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UN CASO DI "INCIVILTA'"

 Casarano 21/06/04

di Alessandra Isernia

 

 

Caro Eugenio,

ti scrivo per raccontarti l’ennesimo episodio di inciviltà a cui ho assistito, mio malgrado, presso l’ospedale di Casarano. Non è mia abitudine abusare di questa parola “inciviltà”, ma, in questo caso, è  l’unico termine adatto a descrivere ciò che mi è accaduto.

            Alcuni giorni fa, il 1 giugno, una persona a me molto cara ha lasciato questo mondo. Questa persona  è stata ricoverata nelle prime ore del mattino del 1 giugno presso il reparto di medicina ed è stata temporaneamente sistemata  presso il reparto di geriatria. 

Sin dall’inizio i medici  ci hanno comunicato che la situazione era gravissima e che le speranze erano davvero poche. Rassegnata, se è possibile essere rassegnati di fronte alla morte, mi sono adoperata per fare tutto quello che mi era possibile per alleviare, almeno, quell’agonia.

Non avevo mai visto un uomo morire. Non ero serena, non lo si può essere di fronte alla sofferenza.

Ad un certo punto gli infermieri ci hanno comunicato che nella stanza poteva rimanere solo una persona perché c’era il giro visite. Ho deciso di rimanere perché, in quel momento, ero l’unica tra i presenti a conoscere la situazione del paziente e forse potevo fornire al medico delle informazioni utili.

Non ero serena, come chiunque di fronte alla sofferenza di una persona cara. Ma cercavo, per quanto possibile, di mantenere i nervi saldi. Il mio stato d’animo era talmente palese, nonostante mi sforzassi di nasconderlo, che perfino un‘algida infermiera si era accorta della mia situazione. La signora con “estrema educazione” ha pensato bene di esprimere la sua opinione rivolgendosi, non a me, ad una sua collega usando un tono di voce sufficientemente alto affinché io potessi sentire: “Hanno fatto rimanere questa ragazzina al capezzale di quell’uomo, e lei poverina è disperata e non sa cosa fare, sarebbe stato meglio se fosse rimasto qualcuno un po’ più adulto che avrebbe sicuramente saputo gestire meglio la situazione”. Quella signora che sino ad allora era stata completamente indifferente ora sembrava seccata. Con calma ho fatto notare alla signora che chiunque avesse avuto a cuore quella  persona  sarebbe stato disperato quanto me e l’ho invitata a mettersi nei miei panni. Al che la signora, di professione infermiera,  ha iniziato  ad  urlare dicendo che io avevo frainteso le sue parole e che lei aveva perduto suo padre a 52 anni.

Con tutto il rispetto per le persone che non ci sono più, io almeno credo di averne un po’, perché la signora doveva fare menzione della morte del padre? e, soprattutto, perché ha urlato per ben 5 minuti in una stanza in cui c’erano un uomo in punto di morte e due altri uomini molto malati? Mi sono limitata a chiederle di abbassare la voce perché eravamo in un ospedale. 

Volevo ringraziare quanti il 1 giugno 2004, nel reparto di Geriatria dell’ospedale di Casarano, hanno svolto il proprio lavoro con professionalità, umanità e civiltà.  

 

Alessandra Isernia

alex-is@libero.it