia, accovacciato in terra. Blut si alzava e si sedeva, girava intorno a se stesso, annusava l’aria, guaiva.

L’altro, dal grande cappello e dallo scudiscio, guardava perplesso tutto questo, come per renderso conto.

Che novità era questa?

Guardava.

«Ma quanto vuol tenermi così?» Giulaj disse. «Io ho freddo.»

« Non temere» Manera gli disse.

« Ma che cosa vuol farmi?»

«Niente, Giulaj. Ormai e passata. »

«Ma io ho freddo. Morirò dal freddo.»

«Vuol farti solo paura» Manera disse.

Il capitano ritornò.

Egli guardò i militi che facevano cerchio, Giulaj in mutandine, e si chinò a liberare i cani, di nuovo, dal guinzaglio.

Restò tra i due cani, chino, grattando loro nel pelo della nuca

« Perché non ti sei spogliato? »  chiese a Giulaj.

«Capitano! »  Giulaj rispose. «Sono nudo!»

Col frustino dall’orecchio di cuoio Clemm indicò le mutande. «Hai ancora questo!»

«Debbo togliermi» disse Giulaj «anche le mutande? »

Quando l’uomo fu nudo del tutto, con le sole calze e le pantofole ai piedi, il capitano gli chiese: «Quanti anni hai? ».

«Ventisette» Giulaj rispose.

«Ah!» il capitano disse. Lo interrogava, da chino, tra i due cani fermi sotto le sue dita. «Ventisette?» E andò avanti ad interrogare. «Abiti a Milano? »

«Abito a Milano. »

«Ma sei di Milano? »

«Sono di Monza. »

«Ah! Di Monza! Sei nato a Monza? »

«Sono nato a Monza. »

«Monza! Monza! E hai il padre? Hai la madre? »

«Ho la madre. A Monza. »

«Una vecchia madre? »

«Una vecchia madre. »

«Non abiti con lei? »

«No, capitano. La mia vecchia madre abita a Monza. Io invece abito qui a Milano. »

«Dove abiti qui a Milano? »

«Fuori Porta Garibaldi. »

«Capisco» il capitano disse. »

«In una vecchia casa? »

«In una vecchia casa. »

«In una sola vecchia stanza? »

«In una sola vecchia stanza. »

«E come vi abiti? Vi abiti solo? »

«Mi sono sposato l’hanno scorso, capitano. »

«Ah! Sei sposato? »

Egli voleva conoscere che cos’era quello che stava distruggendo; il vecchio e il vivo, e dal basso, tra i cani, guardava l’uomo nudo davanti a sé.

«È una giovane moglie che hai? »

«È giovane. Due anni meno di me. »

«Ah, così? Carina anche? »

«Per me è carina, capitano. »

«E un figlio non l’hai già? »

«Non l’ho capitano. »

«Non lo aspetti nemmeno? »

«Nemmeno. »

Sembrava che volesse tutto di quell’uomo sotto i suoi colpi. Non che per lui fosse uno sconosciuto. Che fosse davvero una vita. O voleva soltanto una ripresa, e riscaldar l’aria di nuovo.

«E il mestiere che fai? Qual è il mestiere che fai? »

«Venditore ambulante. »

«Come? Venditore ambulante? Giri e vendi? »

«Giro e vendo. »

«Ma guadagni poco o niente. »

Qui il capitano parlò ai cani «Zu!» disse loro. «Zu

Li lasciò e i due cani si avvicinarono a Giulaj.

«Fange ihn!» egli gridò.

I cani si fermarono ai piedi dell’uomo, gli annusavano le pantofole, ma Gudrun ringhiava anche.

«Vuol farti paura» Manera disse. «Non avere paura.»

Giulaj indietreggiava, e si trovò contro il muro. Gurdun gli addentò una pantofola.

«Lasciale la pantofola» Manera disse.

Gurdun si accovaccio con la pantofola tra le zanne, lacerandola nel suo ringhiare.

«Fange ihn!» ordinò a Blut il capitano.

Ma Blut tornò al mucchio di strcci in terra.

«Zu! Zu!» ripetè il capitano. «Fange ihn!»

Quello dal grande cappello e dallo scudiscio scosse allora il capo. Egli aveva capito. Fece indietreggiare i militi fino a metà del cortile, e raccolse uno straccio dal mucchio, lo gettò su Giulaj.
«Zu! Zu! Piglialo!» disse al cane. E al capitano chiese: «Non devono pigliarlo?» .
Il cane Blut si era lanciato dietro lo straccio, e ai piedi di Giulaj lo prese da terra dov'era caduto, lo riportò nel mucchio.
«Mica vorranno farglielo mangiare» Manera disse.
I militi ora non ridevano, da qualche minuto.
«Ti pare?» disse il Primo.
«Se volevano toglierlo di mezzo» il Quarto disse « lo mandavano cori gli altri all'Arena. »
«Perché dovrebbero farlo mangiare dai cani?» disse il Quinto.
«Vogliono solo fargli paura» disse il Primo.
Il capitano aveva strappato a Gudrun la pantofola, e la mise sulla testa dell'uomo.
«Zu! Zu!» disse a Gudrun.
Gudrun si gettò sull'uomo, ma la pantofola cadde, l'uomo gridò, e Gudrun riprese in bocca, ringhiando, la pantofola.
«Oh!» risero i militi.
Risero tutti, e quello dal grande cappello disse: «Non sentono il sangue». Parlò al capitano più da vicino. «No?» gli disse.
Gli stracci, allora, furono portati via dai ragazzi biondi per un ordine del capitano, e quello dal grande cappello agitò nel buio il suo scudiscio, lo fece due o tre volte fischiare.
«Fscí», fischiò lo scudiscio.
Fischiò sull'uomo nudo, sulle sue braccia intrecciate intorno al capo e tutto lui che si abbassava, poi colpì dentro a lui.
L'uomo nudo si tolse le braccia dal capo.
Era caduto e guardava. Guardò chi lo colpiva, sangue gli scorreva sulla faccia, e la cagna Gudrun sentì il sangue.
«Fange ihn! Beisse ihn! » disse il capitano.
Gudrun addentò l'uomo, strappando dalla spalla.
«An die Gurgel», disse il capitano.

 


I Link :
Video della decapitazione di N. Berg
Foto delle torture ai prigionieri iracheni
Sito Al Qaeda che ospita il video originale
Al Jazeera
Al Qaeda
Abu Musab al-Zarqawi
Osama Bin Laden
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Siti di estremisti islamici:
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